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Il CETA (e qualsiasi accordo commerciale) fa bene al “made in Italy”

Il CETA non è un pericolo per il “made in Italy”, anche perché occorre capire cosa sia questo fantomatico “made in Italy”!

Prima ancora che venissero nominati il vasto contingente di sottosegretari e viceministri, il nuovo governo ha già regalato una piccola grande emozione: la polemica sul CETA – l’accordo commerciale fra Canada e UE – fra PD e 5 Stelle. Il casus belli è stata l’intervista a Radio 24 del neo-Ministro dell’Agricoltura Teresa Bellanova in cui l’esponente democratico si è espressa a favore della ratifica dell’accordo fra UE e Canada.

“La battaglia contro il CETA è una battaglia identitaria del Movimento 5 Stelle” sottolinea critico su Facebook il senatore Michele Giarrusso. “Uno dei compiti del governo che nascerà” confermano in una nota i senatori M5S in Commissione Agricoltura “sarà quello di mettere un punto fermo sulla questione del CETA […] la ratifica di questo accordo, ricordiamo, danneggia pesantemente il made in Italy e tutta la filiera nostrana”.

Parole che riprendono quelle proferite da Luigi Di Maio – allora Ministro dello Sviluppo Economico – all’assemblea di Coldiretti di inizio anno in cui l’attuale responsabile della Farnesina minacciava di sospendere eventuali funzionari ministeriali che avessero difeso il CETA.

Ovviamente contro le parole del Ministro e in linea con il MoVimento 5 Stelle si sono schierate la Lega, Coldiretti e varie sigle parlamentari e non di sinistra. Perché il CETA è dannoso per il Made in Italy e la filiera nostrana, o no? Ovvero, davvero questo trattato rischia di distruggere la nostra agricoltura e massacrare la nostra economia al punto da esserne così contrari?


I farmaci made in Italy

CETA, commercio, canada, OEC

La risposta rapida è, ovviamente, NO. Quella complessa richiede di capire sia cosa sia il CETA che che cosa esportiamo come paese e cosa sia realmente il tanto sbandierato Made in Italy. Per farlo – su suggerimento del gruppo di Liberi, oltre le illusioni – useremo i grafici dell’’OEC (The Observatory of Economic Complexity) elaborati partendo dai dati dell’United Nations International Trade Statistics Database del 2017.

Grazie questi, “scopriamo” che la nostra bilancia commerciale per l’anno in questione vede un surplus commerciale di 41 mld di dollari (equivalenti al 2,1% del PIL): 483 mld di export a fronte di 442 mld di import. Il tutto attraverso un trend decennale che, nonostante la crisi, si può definire positivo.

Il cosa esportiamo è particolarmente interessante perché ci permette di definire che cosa sia il Made in Italy e quali siano i settori produttivi che tengono in piedi il “Sistema Italia” citata da Bellanova o la “filiera nostrana” dei senatori pentastellati.

Principalmente, esportiamo macchinari (settore che comprende valvole, macchinari industriali, componentistica, pompe, etc) per un valore complessivo di 123 mld di euro, prodotti chimici (farmaci, sangue, prodotti di bellezza, acidi, antibiotici etc.) per 55 mld e veicoli (auto, componentistica per auto, camion, parti di aerei – es. quelli di Airbus e F35 – e navi) per ulteriori 55 mld. Insieme i primi tre settori coprono circa 234 mld che diventano 278 mld aggiungendo ad essi i prodotti metallurgici (44 mld).

Passando dal settore alle tipologie di prodotti possiamo notare che il 4,5% dell’intero export è composto da farmaci – soprattutto generici, settore dove siamo molto competitivi – seguita da automobili (3,8%), idrocarburi raffinati (2,8%), componentistica per automobili – legata alla filiera nostrana e tedesca – (2,7%) e valvole (1,6%). L’export di un paese industriale avanzato (al netto dei tragici problemi di innovazione del nostro tessuto produttivo).


L’agroalimentare italiano

Ma dove sono i settori tradizionalmente indicati come “Made in Italy”, agroalimentare, tessile, pelletteria e scarpe su cui si costruisce tanto della demagogia politica italiana?

