La prova del nove: il Medio-Oriente di fronte al Kurdistan - CO Reloaded del 21-9-2017

 Il presidende della regione autonoma del Kurdistan iracheno: Mas'oud Barzani. Foto: Wathiq Khuzaie/Getty Images News / Getty Images

Il presidende della regione autonoma del Kurdistan iracheno: Mas'oud Barzani. Foto: Wathiq Khuzaie/Getty Images News / Getty Images

I retroscena, le alleanze e i nemici dell'indipendenza del Kurdistan. Perché un referendum "scontato" potrebbe essere la chiave per il futuro dell'intero Medio-Oriente, o l'ennesima scintilla di un conflitto infinito.

Perché il referendum per l'indipendenza del Kurdistan è così importante?

Uno dei principali problemi del Medio-Oriente, ed ostacolo più grande ad una sua stabilizzazione, è il divario che sussiste fra il concetto di "stato-nazione all'Europea", tramite cui la regione è stata suddivisa proprio dagli europei dopo la Prima Guerra Mondiale, e la realtà delle componenti socio-culturali che la costituiscono. 

Fra i tanti esempi, la divisione dei Curdi fra Turchia, Iran, Iraq e Siria. Una mera goccia in un oceano di "errori" che, nello specifico, è risultato in conflitti locali e atti di guerriglia, ma che ora, proprio grazie al referendum, potrebbe sancire la fine di questo sistema.

Si tratterebbe, infatti, della prima volta in cui la "nascita di uno stato" non seguirebbe i confini "europei" della fase della "de-colonizzazione", come avvenne per la Siria, ad opera della Francia, e l'Iraq, per mano del Regno Unito, ma attraverso un processo interno di rivendicazione del proprio status nazionale. Questo potrebbe dare il via ad un effetto domino che non rimarrebbe limitato ai diversi Kurdistan (primo fra tutti quello siriano, poi quelli iracheno ed iraniano), ma finirebbe per toccare anche i Sunniti del nord-Iraq, le minoranze iraniane e curde, il Libano e via via tutto il Medio-Oriente.

Per questo, non bisogna derubricare a semplice retorica nazionale la scelta del popolare canale di news curdo-iracheno Rudaw di definire il referendum, "la questione del secolo".  E, sempre per questo motivo, non è difficile comprendere la generale avversione che il referendum suscita  nelle varie potenze regionali, soprattutto mentre la data di lunedì 25 settembre, il giorno del referendum, si avvicina sempre di più.

Da leggere per approfondire:

- gli accordi Sykes-Picot: Limes

- olte Sykes-Picot, tutti gli errori in Medio-Oriente: al-Jazeera


 Photo by {artist}/{collectionName} / Getty Images

Photo by {artist}/{collectionName} / Getty Images

Quali sono le questioni?

In fondo, il problema è semplice: il Kurdistan iracheno, autonomo all'interno dell'Iraq dal 1992, vorrebbe diventare indipendente, quasi una forma di ricompensa per aver combattuto, negli anni, sia contro Saddam Hussein che contro al-Qaeda e, infine, contro lo Stato Islamico. 

Fin qui nessun problema, anche perché il Kurdistan è già dotato di un'amministrazione parallela, di rappresentanze diplomatiche, di confini stabiliti e di accordi commerciali. Quindi?

Il problema è in che cosa consista il Kurdistan iracheno. Per l'Iraq sarebbe i confini stabiliti nella costituzione del 2005 e che comprendono le province di Duhok, Erbil e Sulemaniye. Per i curdi questo consta anche delle cosiddette zone contese ovvero: il Makhmour ad ovest di Erbil, il Sinjar attorno a Mosul fra Siria e Turchia, il Diyala ad est di Baghdad e, soprattutto, Kirkuk ed i suoi campi petroliferi. Tutte queste zone sarebbero parte integrante dell'Iraq, ma sono passate, durante l'offensiva contro lo Stato Islamico,sotto amministrazione curda..

