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Corbyn: the ultimate Brexiter e la sinistra oggi

Simone Bonzano #europa, il Caffè Leave a Comment

Il radicalismo socialista di Jeremy Corbyn ha perso lasciando strada al populismo: ecco cosa dobbiamo imparare dal Regno Unito.

Non ci sono modi per dirlo in maniera delicata, ma Se a Dicembre 2020 – con o senza accordo – la Brexit verrà completata, sarà anche per responsabilità di Jeremy Corbyn.

Soprattutto di Jeremy Corbyn.

Con buona pace dei suoi fans nostrani, europei ed americani, infatti, nessun politico britannico, neanche Nigel Farage o Boris Johnson, sono stati in questi tre anni così essenziali per la Brexit, al punto che si può legittimamente definire il leader laburista come The Ultimate Brexiter.

La realtà dei fatti dimostra che Corbyn è il motivo principale per il quale Boris Johnson tornerà a Westminster con la più ampia maggioranza dai tempi di Margareth Tatcher.



Le elezioni

Il partito conservatore ha ottenuto il 43,6% dei consensi che grazie al maggioritario secco in vigore nel paese si trasforma nel 56,2% dei seggi, +48 rispetto al 2017. Questo vuol dire che Johnson avrà una maggioranza di 39 seggi a Westminster, il necessario per navigare sicuro fino alla Brexit, cosa che era preclusa a Theresa May che era uscita dalle elezioni anticipate del 2007 a 9 seggi dalla maggioranza.

Eppure Johnson non ha mosso masse di elettori, le ha sicuramente ricompattate disattivando il Brexit Party, ma il suo risultato è solamente un 1,2% maggiore rispetto a quello di Theresa May, i conservatori rimangono irrilevanti in Scozia e neanche a Londra se la passano bene.

Questo perché la differenza fra le due elezioni la fa tutta il Labour. Nel 2017, il Labour registrò un rotondo 40%, tenendo il nord del paese – quello ex-operaio e meno amico delle svolte di Tony Blair – assieme alle parte più liberal ed urbane. Nel 2019, lo stesso Labour, con la stessa leadership e lo stesso leader – Corbyn appunto – ha ottenuto il 32,1% perdendo 60 seggi fra cui quelli scozzesi (gliene rimane uno) e tutti quelli del nord, sempre quello più vicino alle posizioni di Corbyn. La buona notizia è che mantiene Londra e i centri urbani, cosa che se non altro ci permette di dire che “No, Corbyn non è stato tradito dalla borghesia liberal”.


Il paradosso

Quindi, a fronte del terzo premier conservatore in tre anni, delle seconde elezioni anticipate in due e di un tira-e-molla sulla Brexit abbastanza snervante, della frantumazione stessa del partito conservatore e delle vive proteste sia dei nordirlandesi che degli scozzesi, Jeremy Corbyn ha perso in due anni quasi 8 punti percentuali.

Se non è un record, poco ci manca.

E li ha persi non perché ha fatto chissà quali svolte epocali sul suo programma, ma perché si è ostinato a perseguire il programma con cui era stato eletto leader nel 2015 rifiutando di adattarsi a quanto gli stesse capitando attorno.

Pensare che nel 2018 Corbyn ebbe la possibilità accettare l’accordo raggiunto da Theresa May con la UE collegando a questo la possibilità di un referendum sull’accordo stesso. Se lo avesse fatto ora sapremmo se i britannici sono ancora o no a favore della Brexit, ma ha scelto diversamente convinto che solo il Labour (ovvero lui) poteva raggiungere un accordo sulla Brexit “soddisfacente”.


L’errore, parte II

La stessa cosa si è ripetuta a inizio 2019 e sono solo due dei grandi errori compiuti dal leader laburista, l’ultimo dei quali risale a ottobre 2019 quando ha accettato di far sciogliere le camere ed andare ad elezioni anticipate. Johnson – che si stava giocando tutto – non aveva né numeri né legittimità per farlo e il rischio per lui era quello di ritrovarsi come Theresa May ad essere divorato dal Parlamento.

Invece, il Labour – e il Libdem – si è fatto abbagliare dall’idea di poter battere Johnson, dimostratosi ampiamente incapace di governare e largamente refrattario al rispetto della democrazia britannica.