Il tessile copre 30 mld, l’agroalimentare – ricavato unendo cibi lavorati, vegetali e formaggi, frutta, olio ed altri lavorati – 46,05 mld. Il settore delle scarpe ne aggiunge altri 11 di miliardi e il pellame in generale – soprattutto le borse – ulteriori 13. In tutto poco meno di 100 mld, il 20% del nostro export e meno del solo settore dei macchinari.

Non solo, i due prodotti trainanti del “made in Italy” come ci viene venduto dalla politica, ovvero il vino e le scarpe di cuoio, coprono ciascuno l’1,5% dell’export, meno – per esempio – delle valvole. I formaggi, molto spesso citati come pietra dello scandalo, coprono lo 0.6% mentre l’olio lo 0,35%. Per fare un paragone, l’export dei tubi di ferro equivale allo 0,75%.

Con questo non si intende diminuire l’importanza del settore agroalimentare, ma solo sottolineare come nell’opinione pubblica si tenda a sopravvalutare l’importanza del settore agroalimentare rispetto – per esempio – al settore farmaceutico che da solo equivale a vino, scarpe e pelletteria messe assieme.

E cosa importiamo?


L’import che stupisce

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La propaganda sovranista e anti-globalizzazione tende a dipingere un paese invaso da olive spagnole, grano canadese, biscotti danesi, frutta da ogni dove a totale detrimento del nostro paese. La realtà è, ovviamente, diversa: importiamo ciò che non produciamo (o produciamo molto poco).

Importiamo tecnologia, come computer, attrezzature per telecomunicazioni, motori elettrici e circuiti. Prodotti chimici, soprattutto quei farmaci che non produciamo in Italia, idrocarburi (soprattutto greggio e gas) e veicoli con le auto che, da sole, coprono ben il 7,1% dell’intero import. Seguono il tessile, la plastica e le materie prime.

Ovviamente importiamo anche tanto agroalimentare, ma prima di gridare “mangio solo italiano” faccio notare che le maggiori sono il tabacco (lavorato o meno), lo zucchero, la soia, birra, caffè, cioccolato più tanti prodotti di altissimo consumo e che – come materia prima – non produciamo nel paese. Ci sono poi molluschi e crostacei, segno che ne consumiamo più di quanto ne peschiamo, carni di maiale e, sorpresa ben molto scontata, grano.

Considerando pasta e panificazione, infatti, siamo un grandissimo consumatore di grano, siamo 55 milioni di persone e non siamo mai stati autosufficienti sul grano dai tempi dei romani.

Ricapitolando, nonostante gli inviti a “comprare e mangiare italiano” che inondano la nostra quotidianità, l’intero import agroalimentare equivale al 7,3% del totale, 32,44 mld su 442, inferiore al nostro export.

Se questi sono i dati, perché tutto questo allarme?

Perché siamo biased da una propaganda anti-globalizzazione sull’agroalimentare che parte da lontano – almeno gli anni 90 – e che è diventata mainstream con Beppe Grillo ben prima della nascita del MoVimento 5 Stelle. Propaganda a cui hanno contribuito i vari governi che hanno sempre messo l’accento sulla nostra ossessione nazionale – il cibo – per motivi sia di demagogia spiccia (ricordate il “big mac italiano” di Zaia?) che di serbatoi di voti (coldiretti). Il risultato è che consideriamo “gemme” del Made in Italy settori sì importanti e culturalmente rilevanti, ma che, numeri alla mano, coprono una fetta minoritaria del nostro export, quindi del PIL e del mercato del lavoro.

Facendolo, creiamo dei mostri come le polemiche sul “grano non italiano” che si traducono nell’immagine di un’Italia assediata da prodotti esteri, mentre, e lo vedremo nel caso canadese, siamo noi coloro che invadono i mercati stranieri di merci.


Il Canada e il CETA

 

Stando ai dati dell’OEC, noi esportiamo ogni anno in Canada merci per un valore totale di 5,55 mld di dollari. Fra questi, macchinari per 1,52 mld, cibo per 649 milioni, prodotti chimici per 576 milioni e veicoli per 574. Fra i prodotti singoli la fa da padrone – finalmente l’agroalimentare! – il vino con 391 milioni di dollari seguito dal comporto automobilistico e i sempiterni farmaci. Scarpe e pelletteria coprono il 4,6% del totale, mentre olio e formaggio arrivano a 2,9%.

