Conte bis: la legittimazione finale del populismo dei 5 Stelle

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In due settimane siamo passati dal collasso del governo, alla sua risurrezione, al sacrificio del PD al trionfo di Conte e dei 5 Stelle.

“Come possiamo sconfiggere il nazional-populismo? Semplice, alleandoci con il populismo. Solo in Italia, la terra in cui tutti i politici si sentono Macchiavelli, si può arrivare a questa soluzione”.

In una frase, Jacopo Iacoboni, giornalista de La Stampa e autore di due libri-inchiesta – l’Esperimento e l’Esecuzione – sul MoVimento 5 Stelle che consiglio, ha espresso un pensiero magari non maggioritario, ma certamente abbastanza comune.

Lo condivido totalmente: seguendo la chimera di abbattere il nazional-populismo senza un’offerta politica, la dirigenza di quel poco che rimane delle forze costituenti del paese, si è alleata con il populismo.

Legittimandolo.



Conte l’umanista

Nell’ottica della “svolta”, il vecchio/nuovo Premier, Giuseppe Conte, annuncia che cercherà di “recuperare il tempo perduto per consentire all’Italia di svolgere il ruolo che merita” e che renda “il paese migliore”, un “modello di riferimento internazionale” nel “quadro di un multiculturalismo efficace fondato su collocazione euroatlantica e integrazione europea”.

Questo nuovo paese verrà animato da “un nuovo umanesimo” dove “l’istruzione sarà aperta a tutti e di qualità” e che “primeggi” nella “protezione della biodervisità” e con “infrastrutture sicure”. Un Bengodi che avverrà “nonostante la congiuntura internazionale che presenta alcune criticità”.

Ascoltando il Premier non si può non notare la perfezione raggiunta nelle ultime settimane dalla coppia Conte-Casalino perché verrebbe quasi da dargli fiducia al Premier-per-caso, il quale, dopo 14 mesi di Governo a fare il notaio di Di Maio e Salvini, si è scoperto statista giusto in tempo per rimanere a Palazzo Chigi e convincere il PD a sostenerlo.

Nonostante questo sia lo stesso Conte che ha difeso Salvini sul Russiagate, che ha approvato e firmato i Decreti Sicurezza, ha chiuso i porti, si è ascritto addosso il caso Diciotti (“era un’azione di Governo, che i magistrati ci inquisiscano tutti” disse il Premier in quei giorni) arrivando a cercare visibilità nazionale con il Decreto Genova (quello con il condono a Ischia per ricordare). E che sarebbe ancora lì a farlo, se Salvini – in un caso di harakiri che passerà alla Storia – non avesse fatto cadere il governo.


Conte, il sopravvissuto

Eppure il vincitore assoluto della crisi agostana è proprio Conte sia per meriti suoi che per demeriti altrui, ovvero Di Maio e Salvini. Mentre Di Maio è colpevole di aver perso la battaglia della popolarità, l’oramai ex-Ministro dell’Interno è il principale imputato perché, dimostrando un’inettitudine politica che ti fa chiedere come possano tutti averne così paura, ha sottovalutato la volontà di parti cospicue del Parlamento di andare ad elezioni.

Senza la crisi da lui stesso aperta, Conte e il M5S sarebbero ancora con la Lega, invece, grazie dell’immediata reazione di parte del PD, Conte – e la Casaleggio– hanno prontamente scaricato Salvini e marginalizzato Di Maio. Cosa, quest’ultima, cha permesso alla SRL milanese di ribadire chi comanda nel MoVimento.

Conte, in questo, si è trovato con un ruolo tanto inedito quanto improbabile: quello del “servo dello Stato” e dell’uomo di fiducia di mercati, partiti ed istituzioni. In soli comodi 40 minuti al Senato (dove pochi giorni prima aveva difeso Salvini sul Russiagate), sfruttando al massimo la “paura di Salvini” in un intervento che passerà alla storia per il punto più alto della spettacolarizzazione della politica e l’uso mediatico delle istituzioni.


Conte, il democristiano

Il tutto, come sottolinea Ferdinando Giugliano su Bloomberg, senza che Conte abbia mai capito che fare il Premier sia il lavoro più importante del paese, molto di più di fare il “notaio” di Governo (e aumentare le proprie ambizioni personali).

Infatti, negli ultimi 14 mesi, Conte ha avuto un unico pregio, è stato capace – da avvocato – di adattarsi alle richieste dei propri clienti. Così, da faccia pulita del nazional-populismo gialloverde, egli ha indossato la giacchetta del costituzionalista, dell’atlantista, del multiculturalista e del moderato.