Secondo la legge approvata lunedì 18 dal Parlamento curdo, il voto referendario dovrebbe avvenire anche in queste aree contese sancendone, nei fatti, l'annessione da parte del Kurdistan. Un evento non accettabile dal governo iracheno.

Grazie a Kirkuk, il nuovo Kurdistan si troverebbe a vantare una forte produzione di idrocarburi entrando di diritto fra i maggiori produttori mondiali di greggio. Annettere i Makhmour e del Sinjar gli garantirebbe, inoltre, il controllo di tutti i maggiori oleodotti verso la Turchia, nei fatti assicurando la ricchezza e la "sicurezza" del nuovo stato. Infine, staccandosi da Baghdad, il Kurdistan guadagnerebbe la totale indipendenza economica, potendo gestire da solo i proventi del proprio petrolio, che ora sono controllati e redistribuiti dal governo iracheno.

Da leggere per approfondire:

- il petrolio ed il Kurdistan, la risorsa per la sopravvivenza:  Medium


Chi si oppone?

Il clima, negli stati attorno ad un futuro Kurdistan indipendente, non è dei migliori.

Mettendo assieme il referendum curdo-iracheno e la costituzione non-ufficiale della "Federazione Democratica della Siria del Nord", il ministro degli esteri turco Binali Yildirim ha minacciato ritorsioni anche militari verso "coloro i quali" cercando di creare "stati artificiali" in Iraq e Siriia stanno minacciando la "sicurezza dei confini turchi".

Per rendere l'idea, esercitazioni delle forze armate di Ankara si sono svolte al confine fra Kurdistan e Turchia nella giornata di lunedì 18 settembre.

Non dissimile l'atteggiamento Iraniano, anche se velato da un accenno di diplomazia. In una recente intervista, il Generale Soleimani, comandante delle truppe scelte della Guardia Rivoluzionaria, ha comunicato al governo di Erbil, capitale del Kurdistan, che Teheran, in caso di indipendenza, "potrebbe garantire" la sicurezza del nuovo paese nei riguardi di azioni militari provenienti dalle milizie sciite dell'Iraq del Sud.

Tradotto dal complesso linguaggio politico mediorientale: "non vi attaccheremo, ma i nostri alleati paramilitari sì, a buon intenditore..."

Non consentiremo di creare un altro Israele nel nord dell’Iraq
— Nouri al-Maliki, vice-Presidente dell'Iraq, ex-Primo Ministro sulla questione curda

A queste si potrebbe associare un'azione militare da parte dello stesso governo di Baghdad. Il Primo Ministro al-Abadi si è già espresso in maniera negativa sulle tempistiche ed i confini stessi del referendum, sottolineando come questo non possa coinvolgere quei territori attualmente contesi fra Erbil e Baghdad: Kirkuk, il Diyala ed il Sinjar. Ancora più duro il vice-Presidente iracheno al-Maliki, molto vicino a Teheran. 

L'Iraq, dice il Presidente interpretando il pensiero iraniano, "non permetterà la nascita di un altro Israele nel Nord dell'Iraq", citando il supporto arrivato da Tel Aviv verso il referendum curdo, appoggio peraltro noto da tempo visto i buoni rapporti che intercorrono fra i Curdi iracheni ed Israele. Per al-Maliki "il nemico sionista" sarebbe, per l'Iraq, una minaccia ancora più grande del terrorismo, ed il referendum curdo non sarebbe che un capitolo "nell'aggressione politica, mediatica ed economica" di Israele verso Baghdad.

Tradotto dal difficile linguaggio politico mediorientale: "l'Iraq non permetterà ai nemici dell'Iran di costruire una roccaforte così vicina ai suoi confini". Per ora, però, tale disputa rimane ferma al livello giuridico e diplomatico.

I tre paesi hanno inoltre sottoscritto, mercoledì 21 settembre, un appello congiunto in cui chiedevano ufficialmente al governo curdo di posticipare il referendum.

