Dal Torino Film Festival: Rey - il Caffè al Cinema del 12-01-2018

Fra film a soggetto e documentario simulato, Rey è il racconto di un'impresa drammatica e straordinaria: il grande sogno, quasi realizzato, di Orélie-Antoine de Tounen in Cile.

L’avvocato francese, di lignaggio nobile, Orélie-Antoine de Tounens decise, nel 1858, di intraprendere una spedizione nelle regioni dell’estremo sud del continente americano, nella fattispecie Araucania e Patagonia.

I suoi scopi non sono scientifici: egli vuole fondare un nuovo regno, radunando sotto di sé i cacicchi dei gruppi indios locali. Per compiere l’impresa, Orélie-Antoine prende contatto in anticipo con i capi stessi, e poi va ad incontrarli per sobillarli contro il governo cileno, che non era mai riuscito a gestire l’ostilità e l’irruenza delle popolazioni native di quelle regioni, le quali popolazioni (in particolare i Mapuche) godevano pertanto già di una relativa autonomia.

La messa in scena di luoghi, eventi e personaggi tanto estremi e fuori del comune è sviluppata, in “Rey”, in cinque capitoli attraversati da una rappresentazione duplice, costruita sull’alternanza di sequenze dal sapore teatrale e di passaggi più tipici di una narrazione cinematografica, che sovente sconfina nelle forme della meta-narrazione.

Il processo all’invasore ed eversore si svolge tra figure dotate di maschere rigide, quasi pupi siciliani, che mettono in scena l’ineluttabilità di un destino già scritto e la rigidità delle autorità, ma anche la dimensione ai limiti del reale della condotta che viene attribuita all’avvocato francese.

Novello Lope de Aguirre, o Fitzcarraldo ante-litteram, Tounens è in parte un sognatore romantico, in parte un anacronistico e delirante folle che difficilmente riuscirebbe ad adeguarsi al suo stesso – troppo assurdo e troppo lucido – piano.

Il racconto della spedizione ai confini del mondo è pertanto affidato ad una forma cinematografica che ricorda in parte lo stile di Herzog, ed è articolato con grande perizia tra finte (e impossibili) immagini d’epoca (in realtà trattasi di pellicola alterata in modo artificiale, così da ottenere effetti come scolorimenti, graffi e sfocature), passaggi onirici che in parte possono far pensare a Jodorowski (soprattutto nei momenti in cui intervengono spiriti e sciamani), momenti quasi documentaristici e giochi di luci.

Complessivamente, il raffinato secondo lungometraggio di Niles Atallah è un omaggio bellissimo, quasi toccante ad un personaggio che è il ritratto dell'ostinazione, del coraggio di sognare ad occhi aperti e di crederci fino a rischiare tutto.

Presentato fuori concorso al Torino Film Festival 2017 nella rassegna “Festa Mobile”.


Come finì per Orélie-Antoine de Tounens

Orélie-Antoine de Tounens morì nel 1878, solo e povero, a quanto pare, a Tourtoirac, in Dordogna (Nuova Aquitania). Nel cimitero locale è presente la lapide dedicata a lui, ma mancano le sue spoglie, che non si sa dove siano andate a finire.

Della sua impresa restano i titoli nobiliari del Regno di Araucania e Patagonia, che ancora oggi vengono tramandati in Francia (per la cronaca, l’ultimo pretendente al trono è morto il 16 dicembre 2017), oltre che le memorie e diversi cimeli, che nella seconda metà degli anni ’80 sono serviti da base per trattati e romanzi, e per almeno un film per la televisione e un altro lavoro cinematografico.


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Rey

Cile/Francia 2017

Regia di Niles Atallah

Durata 91'

Sito Ufficiale

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