Le indubbie capacità comunicative della Casaleggio Associati hanno aiutato, ma tali amorevoli cure sarebbero state inutili, senza l’ambizione del personaggio (ricordiamo che Conte è arrivato a falsificare il proprio curriculum) e quella mediocrità spacciata per furbizia che gli permette di adattarsi velocemente e senza rimorsi alla mutata situazione politica.

Una dote da sempre tipica – e cara – alla cultura politica democristiana. Considerando che l’uomo ha dimostrato capacità di sopravvivenza politica e ambizione personale, non mi stupirei se il suo nome rientrasse, nel 2022, nel pool dei candidati alla Presidenza della Repubblica.


Quel piccolo problemino della continuità

Ma come sarà questo governo che non deve essere come il Conte I, ma ha una maggioranza per due terzi identica (secondo il principio dell’intercambialità destra-sinistra cara a Casaleggio)?

Zingaretti, ignorando che il suo partito stia, di fatto, sostituendo la Lega in un governo politico, parla di svolta e di discontinuità ovviamente senza che ci sia un programma. Dall’altro lato, Di Maio rivendica l’esperienza di governo con l’estrema destra (porti chiusi? sicurezza bis? scontro – inutile – con la UE?) e Conte, da buon cerchiobottista democristiano, dice tutto senza dire nulla (ma con moderazione).

Anche perché, pur se al sicuro alla Camera, la nuova maggioranza non può prescindere, al Senato dall’apporto di Leu, Misto e Autonomie creando un’instabilità sul medio termine che potrebbe avere tentennare su questioni come la TAV o, sembrerebbe assurdo, ma è così, sul decreto sicurezza.

In molti, area PD, si aspettano la discontinuità su migranti e ONG, immaginandosi porti aperti ma ignorando che il Ministro della Difesa Trenta e quello dei Trasporti Toninelli, entrambi espressione dei 5 Stelle, hanno controfirmare il divieto d’ingresso in acque italiane della nave Mar Jonio, non 3 settimane fa, ma mentre Conte saliva al Colle.

Sicuramente non avremo più le dirette Facebook con “no, no, no, i porti rimangono chiusi”, ma il termine “taxi del mare” è di Di Maio, non di Salvini e forse basta per distogliere lo sguardo dalla Bossi-Fini e dal vero obbrobrio, il dl Minniti, quello che ha decimato le ONG nel mediterraneo e legalizzato i centri di detenzione in Libia. Luoghi descritti dai migranti e da chi li cura – lì e in Italia – come veri Lager dove questi vengono ammassati, torturati e ricattati.



Il populismo reale

Difficile che ciò succeda, perché anche se ora pare comodo pensare che il MoVimento 5 Stelle verrà “normalizzando” in Italia e in Europea e che la svolta governista stia allontanando i “servi di Salvini” – Di Battista, Toninelli, Di Maio – questo rimane un partito populista.

Lo era alle sue origini con Grillo e Gianroberto Casaleggio, lo è tuttora nel suo modo di esprimersi (l’attacco politico cavalcando fake news) e in come fa politica.

“Se populismo significa ridurre lo iato tra popolo ed élite, restituendo al popolo la sovranità […] rivendichiamo di essere populisti” disse l’11 dicembre 2018 alla Camera il premier incaricato Giuseppe Conte. Per quanto il suo discorso suoni intellettualmente più elevato (“iato”) di uno qualunque di Salvini o Meloni, il concetto – lo scontro surrettizia fra il popolo e l’èlite – rimane lo stesso.

Come racconta benissimo la scrittrice e giornalist turca Ece Temelkuran in “Come sfasciare un paese in sette mosse” – saggio basato sul vivere il populismo turco addosso – è proprio grazie a questa dicotomia imposta dall’alto (il demagogo) che nascono e prosperano tutti i populismi, che si tratti di quello trumpiano come di quello chavista, di quello erdoganiano a quello di Salvini o del 5 Stelle, da quello britannico dei vari Johnson e Farage a quello francese di Marine Le Pen. In qualsiasi caso è sempre il “noi” contro il “voi”, la gente reale contro le élite (intellettuali, politiche, economiche, lavorative, geografiche, scientifiche etc.).

Difficile non riconoscere la retorica classica del MoVimento in queste affermazioni. Difficile non riconoscere come ancora prima della salita al potere nella Lega di Salvini, il 5 Stelle portava già in giro tali slogan per il paese.


