La Catalogna commissariata avrà il suo referendum e la Repubblica ceca: cosa è successo in Europa questa settimana – il Caffè della Domenica del 22-10-2017

 FOTO DELLA SETTIMANA: scena tratta dalle manifestazioni indipendentiste e unioniste dell'ultimo mese in Catalogna. Foto:  Sasha Popovic  Licenza:  CC 2.0

FOTO DELLA SETTIMANA: scena tratta dalle manifestazioni indipendentiste e unioniste dell’ultimo mese in Catalogna. Foto:  Sasha Popovic  Licenza: CC 2.0

Rajoy annuncia la sospensione dell’autonomia catalana, i populisti vincono in Repubblica Ceca ed Austria, i risultati del Consiglio d’Europa e le altre notizie della settimana dalle pagine del Caffè e l’Opinione


 

Sommario:

  • il braccio di ferro fra Catalogna e Spagna e le prossime elezioni
  • la vittoria dei populisti in Repubblica Ceca
  • Kurz e l’Europa di Visengrad che diventa euroscettica
  • Immigrazione, digitale al Consiglio d’Europa fra Macron e la Merkel
  • l’omicidio di Daphne Caruana Galizia e la pista catanese
  • i dubbi sull’indipendenza del Kurdistan iracheno

La Catalogna perde l’autonomia, ma, paradossalmente, avrà il suo referendum

Nella giornata di sabato 21 ottobre, il Primo Ministro spagnolo Mariano Rajoy rompe gli indugi e decide di invocare l’articolo 155 della Costituzione nei confronti del governo della Generalitat catalana guidata dall’indipendista Carles Puigdemont.

Una decisione attesa e “resa necessaria” per “recuperare la normalità istituzionale perduta” a causa dell’atteggiamento “secessionista del Governo catalano”, dichiara Mariano Rajoy dalla Moncloa, il palazzo del governo. Il provvedimento, mai usato nella storia della Spagna post-franchista, azzererà il governo regionale trasferendone le competenze – fra cui la polizia regionale, i Mossos de Esquadra – da Barcellona a Madrid.

Rimarranno operativi, anche se svuotati di reali poteri politici, il Parlamento catalano e gli altri organi amministrativi, anche se Madrid avrà ampia discrezione nelle nomine dei funzionari pubblici, soprattutto di televisione e radio pubblica.

L’applicazione dell’articolo 155 dovrà essere ora ratificato dal Senato il 27 ottobre. Allo stesso tempo dovrebbe essere resa nota la data della nuova tornata elettorale regionale, indicativamente prevista non più tardi di Aprile 2018.

Il voto. Sarà in quella sede, ed è paradossalmente questa la vera notizia, che sarà finalmente possibile farsi un’idea dei rapporti esistenti nella regione di forza fra gli unionisti e gli indepentisti, in quello che si annuncia come il vero referendum sull’indipendenza.

Nell’ultima tornata elettorale del 2015, i partiti indipendentisti attualmente al governo, Junts pel sì e CUP, hanno ottenuto rispettivamente il 39,6% e l’8,2, mentre il fronte unionista, rappresentato da Ciudadanos (17,9%), PSOE (12,7%), Partito Popolare (8,5%) ha raggiunto il 39,1% a cui potrebbe aggiungersi l’8,9 di CaSiqeesPot, la frazione catalana della sinistra di Podemos, favorevoli all’autonomia, ma non all’indipendenza. 

L’indipendenza. Dura la reazione del governo catalano. Per il presidente indipendentista Carles Puigdemont, si tratta del gesto più grave fatto dalla Catalogna dai tempi del franchismo mentre per il presidente del Parlamento catalano Carme Forcadell, la Moncloa avrebbe attuato un “colpo di stato”.

Barcellona, dove in serata si è tenuta una manifestazione in supporto dell’indipendenza che ha raccolto 450.000 pesone, annuncia però battaglia, Puigdemont ha infatti convocato per i prossimi giorni una seduta straordinaria del Parlamento. In questa sede, con molta probabilità, verrà annunciata l’indipendenza. Un atto formale che sembra avere l’unico scopo di celebrare il “martirio” di questo governo a fronte del “franchismo spagnolo”.

