Corbyn e Johnson: i cavalieri di un’apocalisse di nome Brexit

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Da tre anni c’è un paese prigioniero del populismo che non è l’Italia, ma la Gran Bretagna: è tempo di parlare, di nuovo, di Brexit.

Farlo non è un atto di schadenfreude nella più pura tradizione italica, bensì un modo per imparare qualcosa di più in quello che è la sfida politica di questo decennio, sia che si parli di Europa, di economia o di Fridays for Future: sconfiggere la demagogia.

Pur nel suo delirio, infatti, la Brexit è capace di insegnarci ancora qualcosa, come che far votare un intero paese su una materia complessa mediante un semplice Sì/No basato – per di più – su informazioni o parziali o palesemente false non sia reale democrazia. Oppure che le istituzioni non sono migliori degli esseri umani che le gestiscono o che, che le ideologie – di qualsiasi tipo – sono un freno sia alla correttezza dell’informazione che alla vita democratica.

Lo dimostrano i due attuali protagonisti della vicenda, ovvero il premier Boris Johson e il leader laburista Jeremy Corbyn. Due politici dalle idee molto diverse, uniti da una certa avversione per il mondo dei media e dalla sopravalutazione delle proprie capacità.



L’enigma Corbyn

Fra i nostri due protagonisti, Johnson è il più flamboyant, imprevedibile e pericoloso nel brevissimo termine. Caratteristiche che – in Italia – avrebbero già elevato Corbyn al rango di “meno peggio”, come tale di messia, nonostante egli stesso si sia più volte dimostrato inadatto al ruolo di “alternativa”.

Come Johnson, Corbyn è un leaver anche se con motivi e aspirazioni diversi. Il Premier ha costruito – sin da quando era corrispondente del Telegraph da Bruxelles – attorno al sovranismo e all’euroscetticismo la propria identità politica. Corbyn, invece, esponente dell’ala massimalista del partito, vede nell’Unione Europea un moloch “ordoliberista” che mal si concilia con le proposte del (suo) Labour Party.

In un’intervista alla BBC One, infatti, alla domanda se sia o meno nell’interesse della Gran Bretagna di rimanere nell’Unione, il leader laburista ha risposto che “dipende dall’accordo raggiunto con Bruxelles”, suggerendo che il “manifesto laburista” per una “soft Brexit” sarebbe di gran lunga preferibile alla permanenza nel blocco.

Nonostante il paese – come dimostrano gli studi di YouGov – la pensi in maniera contraria, per Corbyn, semplicemente, la Brexit non è così importante, ma un problema accessorio che tiene il parlamento lontano dalle “questioni vitali del paese”.

Chi ha votato leave – sembra suggerire Corbyn ponendosi a sinistra della sinistra del PSE a cui afferiscono i laburisti – lo ha fatto perché il “sistema UE” – e la globalizzazione – avrebbero danneggiato i ceti inferiori e intermedi. La soluzione del rebus Brexit non sarebbe, quindi, il remain, ma l’applicazione di politiche socialiste in Gran Bretagna, cosa impossibile all’interno dei trattati UE.


Labour e Brexit

Come ha spiegato Corbyn alla conferenza annuale del partito, l’ideale per la Gran Bretagna sarebbe di ottenere “l’unione doganale e una relazione commerciale privilegiata” senza però sottostare alle direttive, regolamentazioni e trattati UE che non permetterebbero di occuparsi degli interessi dei lavoratori britannici. Un pensiero non molto diverso – come effetto – da quello di May o – NoDeal a parte – di Johnson e Farage: ovvero, da leaver.

Peccato che la maggioranza degli elettori laburisti non la pensi così. Alla conferenza annuale del partito, infatti, oltre 90 “local costituency parties” – l’equivalente delle sezioni di partito italiane – laburiste, hanno chiesto al comitato esecutivo nazionale del partito (NEC) una posizione univoca a favore del remain.

A fronte della contestazione, il NEC, in mano all’ala massimalista, e Corbyn hanno optato per la neutralità, ovvero rimandare la discussione sul tema ad una futura conferenza speciale da tenersi solo dopo che il governo laburista – sempre che vinca – abbia negoziato il proprio accordo. Quindi dopo le possibili elezioni anticipate dei prossimi mesi.

Tale secondo referendum proporrebbe – ha spiegato ancora Corbyn – da una parte il remain (vincolato a delle richieste di riforma della UE) da una parte e, dall’altra, “il migliore accordo Brexit che possiamo raggiungere”. Per giustificare tale non scelta, e provare a sedare le reazioni negative nella base laburista, Corbyn si è giustificato facendo notare come sia vero che anche se “la maggior parte degli elettori laburisti ha votato remain […] il partito, le persone e i leader di questo paese devono comprendere le ragioni del Leave”


Sottovalutando la Brexit

La frase di Corbyn ci riporta al vero problema di tutta la Brexit che non è il Witdrawal Agreement, il backstop con l’Unione Europea, il sovranismo o la nostalgia imperiale di parte del paese, bensì il voto stesso.

Come ha fatto giustamente notare il campo del Final Say, mentre chi, nel 2016, ha votato remain ha appoggiato una posizione univoca, ovvero continuare a partecipare alla vita politica del blocco, chi ha scelto il leave ha solo scelto “uscire” senza esprimersi (non potevano) sul come, ovvero se tramite no-deal, hard-Brexit, soft-Brexit, modello Norvegia, CETA o altro.