L’alternativa

La cosa più assurda, almeno per il vostro scriba, è che mentre il paese si bloccava nel ragionamento binario “o così o Salvini vince”, quella stessa classe politica che si condannava al Conte bis ha evitato di guardare alle alternative. Che non erano solo le elezioni, ma che comprendevano un reale governo di scopo sostenuto esternamente dagli stessi partiti. Un governo con un programma ben delineato che avrebbe permesso quantomeno di risolvere dei nodi essenziali: messa in sicurezza dei conti, legge elettorale senza premi di maggioranza (così da evitare realmente che il 40% diventi il 60% del parlamento). Un Dini 2.0, che avrebbe evitato il matrimonio e inchiodato i 5 Stelle (se non anche la Lega) alle proprie responsabilità economiche e sociali (i decreti sicurezza e quelli diginità) visto che non siamo ancora nell’emergenza che fu il Governo Monti.

Invece, si è optati per un Governo politico di legislatura ed in pochi giorni il M5S ha approvato il nuovo governo, riguadagnato consenso elettorale e “nascosto sotto il tappeto” il disastro che è stato il Governo Conte. Abbiamo assistito ad una nuova narrazione, dove gli obbrobri del Governo Conte sono colpa di Salvini (IVA inclusa) che ha attecchito immediatamente cavalcando il terrore trasversale del popolo stesso verso l’estrema destra, considerata (ma è veramente così?) come invincibile.

Così, il populismo di massa, figlio del populismo-leaderista berlusconiano, e corresponsabile, con quest’ultimo, dell’ascesa del nazional-populismo salviniano, si è rifatto il trucco. Non solo, è riuscito anche a realizzare, in un solo colpo, un doppio miracolo: inventarsi un “leader”, il mediocre Conte, e dimostrare che alla fine sì, destra e sinistra non esistono più, esiste solo il popolo, tant’è che la sua espressione “pura”, il MoVimento può governare sia con la Lega che con il PD.


Le domande sul Conte bis

Come detto fin qui, dimenticarsi del populismo del 5 Stelle è un grande errore.

Per il populista le istituzioni e i loro meccanismi sono lo strumento di privazione della sovranità popolare e questo è un altro punto fermo del MoVimento, ribadito ancora quest’inverno dal dominus Davide Casaleggio nel riproporre la conversione dello Stato italiano – e delle sue istituzioni – alla democrazia diretta.

A questo, si unisce un certo modo di affrontare le questioni economiche – che rimangono il motore del paese e senza cui non si fa politica – con la medesima superficialità dei 14 mesi precedenti. “Ma c’è il PD” dirà qualcuno, sì che non ha mai brillato per capacità reali di portare crescita al paese. Per quanto se ne vantino Renzi e Boschi, la “crescita” del 2013-2017 è stata quasi totalmente esogena e quel governo non è stato capace di sfruttare spazi di manovra europea, congiuntura positiva e spread basso per cambiare strutturalmente né il cuneo fiscale né la crisi di produttività del paese.

Questo potrà contare su una Commissione apertissima a dare flessibilità a chiunque tenga i nazionalisti fuori dal Governo, ma a che prezzo se, alla fine, l’Italia perderà ancora il treno della crescita inseguendo slogan vuoti come “riconversione rinnovabile” (come, con che fondi, come volete riconvertire le linee di produzione e i lavoratori?) e “Investimenti redistributivi (leggasi: Reddito di Cittadinanza 2.0)?



Questo, più che il resto, è il rischio vero del Governo Conte II, ovvero che ancora per tot mesi (anni?) la politica italiana sia contaminata dalla propaganda, dall’illusione e dalla mancanza di realtà, quella che racconta che siamo un paese in reale crisi demografica, non attrattivo per investimenti umani e di capitali interni ed esteri, con un sistema socio-economico che è nella sua totalità causa del declino del paese, legato ad una burocrazia che è diretta discendente della partitocrazia degli anni 70 e ancora prono a litigare sull’Europa.

E che il “centrosinistra” ovvero l’alveo costituzionale rappresentato da socialisti, socialdemocratici, liberali, liberal, progressisti, moderati e cattolici (tutte anime del PD) come anche la “sinistra” (quel che resta di Leu) vengano contagiati ancora di più dal germe del populismo.

A quel punto, sulla strada verso il declino, sarebbe difficile trovare ostacoli.


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