Solo che nell’era del populismo non importa se hai palesemente dimostrato di non saper governare – vedi Salvini, Di Maio e tutto il governo Conte I e Conte II – quello che conta è come e cosa comunichi. Johnson ha impostato la sua campagna sul portare a termine la Brexit, cosa che non poteva fare prima delle elezioni perché (sono parole sue) prigioniero di un parlamento che tradiva il voto popolare.

Per il vero populista, la colpa è sempre del sistema e dei nemici che lo usano contro il popolo.


Corbyn, l’illuso

Ogni sondaggio – dal momento in cui Johnson è diventato premier – suggerivano che il tema non sarebbe stato se, ma di quanto i Tories avrebbero vinto le elezioni.

Corbyn, invece, era sicuro di poter vincere: in fondo del 2017 tutti i sondaggi lo davano per sconfitto, ma il vecchio leone laburista era riuscito a rimontare ben 20 punti in poche settimane riuscendo a bloccare la Brexit.

Solo che nel 2017 buona parte del 40% fatto segnare dal Labour era un voto anti-Brexit e non furono pochi gli analisti pronti a sottolinearlo. Per Corbyn, invece, quel voto non era altro che la dimostrazione effettiva che il suo programma radicale e anti-austerity fatto di rinazionalizzazione e investimenti pubblici fosse vincente.

Forte di questa convinzione, Corbyn è andato alle elezioni con lo stesso programma del 2017 aggiungendo un piccolo caveat: un governo laburista avrebbe cercato un nuovo accordo sulla Brexit con la UE per poi sottoporlo ad un secondo referendum in cui lo stesso Labour non avrebbe dato indicazione di voto.

Un’impostazione convoluta e contradditoria, che ha giustamente spinto non pochi Remainers verso il LibDem (+4%) e quasi tutti i Leavers verso Johnson che ora ha i voti per completare la Brexit e il supporto in parlamento per qualsiasi tipo di accordo – o assenza di esso – entro la deadline di dicembre 2020.


Corbyn e la Brexit

Se Farage e Johnson inseguono l’uscita dalla UE per egotismo, arrivismo personale e l’illusione del Rule Britannia, Corbyn lo fa perché è rimasto intrappolato in un’ideologia politica lontana – quella che possiamo definire del marxismo anni 70 – dalla realtà del proprio paese (e si sapeva), ma anche da quella dei suoi elettori di riferimento.

La realtà è che Corbyn non è mai stato un reale estimatore dell’Unione Europea. Nel 1975, Corbyn fu tra gli oppositori all’entrata del Regno Unito nella CEE. Nel 1994 si oppose alla ratifica del Trattato di Maastricht del 1993, nel 2008 alla ratifica di quello di Lisbona e nel 2011 arrivò ad appoggiare un referendum poi mai celebrato per l’uscita della Gran Bretagna dalla UE.

Per Corbyn, infatti, la UE non sarebbe altro che una creatura neoliberista (o ordoliberista) le cui norme hanno il difetto di bloccare la capacità di un singolo Stato di governare il mercato a favore dei più deboli, di nazionalizzare le aziende in crisi e di finanziare il proprio debito tramite l’acquisto dello stesso da parte della banca centrale (anche fuori dall’euro ci sono delle piccole regole da seguire: quelle di bilancio).


Incapaci di formulare una visione nuova, la soluzione del Corbynismo e dell’alt-Left è quella di guardare al passato, ovvero alle radici del socialismo radicale degli anni 70

Shari Berman

What if?

Durante la campagna referendaria del 2016 Corbyn rimase talmente defilato da scatenare le critiche dell’economista Thomas Piketty, suo consigliere all’epoca e autore del libro “il Capitale nel XXI secolo” e non passabili di simpatie pro-Sistema. La ciliegina finale fu la decisione di andare in vacanza a metà della campagna stessa.

Il resto è storia: nel 2016 il Leave vinse anche grazie ai voti del nord del paese, quello deindustrialzzato, tradizionalmente laburista e primo supporter di Corbyn nella sua ascesa del Labour del 2015.

L’antipatia di Corbyn per quella UE avvertita come antagonista si è vista anche nel 2019. Prima delle elezioni, LibDem e Verdi (3.7 mln e 835 mila voti) gli avevano proposto un patto di desistenza in modo da formare un argine anti-Johnson. Patto, ovviamente, rifiutato dai vertici laburisti.