Per saperne di più:

– Daphne Caruana Galizia, i Panama Papers e le cosche italiane – Aggiornamenti su Brexit, Iraq e Catalogna – il Ristretto del 18-10-2017

– #Parlem #Hablemos: le piazze del dialogo – il Caffè della Domenica del 8-10-2017

– Caos, feriti e rottura politica: i veri risultati del referendum catalano – il Caffè del 4-10-2017

– Kurdistan e Catalogna, due referendum simili, due situazioni diverse. Il Caffè del 29-09-2017


La vittoria di Babiš e la scolta populista della Repubblica Ceca

Euroscettico, a favore del blocco immediato dell’immigrazione, miliardario, imprenditore nel settore alimentare e chimico, tycoon dei media e noto, fra le altre cose, come il “Trump di Praga” con contatti che arriverebbero fino a Cremlino.

Questo è il ritratto di Andrej Babiš, l’ex-Ministro delle Finanze ceco e leader del movimento populista di ispirazione liberale “Azione dei Cittadini Insoddisfatti” (ANO) e vincitore delle elezioni della Repubblica ceca tenutesi sabato 21 ottobre.

ANO avrebbe raggiunto il 29,64% dei consensi aggiudicandosi 78 dei 200 seggi possibili, 31 in più rispetto alle ultime elezioni. Al secondo posto un altro partito euroscettico, il Partito Democratico Civico (ODS) che si aggiudica 25 seggi (11,64% dei consensi). Entrano per la prima volta il Parlamento anche i Pirati (10,79% per 22 seggi), il partito nazionalista di estrema destra “Libertà e Democrazia Diretta” (SPD) d’ispirazione lepensista (10,64% per 22 seggi) e quello europeista dei sindaci STAN (6 seggi per il 5.18%).

In quello che è visto come il più eclatente voto di protesta mai avvenuto nella giovane democrazia ceca, affondano le formazioni politiche tradizionali. Il Partito Comunista di Boemia e Moravia (KSCM), primo partito d’opposizione del vecchio parlamento, perde 18 seggi (7,76% per 15 seggi),  i Cristiano-Democratici del KDU-CSL 4 (5,8% per 10 seggi) e i Socialdemocratici del CSSD fanno segnare il peggior risultato della propria storia, ottenendo solo 15 seggi (7,27%), 35 in meno rispetto alle ultime elezioni. Sconfitto anche il partito pro-Euro TOP 09 che ottiene solo 7 seggi con il 5,31% dei voti, perdendo 19 parlamentari.

Commentando la propria vittoria, Andrej Babiš avrebbe dichiarato che intende indirizzare la forte crescita economica del paese (un buon 3% annuo) per risolvere la disoccupazione mentre in Europa cercherà di bloccare sia i progetti tesi a “spaccare l’Unione” fra Eurozona e Mercato Comune, sia quelli che obbligheranno la Repubblica ceca ad accogliere migranti e rifugiati. Babiš si è detto però “lontano” dalle posizioni illiberali propugnate dall’unghere Viktor Orban ed il polacco Jaroslaw Kaczynski, i due leader del movimento euroscettico dell’Europa dell’Est.

Per quanto riguarda il governo, Babiš si è detto pronto a trattare con tutti, anche se SPD ha già detto di voler stare all’opposizione e Cristiano-Democratici e CSSD si sono dichiarati “non disponibili” a coalizzarsi con politici indagati dalla magistratura. Su Babiš pende, infatti, l’accusa di corruzione. 

Ciononostante è molto probabile però che il prossimo governo veda la riedizione del precedente (dove ANO era partner di minoranza della coalizione CSSD/KDU-CSL) con diversi equilibri e la possibile entrata nel gruppo anche di ODS. 


La svolta pro-Visengrad dell’Austria

Venerdì 22 ottobre, il giovane leader del partito popolare austriaco ÖVP e recente vincitore delle elezioni parlamentari austriache, Sebastian Kurz è stato incaricato dal Presidente austriaco Alexander van der Bellen di formare il governo

Kurz, leader popolare noto per le sue posizioni anti-migrazione ed anti-Islam dovrebbe raggiungere nei prossimi giorni un accordo con i nazionalisti della FPÖ.