Esportiamo, quindi, tanto di quel “made in Italy” che sarebbe sotto “attacco” dal CETA stesso, al netto degli altri prodotti che compongono il nostro export. Lo facciamo massicciamente, visto che abbiamo una bilancia commerciale a +3,9 mld col Canada: le esportazioni, infatti, 2017 ammontano a 5,5 mld a fronte di 1,6 mld di importazioni.

Ma il CETA è cattivo, dice la propaganda, e se il problema non è nei numeri dell’export, sarà certamente nell’import! Importeremo tonnellate di junk food canadese, OGM e schifezze che danneggiano la nostra salute! O no?

No. Importiamo dal paese nordamericano soprattutto idrocarburi, mentre l’agroalimentare canadese copre solo un terzo del totale (352 milioni di dollari), ovvero meno di quanto esportiamo. Non solo, come certificato dai dati del 2018, l’importazione del tanto famigerato grano canadese è diminuita del 99% in 3 anni e questo al netto di un aumento dell’import italiano dal Canada del 39,2% dall’entrata in vigore – in maniera provvisoria – dello stesso CETA.

Sì, perché Bellanova ha ragione ancora quando dice – a Radio Capital stavolta – che il “CETA è già in vigore”: lo è dal 21 settembre 2017 e in due anni ha visto aumentare il nostro export nel 2018 del 10,4%, 550 milioni in più. Meno di quanto è aumentato l’import dal Canada? Sì, ma il nostro surplus rimane importante e i trattati vengono fatti non per distruggere il paese contraente, ma per riequilibrare eventuali squilibri.


Se il problema non risiede né nell’export né nell’import sarà certamente negli standard allora! Ancora una volta no. Sebbene il CETA rimanga un compromesso fra le parti, sottoscrivendolo, il Canada ha accettato di sottostare agli standard qualitativi europei, come, peraltro, accade in tutti i trattati sottoscritti negli ultimi anni dalla UE. Come Unione siamo a tutti gli effetti la prima potenza commerciale e prima economia mondiale: veri e propri big player del commercio internazionali a livello di Cina e USA.

Lo siamo in un mondo di economie interconnesse che rende la nostra posizione realmente dominante, al punto che col CETA, il Canada è arrivato a riconoscere la protezione di 42 marchi italiani. Questo, per Coldiretti e Lega è il vero vulnus, perché l’accordo ne lascia fuori 250, ma prima del CETA questo numero ammontava a zero.

Il CETA ha le sue criticità ed è lungi dall’essere un accordo perfetto (cose che richiedono aggiustamenti in corsa e trattative successive), ma crea una base per l’evoluzione dello stesso andando a rafforzare il nostro commercio globale.

Capirlo, come capire cosa esportiamo e cosa importiamo o cosa sia il “made in Italy”, rimane basilare se si intende avere un quadro chiaro del nostro ruolo da ottava potenza mondiale ed evitare di essere manipolati dalla propaganda politica.


Nota: chi scrive è conscio della polemica esistente su etichettatura, OGM e glifosato. Ecco alcune contro-obiezioni:

  • il CETA non prevede lo scardinamento delle regole italiane sull’etichettattura del grano, quello che si teme e che il Canada muova obiezioni contro la stessa in sede europea (l’etichettettura è una nostra legge, non europea), se e come questo accadrà e se vinceranno i canadesi o gli italiani non è dato saperlo;
  • su OGM l’apertura di Bellanova è pragmatica, ovvero aprire una discussione sulle piante “transgeniche”, vietate in Italia, visto che altre forme di mutazione delle piante sono già usate. Si tratta di un argomento complesso e Bellanova ha ragione ad aprire un dibattito;
  • su Glifosato occorre capire che gli attuali dubbi sullo stesso derivano dal suo uso come diserbante, mentre sono ancora più incerti i suoi risultati come cancerogeno nei residui sui cibi; questo non vuol dire “viva il glifosato”, ma vuol dire semplicemente, “occhio a semplificare argomenti complessi”.

il Caffè e l’Opinione

Comments 1

  1. Grazie per la chiarezza contro posizioni preconcette e demagogiche di chi non vuole capire e studiare invece di giudicare

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