Come ti festeggio la Liberazione: la lunga marcia da Lubiana a Pyongyang - il Caffè al Cinema del 2-12-2017

 Una cosa folle: i Laibach in Corea del Nord

Una cosa folle: i Laibach in Corea del Nord

Un concerto dei Laibach, band slovena che ha fatto la storia del genere industrial, in Corea del Nord: un’operazione audace e dal grande potenziale creativo? Certamente una trovata geniale, ma forse le aspettative sono andate in parte deluse.

Una notizia surreale, troppo assurda per essere una leggenda metropolitana: il gruppo industrial ed avanguardista sloveno dei Laibach suoneranno in Corea del Nord in occasione delle celebrazioni per il settantesimo anniversario della liberazione del paese dall'occupazione giapponese, uffucialmente avvenuta il 15 agosto 1945. Gli organizzatori sono il regista norvegese Morten Traavik e il suo collega lettone Uģis Olte.

Tutta l’arte è soggetta a manipolazione politica, tranne quella che parla la lingua della stessa manipolazione.
— Laibach

L’avanguardia slovena. I Laibach, una delle leggende (benché talvolta mal compresi e bersagliati da dure polemiche) della musica pop-rock elettronica e industriale, sono figli della Jugoslavia. Nacquero nell'anno della morte di Tito, e pochi anni più tardi avrebbero fondato il collettivo artistico NSK (Neue Slowenische Kunst), per poi rimanere "orfani", come affermano in modo esplicito, al momento della disgregazione della Jugoslavia.

I Laibach vengono spesso fraintesi e considerati controversi e portatori di messaggi ambigui. Di sicuro non hanno mai fatto molto per evidenziare il portato riflessivo (in parte ironico) e desacralizzante delle loro esibizioni, anche perché indulgono, tanto nelle ritmiche quanto nelle iconografie, ad un'estetica militaresca, benché a volte bizzarra.

Il grande merito della band, sottolinea Slavoj Žižek, è, in realtà, quello di saper portare allo scoperto “il carattere totalitario di ogni società, anche la più democratica”.

 Il concerto. Foto: Genna Purkiss

Il concerto. Foto: Genna Purkiss

Ritmo e viaggio. Un viaggio, quello da Lubiana a Pyongyang raccontato con ritmo. Si parte attraversando quasi un secolo di storia dell’Asia Orientale e si giunge progressivamente a mostrare le analogie tra tipi diversi di partecipazione di massa: i rituali legati alla propaganda e all'ideologia di stato (spesso dai caratteri marziali) da un lato, e i grandi concerti rock, dall'altro.

Partite di calcio e concerti rock – affermano gli autori del documentario - sono le uniche forme di adorazione di massa rimaste “nell'Occidente illuminista”.

Per il resto, la pellicola è dedicata soprattutto al viaggio e ai preparativi del concerto di Pyongyang. Per quanto il teatro che dovrà ospitare l'esibizione sia di recentissima costruzione e molto ben rifinito, le difficoltà tecniche non sono poche, ma con tenacia e pazienza vengono tutte superate o aggirate; in fondo, si commenta nel film, “tutto è difficile, ma tutto è col sorriso”. Neanche mancano frizioni con i responsabili locali del cerimoniale e dell'organizzazione delle celebrazioni, ma tutto riesce sempre a ricomporsi, in un modo o nell'altro.

Più serie e preoccupanti sono le tensioni e le provocazioni che in quegli stessi giorni si intensificano lungo il confine con la Corea del Sud, fino a far temere la deflagrazione di un conflitto armato che sarà scongiurato dall’affermazione del buon senso solo poco prima del giorno di festa.

Ed il Live? Quello che nel film si perde, però, è la parte culminante di tutto il percorso, vale a dire l'esibizione dal vivo e l'interazione dei Laibach con gli spettatori, la quale viene trattata in modo distratto.

Del concerto - fatto anche di cover di brani tradizionali e nuovi successi coreani - si vede solo qualcosa e l’esibizione, a dispetto delle barriere culturali fra musicisti e spettatori locali, sembra essere andata bene, ma a mancare è soprattutto la musica: il montato lascia infatti solo intravedere la continuità e i tratti di spontaneità dell'evento.

L’assenza della musica. Rimane la sensazione che, alla fine, il lavoro di Traavik e Olte rimanga lacunoso in quello che dovrebbe essere il suo fulcro: il live.

Tutto sommato, sembra quasi che Traavik - titolare della grande intuizione del concerto in Corea del Nord - abbia teso a conferire a sé un ruolo primario nel film, piuttosto che lasciare che la storia si sviluppasse autonomamente, facendosi da parte al momento giusto, vale a dire quando i riflettori sono puntati sui musicisti.


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Liberation Day

(Norvegia, Lettonia)

Regia: Uģis Olte e Morten Traavik

Anno: 2016

Durata: 98'

Produzione: Traavik.info & VFS Films (in coproduzione con Mute Records, Norsk Fjernsyn, Staragara)

Sito ufficiale


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