Catalogna: le elezioni che cambieranno tutto senza aver cambiato niente – il Caffè del 22-12-2017

Tutto cambia per non cambiare mai. Come fu per la Sicilia del Gattopardo, così sembra essere per la Catalogna che torna al voto a 80 giorni dal referendum indipendentista di ottobre.


Sommario:

  • i dati elettorali e la vittoria di Ciudadanos
  • il gioco delle alleanze fra CeC e CUP
  • perché tutto dipende da Madrid

Si sono svolte il 21 dicembre in Catalogna, le elezioni anticipate del parlamento regionale. Una tornata elettorale che si è resa necessaria a seguito della destituzione, a novembre,  della Generalitat catalana guidata da Carles Puigdemont, ora in esilio volontario in Belgio.

Questa era avvenuta nell’ambito dell’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione spagnola da parte del Governo di Madrid guidato da Mariano Rajoy dopo la dichiarazione unilaterale di indipendenza (DUI, come l’abbreviano i media spagnoli) proferita dal governo regionale. 

La vittoria liberale. Le nuove elezioni – avvenute con una partecipazione record dell’82% – hanno visto la vittoria del partito di ispirazione liberale e centrista – nonché unionista – Ciudadanos (Cs) della candidata Ines Arrimadas (25,4%) che si porta a casa 37 seggi. Seguono Junts per Catalunya (JxC), formazione guidata dal Belgio dallo stesso Puigdemont il 21,7% e 34 seggi, la Sinistra Repubblicana (ERC) di Oriol Junqueras, attualmente in carcere per i fatti collegati alla DUI, con il 21,4% e 32 seggi.

Chiude il gruppo di “testa” il Partito Socialista Catalano (PSC) con il 13,9% e 17 seggi, un risultato sotto le attese nonostante il grande investimento politico dei socialisti in campagna elettorale a favore dell’autonomia catalana.

Gli altri. Più distanti gli altri partiti. Catalunya en Comu, il braccio di Podemos nella regione, si è fermato al 7,4%, perdendo quasi un punto percentuale e portando a casa 8 seggi. Peggio ancora è andata al Partito Popolare (PP), lo stesso del Primo Ministro spagnolo Mariano Rajoy, che ha registrato il 4,2% dei consensi equivalenti a 3 seggi, 4 punti percentuali e 8 scranni in meno rispetto a due anni fa.

In flessione anche la sinistra anti-globalizzazione di ispirazione chavista dei Comitati di Unità Popolari (CUP), che si aggiudica 4 seggi al seguito del 4,5% dei consensi, perdendo 4 parlamentari.

La formazione del governo. Una regione spaccata in due quindi, con nessuno dei due fronti, ne quello unionista ne quello indipendetista, capaci di conquistare più del 50% dei consensi.

Nonostante la vittoria, infatti, Ines Arrimadas ha dichiarato che Cs rinuncerà al mandato per la formazione del governo preferendo osservare come si comporteranno i partiti indipendentisti ERC, JxC e CUP. A fermare le legittime aspirazioni di governo dei liberali, il pessimo risultato degli alleati (PSC e PP): insieme i tre partiti raggiungono 57 seggi, undici in meno rispetto a quelli necessari per la formazione di una maggioranza.

Tornano alla ribalta gli indipendentisti, ai quali toccherà la formazione del prossimo governo. Una vittoria, nonostante la somma dei voti conseguita dai tre partiti sia un 48,1%, in linea con il risultato “vero” – ovvero, ponderato sull’affluenza – del referendum del primo ottobre.

Il fronte indipendentista. A guidare ai tempi la regione prima dell’applicazione dell’articolo 155, era la coalizione indipendentista (Junts pel Sì) composta dalla Sinistra Repubblicana (ERC) e dal Partito Democratico Europeo (PDeCAT) ora JxC, supportata dal CUP. A questi stessi tre soggetti spetterà dunque il compito di “governare” la regione, ma quella che sembra la riaffermazione (vincente) della causa indipendentista, potrebbe rivelarsi una vittoria di Pirro.

A fronte di una forza parlamentare praticamente simile (68 seggi contro i 72 di due anni fa), a cambiare sono i rapporti di forza fra le tre formazioni. JxC – partito liberale, indipendentista ed europeista – ha superato ERC, partito col maggior numero di eletti nel 2015, assurgendo alla guida del fronte indipendentista. 

Non solo, al seguito del sostanziale fallimento dell’indipendenza annunciata a fine ottobre, sia ERC che JxC hanno rinunciato all’unilateralismo – e alla contrapposizione con Madrid – per una “via condivisa all’indipendenza”.