Mentre, quindi, da Praga arriva un forte messaggio euroscettico e contrario all’arrivo dei migranti, tali posizioni si rafforzano anche in Austria in quello che viene visto come un allargamento, nei fatti, del blocco di Visengrad.

Quella che era nata come un alleanza pro-Europa volta a rafforzare il peso a Bruxelles dei suoi 4 membri (Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica ceca), è diventata a tutti gli effetti il principale cartello euro-critico d’Europa espandendo rafforzandosi in Repubblica Ceca ed allargando la propria influenza in Romania, Bulgaria e, come ha sottolineato proprio Babiš, all’Austria di Kurz. 

Da leggere:

– L’Austria che sceglie il nazionalismo, l’attentato di Mogadiscio e gli scontri di Kirkuk fra Kurdistan ed Iraq – il Ristretto del 16-10-2017

Per approfondimenti su Visengrad 4:

– L’Europa fra migranti e scelte politiche: Bruxelles scende in campo contro la Polonia, l’Ungheria e la Slovacchia – il Ristretto del 31-8-2017

– L’Unione Europea all’attacco della “democrazia illiberale” dell’Ungheria di Viktor Orban – il Caffè del 28-4-2017

– Soldi, potere e “nazionalismo”: perché l’Unione Europea è in conflitto con il Gruppo Visengrad – il Caffè del 5-5-2017


 Il Presidente del Consiglio d'Europa, Donald Tusk,

Il Presidente del Consiglio d’Europa, Donald Tusk, “il guardiano dell’unità europea”. Foto:  European Council  Licenza:  CC 2.0

Lotta all’immigrazione e più digitalizzazione in Europa: il Consiglio europeo di ottobre

Sarebbe la lotta ai flussi migratori sulla rotta del Mediterraneo centrale e gli investimenti per la digitalizzazione, le priorità dell’Unione Europea per il prossimo semestre. Questo è quanto racchiuso nel documento di chiusura del summit del Consiglio europeo, tenutosi il 19 ed il 20 ottobre a Bruxelles.

L’Europa si impegna ad investire più fondi per la sorveglianza delle frontiere marittime e la creazione di una “presenza permanente” in Libia e nei paesi del Sahel allo scopo di monitorare eventuali abusi delle autorità locale e regolare i flussi prima che questi raggiungano il mare.

Allo stesso tempo, Bruxelles proporrà la creazione di un “Mercato Unico Digitale” con annesso un “codice dei lavoratori digitali”. Sempre a Bruxelles si è parlato di Brexit. I leader europei, in particolare Angela Merkel ed il Presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, si sono detti ottimisti sul prossimo inizio dei negoziati “commerciali” con il Regno Unito, un’assist ad una Theresa May in forte difficoltà a Londra.

Per saperne di più:

– D’accordo sul cosa, disaccordo sul come: l’ultimo Consiglio d’Europa e le sue divisioni – il Caffè del 20-10-2017

– Brexit: la fuga dalla City e lo stallo dei negoziati – il Caffè del 12-10-2017


L’Opinione

 Foto: Getty Images

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L’Europa di Angela – l’Opinione del 21-10-2017

Ci prova Macron, ma in Europa è lei il punto di riferimento. Il segreto? La stabilità politica della Germania ed il suo esserne Cancelliera da 12 anni.


Daphne Caruana Galizia e la pista catanese

Ci potrebbe essere la pista del contrabbando del gasolio fra Libia e Italia all’origine del brutale omicidio della giornalista maltese Daphne Caruana Galizia, uccisa dall’esplosione della sua auto lunedì 16 ottobre.

Questa la tesi proposta da Rai News e Fatto Quotidiano, documentando l’arresto, da parte delle forze di polizia italiane, dell’ex-calciatore maltese Darren Debono. Come sostiene l’inchiesta “Dirty Oil” della procura catanese, sarebbe stato proprio Debono a fungere da collegamento fra il “re del contrabbando del petrolio”, il libico Fahmi ben Khalifa e la cosca catanese di Nicola Orazio Romeo.