La sinistra sinistra che si illude

Se guardiamo agli ultimi 3 anni, quindi, notiamo che il lungo percorso dal referendum ad oggi che la Brexit è cosa sicura (meno il come e se UK rimarrà uno Stato commercialmente vassallo della UE) è costellato dagli errori di Corbyn. Un processo quasi metodico che ha portato Shari Berman del Barnard College a connetterlo ad una mancanza di visione per il futuro e incapacità di leggere gli avvenuti mutamenti sociali e demografici del III millennio (globalizzazione, iperconnetività, digital economy).

La realtà conferma quanto teorizzato da Berman: incapaci di formulare una visione nuova, la soluzione del Corbynismo e dell’alt-Left è quella di guardare al passato, ovvero alle radici del socialismo radicale degli anni 70.

Non a caso, il periodo in cui sono nate le carriere politiche di Sanders, Corbyn, D’Alema etc. Ascoltare studiosi come Berman o opinionisti – del Guardian, altro giornale difficile da bollare come neoliberista – come Jonathan Freedland (“Questo è un rifiuto del Corbynismo, il Labour deve abbandonare il settarismo”) può certamente aiutare la sinistra, il problema è che la “setta” – interna ed esterna al Regno Unito – è molto forte.

Esistono intellettuali come Chantal Mouffe che, sperano in un “populismo di sinistra”, economisti come Marianna Mazzucato (autrice de “Lo Stato Innovatore”) che vedono la politica come elemento salutare incapace di fare investimenti erronei e scrittori nostrani (tipo Marta Fana), pronti a sottolineare che, in ogni caso, la colpa sia sempre del privato.



Jacobin e gli zeloti

Esiste, soprattutto Jacobin, il magazine alt-Left statunitense alfiere del nuovo socialismo e autore di un appoggio quasi “zelota” al corbynismo e simile.

Per il magazine, il programma politico di Corbyn sarebbe “immensamente popolare”, capace di “togliere il fiato” e le critiche ad un prodotto “dell’ostilità dei media”. Un passo indietro di due anni e si può leggere la stessa identica eulogia nel 2017, un passo in avanti e la sconfitta sarebbe solo colpa di quella parte del Labour interessata a “ribaltare il risultato del referendum”.

Semplice no?

Corbyn – che ha registrato il 49% nelle metropoli liberal e remainer, ma solo il 28% nelle vecchie città industriali leaver – avrebbe perso per colpa dei remainers e non perché, piuttosto, man mano che la Brexit diventava il centro della politica britannica, la sua non-contrarietà alla Brexit diventava sempre più evidente.

Notate bene che si tratta dello stesso magazine convinto che la candidata democratica alle primarie Elisabeth Warren sia troppo pro-Sistema e che solo il senatore Bernie Sanders, il padrino della “nuova sinistra radicale” possa battere Trump.

O che “i liberali francesi tentino di bollare il leader della sinisra Jean-Luc Mélenchon come xenofobo per paura della sua capacità di unire gli oppressi”.


La lezione britannica, in breve

Il problema principale di questo “altro modo di pensare la sinistra” o “populismo buono” usa la stessa retorica del sovranismo identitario o “populismo cattivo”. Prendiamo l’articolo di Baskar Sunkara direttore e fondatore di Jacobin: “Dal socialismo al populismo, andata e ritorno”. In questo l’autore sostiene che, di fatto il populismo sia solo una “moda del momento”, un termine usato da “chi sta in alto” per paura che “dal basso si erodano le sue ricchezze e privilegi”.

C’è il richiamo anti-Sistema (liberaldemocratico) e lo stesso richiamo alla lotta contro il “nemico” (i privilegiati che possono essere i miliardari come l’intero ceto borghese, piccoli e medi compresi). C’è, di fondo, la sensazione che la sinistra socialista e la destra identitaria rimangano abbiano fini diversi, ma siano sullo stesso fronte nella battaglia contro la liberaldemocrazia. Non a caso entrambi i fronti tendono a scagliarsi contro il “pensiero unico”, noto anche come “pragmatismo capitalista”.

Un concetto interessante perché dimostra che cercare, da parte dei riformisti, un dialogo con il populismo “buono” (quello che parte del PD sta cercando di fare con la cosiddetta sinistra del M5S) sia quantomeno controproducente, se non totalmente errato.

Perché dovrei credere che i populisti cattivi dicano cose sbagliate, se alla fine i riformisti si sono alleati con i populisti (buoni)?

Esemplare, in questo senso, dovrebbe essere la Germania dove mentre la sinistra SPD arranca nel suo Corbynismo, l’elettorato riformista e liberal sia migrato verso i Verdi ed il loro messaggio innovativo.


Il Caffè e l’Opinione.

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