No alla DUI quindi, posizione non condivisa dai Comitati d’Unità Popolare. Non a caso, già poche ore dopo l’ufficializzazione dei risultati, il CUP ha posto come requisito imprescindibile il compimento della dichiarazione di ottobre e la costruzione di una repubblica catalana indipendente.

Autonomia o Indipendenza? La palla passa quindi ai due partiti principali: se vogliono riformare il medesimo governo, dovranno – di nuovo – scendere a patti con la CUP.

L’alternativa alla sinistra, potrebbe essere un fronte autonomista con il CeC. Il partito era all’opposizione del vecchio governo, ma che, al contrario di PP, PSC e Cs, rimane autonomista ed è rimasto in aula durante la DUI, preferendo l’astensione alla denuncia politica.

Nonostante le aperture, un’alleanza rimane al momento lontana. Dal suo esilio volontario di Bruxelles, Puigdemont ha infatti ribadito come “la Catalogna voglia essere uno stato indipendente” rilanciando l’idea di un incontro con Rajoy acusato di “non aver ancora accettato il risultato  del voto” e, come tale, “l’unico soggetto che sta optando per l’unilateralismo, quello di non ascoltare il popolo catalano”.

Rajoy, senza mai citare Puigdemont, ma indicando l’intenzione di dialogare con i veri vincitori, Cs, rispedisce le accuse al mittente. La speranza, sostiene, infatti, il Primo Ministro nel corso della sua conferenza stampa di venerdì 22 dicembre, è che “il nuovo governo abbandoni la strada dell’unilateralismo” scegliendo di rimanere “nel selciato della costituzione”. 

Difficile comunque che, al di là del testa a testa fra Puigdemont e Rajoy, riesploda in Catalogna la “furia indipendentista”. Nessun partito – a parte la CUP – ha interesse a ritornare alle manifestazioni di piazza. Anche perché, come sottolinea Xavier Cuadras-Morato’, professore di economia all’Università Pompeu Fabra di Barcellona sulle pagine di POLITICO, sia JxC che ERC sembrano più interessanti a calmare le acque per tranquillizzare l’economia piuttosto che affrontare Madrid.

Proprio il rischio di un contraccolpo economica, continua Cuadras-Morato’, rappresenta, nelle strategie indipendentiste, il maggior ostacolo alla nascita della Repubblicana catalana. Far calmare le acque, stabilizzare l’economia e poi riprendere il discorso, questa, in soldoni, la nuova via indipendentista.

Madrid al centro della scena. La verità è, però, che le sorti della Catalogna non dipendono – e forse non sono mai dipese – da chi governerà la Generalitat.

Al seguito della crisi catalana di ottobre, nonostante la forte repressione messa in campo dal proprio governo, Mariano Rajoy ha formalmente aperto alla possibilità di una riforma complessiva della Costituzione. Questa, ha sottolineato ancora a novembre il Primo Ministro, riguarderebbe tutte le regioni ed un maggior ripartizione delle competenze fra le diverse comunità del paese, anche se, ci ha tenuto a precisare Rajoy, la Spagna rimane uno dei paesi più decentrati d’Europa.

Il futuro. Il pallino, quindi, rimane in mano al governo centrale, lo stesso che dovrà ache decidere come comportarsi nei riguardi dei due leader degli indipendentisti, Puigdmont ed Oriol Junqueras, entrambi rieletti. Il primo rischia l’arresto qualora tornasse da Bruxelles, il secondo, come altri ex-ministri del governo precedente, è già in carcere.

Si chiude così l’ennesimo capitolo della “questione catalana”, con un’elezione che cambia tutte le carte in tavola senza cambiare sostanzialmente niente.

O forse sì, perché all’ombra dei due contendenti, continua a crescere l’astro di Ciudadanos che lo stesso quotidiano “el Mundo” considera, vista la crisi ormai evidente del PP sia in Catalogna che in tutta la Spagna, “il futuro del centro-destra spagnolo”.


Per approfondimenti:

– le alchimie della Generalitat: el Periodico

– Rajoy e gli indipentisti: ABC

– le chiavi della vittoria di Ciudadanos: el Pais

– l’economia catalana e l’influenza sulle elezioni: el Pais

Scrivo e mi diverto. Filippo Turati non è solo toponomastica, ma uno dei più brillanti politici italiani. Se mi chiedono di dove sono ondeggio fra Torino e Genova, a volte dico che sono nato a Imperia, ma per sbaglio. Fra Berlino e Torino, ricordando Genova. Lettore accanito, gamer per scelta e passione. Battlestar Galactica batte ogni serie televisiva e fra Jordan, Kobe e LeBron io scelgo Magic. Come mi definirei? Un Nerd con un dottorato in Archeologia che ha scelto il giornalismo (per passione).

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