Centrali sarebbero state una serie di società di trasporto allestite da Debono nell’isola, compagnie che sarebbero entrare più volte, dal 2010 ad oggi, nelle inchieste di Daphne Caruana Galizia, la quale ha messo anche in luce i contatti fra Debono ed il governo del Premier socialdemocratico Joseph Muscat.

A rafforzare la tesi di Rai News e del Fatto, l’uso per l’uccisione di Caruana Galizia di un esplosivo di fabbricazione ceca, facilmente reperibile nel mercato nero libico. Con lo stesso esplosivo e le medesime modalità sarebbero stati uccisi, sempre nel 2017, anche due pescatori connessi proprio al network di ben Khalifa e Debono. .

Siano state le cosche mafiose catanesi, i contrabbandieri libici o la malavita maltese, questo non deve far dimenticare, accusa il figlio di Daphne, Matthew Caruana Galizia, anche lui giornalista investigativo, come l’attentato sia il segnale della “fine dello stato di diritto a Malta”, un paese imprigionato dalla corruzione e dagli intrecci fra malavita e politica.

Per saperne di più:

– Daphne Caruana Galizia, i Panama Papers e le cosche italiane – Aggiornamenti su Brexit, Iraq e Catalogna – il Ristretto del 18-10-2017


Bye Bye indipendenza.

Ad un mese dal referendum del 25 settembre, le speranze di indipendenza del Kurdistan iracheno sembrano essersi ampiamente ridotte.

Nel corso dell’ultima settimana, infatti, a seguito degli ultimatum di Baghdad, le truppe dell’esercito iracheno hanno “strappato” al controllo del Kurdistan le due importanti regioni di Kirkuk e della diga di Mosul. Le operazioni sarebbero state condotte, testimoniano sia i media curdi che quelli iracheni, col supporto dalle milizie paramilitari sciite del Fronte di Mobilitazione Popolare addestrate dall’Iran.

Il Kurdistan perde, così, il controllo di due delle zone più strategiche per eventuali trattative con Baghdad, di cui era in controllo dal 2014, allo scopo di contrastare l’avanzata dell’ISIS. A Kirkuk, infatti, si troverebbero gran parte delle risorse petrolifere del paese, mentre, oltre all’importanza idrica della diga, l’area a nord di Mosul sarebbe un importante crocevia per il commercio degli idrocarburi verso la Turchia provenienti dal sud del paese.

Quello che più ha stupito gli osservatori,  è stata la mancanza di una qualunque forma di resistenza da parte delle forze di sicurezze curde, i Peshmerga. Questo ha fatto pensare ad una frattura nel governo regionale fra le sue tre forze principali, il KPD del Presidente Barzani, il Movimento Gorran suo oppositore e, soprattutto, il PUK molto vicino all’Iran ed al governo di Baghdad, ultimamente avvicinatosi all’opposizione e sotto il cui controllo ricadono, appunto, le truppe Peshmerga di stanza a Kirkuk.

Per saperne di più:

– Daphne Caruana Galizia, i Panama Papers e le cosche italiane – Aggiornamenti su Brexit, Iraq e Catalogna – il Ristretto del 18-10-2017

– L’Austria che sceglie il nazionalismo, l’attentato di Mogadiscio e gli scontri di Kirkuk fra Kurdistan ed Iraq – il Ristretto del 16-10-2017

Scrivo e mi diverto. Filippo Turati non è solo toponomastica, ma uno dei più brillanti politici italiani. Se mi chiedono di dove sono ondeggio fra Torino e Genova, a volte dico che sono nato a Imperia, ma per sbaglio. Fra Berlino e Torino, ricordando Genova. Lettore accanito, gamer per scelta e passione. Battlestar Galactica batte ogni serie televisiva e fra Jordan, Kobe e LeBron io scelgo Magic. Come mi definirei? Un Nerd con un dottorato in Archeologia che ha scelto il giornalismo (per passione).

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