Su questa asimmetria si è bloccata la politica britannica e quello che poteva essere risolto politicamente 3 anni fa, ora è diventata una polarizzazione politica e sociale in cui “gli altri” non sono oppositori politici, ma, come ha ricordato lo speaker della Camera dei Comuni John Bercow, ma nemici. L’ideologia, insomma, si è impossessata della scena politica a cui, come visto, Corbyn non è estraneo.

Il fallimento dei piani “moderati” di Brexit conservatrice – hard-Brexit con accordo commerciale privilegiato (Manifesto May 2017) o soft-Brexit (il Whitdrawal Agreement del 2019) – e l’esplosione alle europee del Brexit Party di Nigel Farage ha spinto la base conservatrice verso le posizioni oltranziste di Boris Johnson, trasformando i Tories nel partito brexiters.

I voti remainer, indipendentemente dal campo, sono progressivamente confluiti nei Green, LibDem e lo Scottish National Party, prosciugando il campo laburista.



Il cul-de-sac di BoJO

Così, spinto dalla presunzione – simile a quella del suo rivale Johnson – di poter risolvere la Brexit, Corbyn ha annientato le possibilità di una “vittoria laburista” condannando il paese ad un più che probabile tripolarismo sulla Brexit che rischia solo di perpetuare ad libitum lo stallo attuale.

Due rimarrebbero le soluzioni: o l’approvazione di una Brexit a la Theresa May – ma bisognerebbe convincere Tories e Labour a collaborare – o il secondo referendum – con relativa giravolta del Labour, impossibile finché Corbyn ne sarà il leader.

Il tutto ovviamente al netto delle follie di Boris Johnson capace, finora di raggiungere i seguenti risultati:

  • perdere la maggioranza ai comuni passando dal +1 all’insediamento è ora di -43 anche in conseguenza di un’espulsione di massa dal partito di parlamentari rei di aver votato la mozione dell’opposizione che bloccava il NoDeal;
  • far sospendere il Parlamento per un mese, procedura possibile nel Regno Unito per dare il tempo ad un nuovo governo di presentare un programma, ma che la Corte Suprema ha dichiarato “illegittima” visto che l’effetto – voluto, anche se negato – era quello impedire al Parlamento di legiferare sulla Brexit;
  • aver proposto e non ottenuto le elezioni anticipate per portare il paese al NoDeal;
  • non essere riuscito a far passare una seconda sospensione del Parlamento con la scusa della conferenza del proprio partito;
  • accusare i parlamentari britannici di agire tradendo la volontà popolare, cosa che ha provacato un’ondata di paura ai Comuni memori dell’omidicio di Jo Cox, parlamentare Labour remainer uccisa durante la campagna del 2016 da un neonazista pro-Leave.

I fallimenti sono continuati in Europa, dove il Premier britannico ha presentato il proprio piano per risolvere il backstop, ovvero una serie di misure sanitarie atte a far sì che l’Irlanda del Nord – l’oggetto del contendere – si attenga agli standard UE su alimenti e bestiame. Laconiana la risposta della Commissione Europea riportata dal Financial Times: il piano coprirebbe solo il 30% delle merci fra UE e UK, lasciando il rimanente 70% soggetto a controlli doganali divenendo.

Tradotto: il piano non risolve nulla. Il Premier britannico, come tutti i populisti, nostrani compresi, riteneva che il commercio internazionale si limitasse all’agroalimentare, sbagliando.


L’implosione

Prigioniero del proprio personaggio di “élite britannica ribelle”, Johson sta usandao la sua arma preferita: il populismo, ovvero non fare politica, ma buttarla sul braccio di ferro con la UE e con il Parlamento. L’obiettivo è di instillare paura in uno dei due soggetti per ottenere o un nuovo accordo pro-UK o l’approvazione di un NoDeal dai comuni. Il problema è che quando si accendono le polveri al popolo, non si sa mai dove si andrà a finire (Robespierre, fra gli altri, lo ha scoperto sulla sua pelle).

Per questo, il breve premierato di Johnson rischia di arrivare a far implodere non solo i Tories, ma l’intero sistema politico britannico. L’ultima provocazione del premier è quella di non chiedere un ulteriore proroga alla UE prima della deadline del 31 ottobre. Visto che il Parlamento britannico ha votato una legge che impone al Premier di farlo, il rischio per Johnson è quello dell’arresto e per la Gran Bretagna quello di un conflitto istituzionale mai visto in epoca moderna: l’arresto di un capo di governo.

Ingenuamente potrebbe sembrare la giusta conclusione della carriera politica di un populista non scevro da aver diffuso Fake News e coltivato il populismo, ma riuscite a immaginare quale effetto avrebbe l’arresto in una Gran Bretagna così polarizzata?



L’indecisione di Corbyn, le follie di Johnson, unite alle dichiarazioni di Farage e Rees-Mogg o la follia primigenia di Cameron, ci pone di fronte ad un dato di fatto: niente è facile o sensato quando il dibattito passa da politico a ideologico.

Ma c’è qualcos’altro, annidato nelle pieghe di questo racconto. Il populismo draconiano alla Farage e Johnsonnon si sconfigge proponendo un populismo nazionalista soft come ha provato a fare Theresa May o uno di sinistra, ovvero l’obiettivo di Jeremy Corbyn.

Il risultato di tale approccio è uno solo: l’implosione del paese.


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