La situazione ha del paradossale. Ancora un anno fa durante la crisi dell'ISIS, tutti e tre questi paesi hanno lodato l'azione militare curda nei confronti dello stato islamico, plaudendone la resistenza, primi fra tutti l'Iran e lo stesso governo iracheno. La stessa Turchia, impegnata in una guerra pluridecennale contro il PKK e impensierita dall'espansionismo curdo in Siria, aveva in Erbil uno dei propri referenti commerciali e militari principali. Ora di fronte a delle richieste che i Curdi non hanno mai nascosto, il Kurdistan è diventato una minaccia.

Da leggere per approfondire:

- i venti di guerra: al-Monitor

- come l'Iran tenta di fermare il referendum: al-Monitor

- il nodo Kurdistan: il Caffè e l'Opinione


Chi supporta, invece, il referendum?

A parte la Russia ed Israele, oltre ovviamente ai vari partiti e movimenti della diaspora curda, solo la Francia si è espressa a favore del referendum, ma non dell'indipendenza.

A conclusione del proprio intervento alle Nazioni Unite di mercoledì 20 settembre, infatti, il Presidente francese Emmanuel Macron ha sottolineato come la Francia non si opponga al referendum ed accetterà il risultato qualunque esso sia. Il governo del KRG, continua Macron, non dovrebbe però perseguire l'idea dell'indipendenza, bensì usare il risultato per potenziare la propria rappresentanza a Baghdad salvaguardando l'unità del paese.

Ambigua la posizione statunitense. Sulla carta gli USA non hanno mai osteggiato l'indipendenza del Kurdistan, senza mai, in realtà, neanche appoggiarla. Il pragmatismo dell'attuale amministrazione, interessata alla "lotta contro i terroristi" e non alle nuance della politica locale, ha spinto Washington dapprima verso il silenzio, poi a derubricare il tutto a "una questione locale", ed infine all'accorato "consiglio" di rinunciare al referendum

In Medio-Oriente ha assunto una posizione di mediazione l'Arabia Saudita. Riyad sarebbe contraria alla celebrazione del referendum, il quale andrebbe sospeso. Al suo posto, ha detto il governo saudita, il paese si sarebbe offerto come mediatore fra Baghdad ed Erbil, allo scopo di far cessare e risolvere le dispute esistenti fra i due paesi.

Da leggere per approfondire:

- la posizione europea sul referendum: The Economist

- gli errori USA nei confronti del Kurdistan: Kurdistan24


Come è la situazione interna?

Avvicinandosi la data del referendum, anche il fronte interno comincia a spezzarsi. La causa principale è la pressione internazionale, ma questa si basa su una frattura già esistente fra le forze politiche curde.

La decisione di tenere il referendum nel 2017 senza consultare né gli alleati internazionali né Baghdad, nasce da una determinazione diretta del Presidente della Regione Autonoma (KRG) Mas'ud Barzani. Per i il KPD, il Paritito Democratico del Kurdistan dello stesso Barzani, il referendum sarebbe necessario per rafforzare la sicurezza del Kurdistan di fronte al terrorismo internazionale. Pur sostenendo l'indipendenza, per le opposizioni le tempistiche del referendum sarebbero però legate ad altri motivi.

Sia Gorran che il PUK, storico avversario del KPD, oltre che Komal il Gruppo Islamico del Kurdistan, ritengono infatti che Barzani voglia usare l'arma dell'indipendenza - ed il suo ruolo in essa - per i propri scopi politici. Innanzitutto distogliere l'attenzione sui problemi economici del paese - blocco degli stipendi nella pubblica amministrazione, crisi dei rifugiati, crollo dei prezzi del petrolio - e far passare "de facto" la riforma in senso presidenziale del governo del Kurdistan.

Le medesime tensioni avevano generato, nel 2015, la sospensione ad oltranza dei lavori parlamentari, fino alla riapertura del Parlamento di Erbil in tempo per votare la legge referendaria. 

In quella sede, i 24 parlamentari di Gorran ed i 6 di Komal hanno cercato di bloccare il referendum, definendo l'intera procedura di approvazione dello stesso, "un colpo di stato istituzionale". Gorran, e Komal, hanno poi ribadito la propria adesione agli ideali indipendentisti, ma solo "quando i tempi saranno maturi".

Per i due partiti, il rischio sarebbe "la guerra con Baghdad" e la possibilità di "rinunciare alle zone contese come Kirkuk", perdendo, quindi, "quasi metà del territorio". Invece di procedere nel referendum, Erbil dovrebbe seguire il consiglio dell'ONU, degli Stati Uniti e dell'Unione Europea, ovvero posticipare il referendum e riaprire il dialogo con Baghdad.

Dopo aver inizialmente accettato la scelta di Barzani, anche il PUK, il partito che controlla gran parte della provincia di Sulemaniye, ha espresso i propri dubbi sull'idea di tenere il referendum anche nei territori contesi.

 

Da leggere per approfondire:

 

- un riassunto sulla caotica politica interna del Kurdistan: al-Jazeera

- sull'importanza del Kurdistan nella questione rifugiati: Governo KRG

- i curdi e la crisi politica in Iraq: Institute for the Study of War


Possibile riaprire il dialogo?

Per il Presidente Barzani sì, ma solo se arrivasse dalla comunità internazionale, la certezza che questo porti "inequivocabilmente" all'indipendenza.

Al seguito dell'incontro di Erbil fra il Presidente ed il Segretario alla Difesa britannico Micheal Fallon, il leader curdo si sarebbe detto disponibile a sospendere il referendum e riaprire il dialogo con l'Iraq se la comunità internazionale si facesse garante di questi negoziati.

Il problema però, ha chiosato Barzani, è che nessun partner, né gli Stati Uniti, né l'ONU, né l'Unione Europea possono garantire la disponibilità di Baghdad ad affrontare il tema dell'indipendenza. Per questo, il Kurdistan sarà ben disposto a discutere con il governo iracheno, ma solo dopo la celebrazione del referendum.

Da leggere per approfondire:

- cosa ci guadagnerebbero i Curdi nel posticipare il referendum: Kurdistan24

- il referendum come arma politica: Kurdistan24


Per concludere, una riflessione amara.

Forse lunedì non succederà nulla, il referendum darà il suo scontato risultato, ma nelle ore che seguiranno non ci sarà nessuna dichiarazione di indipendenza e nessuna marcia di soldati (iracheni, iraniani, miliziani, turchi, etc.) verso Erbil. Forse tutto si ridurrà in una "nuova" arma politica volta a rafforzare l'autonomia curda e intavolare veri e proprio negoziati con Baghdad.

Con gli occhi della ragione, questo sembra lo scenario più plausibile e, perché no, più auspicabile. Eppure la mancanza di un "rischio conflitto" non cancella l'importanza epocale di questo voto e le possibili conseguenze che potrebbe avere su altre aree del Medio-Oriente. 

L'Europa, ed i paesi occidentali in generale, guardano con apprensione il voto curdo, chi per paura di nuovi conflitti chi per il rischio di ulteriore instabilità e crolli ulteriori del prezzo del petrolio. Certamente una guerra non è auspicabile, ma la storia europea, la "nostra" storia, ci ha insegnato che, talvolta, l'instabilità politica è propedeutica al miglioramento della situazione.

Se dalle ceneri dell'Iraq - e della Siria - nascessero nel futuro degli "Stati" pienamente nazionali, o federazioni politiche coese, quelle crisi si saranno dimostrate importanti, in barba al desiderio di tranquillità dell'Occidente. 


Fra referendum ed indipendenza, il Kurdistan come specchio del futuro Medio-Oriente - CO Reloaded del 29-8-2017