Caso Ruotolo ed il rischio per la democrazia in Italia

ruotolo

Il caso Ruotolo e il problema del giornalismo in Italia: quando l’informazione disturba la politica.

Dal 2015, il giornalista Sandro Ruotolo aveva la scorta a seguito delle minacce del boss casalese Michele Zagaria dal Carcere di Opera.

Una scorta che gli è stata revocata (prima tolta definitivamente, poi messa in naftalina pro tempore per “pressione popolare” e infine revocata la revoca) senza una vera motivazione, almeno che non si consideri tale il semplice fatto che il boss Zagaria sia in prigione per “sgominare” i Casalesi.

Fa pensare lo strano caso Ruotolo, e molto, sia ai giornalisti che ai cittadini.


Giornalismo e politica

Il caso fa notizia non tanto perché arriva dopo un’inchiesta sulla “Bestia”, la macchina propagandista del Ministro dell’Interno Salvini guidata da Luca Morisi, ma perché è l’ennesimo esempio di quella paura dell’informazione REALE che è parte integrante del paese.

Non quella cosiddetta “libera”, tanto meno quella “alternativa” – che non esiste, le fonti sono fonti, se sono alternative vuol dire che sono, quantomeno, fuorvianti – ma di quella pura e semplice che cerca di raccontare fatti, documentarli e farli leggere ai cittadini: la mission stessa del giornalismo.

Certo, da noi l’informazione, su molti livelli, soffre di un clientelismo endemico che altron non è che lo specchio di una società, quella italiana, che fa dell’etica un’eccezione, non la norma. Il giornalista dovrebbe scrivere, documentare e dare, se necessaria, la propria interpretazione senza dover tener conto dei conti dell’editore, dell’umore dell’elettorato e di chi governa pro-tempore il paese. Per molti non è così, perché gli italiani hanno la memoria cortissima, ma chi detiene il cosidetto potere, ce l’ha lunghissima, soprattutto se un giornalista o un giornale gli è andato a pestare i piedi.

Questo genera una commistione fra potere-economia-giornalismo che è alla radice di fenomeni quali il cerchiobottismo e, per reazione, la “divinizzazione” del giornalista considerato – soggettivamente (vero Di Battista?) – a “schiena dritta”, quasi fosse un ribelle bohemienne e non un professionista che sta solo facendo il proprio dovere.


Le brevi


Perché Ruotolo come simbolo

Ci si marcia, in Italia – ma anche all’estero – sul “divismo” giornalistico pompato, fra le altre cose, dalla “presenza televisiva”, dal “blast”, il sorrisino beffardo, il parlare a voce più alta di tutti o l’essere, inutilmente se senza argomentazioni, arguti. Alcuni ci son cascati (Travaglio, Scanzi, Belpietro, Telese, Santoro, etc. etc.), ma molto sono gli esempi di chi cerca di sfuggirgli, anche se a fatica in un’Italia alla ricerca costante dell’eroe.

Fra quest’ultimi c’è Sandro Ruotolo, giornalista d’inchiesta, professionista, apparso mille volte in TV, ma non una primadonna. Lui è un simbolo di una lista quasi infinita di nomi più (Federica Angeli) o meno noti. Colleghi che, semplicemente, scrivono non su “quello che non ci dicono”, ma su quello “che non volete sentire”: le mafie, la corruzione anche non politica, la realtà dietro la propaganda.

Sono quelli che danno fastidio a tutti (partiti, imprese, commercianti, talvolta anche lettori), perché non cercano la “Verità” ideologica, ma la realtà pura e semplice, qualora andasse anche contro le proprie più intime convinzioni.

Giornalisti che, non a caso, sono il bersaglio di continui bavagli. Si va dal “togliere una scorta”, al fare pressione all’editore “amico” per togliergli spazio ed altri tentativi di marginalizzazione, non ultime le campagne mediatiche – novità moderna – fatte di illazioni e insulti personali o di “non fidiamoci di (segue nome di editore/giornale/giornalista)”.


Giornalismo è democrazia

“La democrazia muore nell’oscurità (della non informazione” dice il Washington Post ed è vero: non esiste democrazia libera e fattuale se chi lavora nell’informazione è sottoposto – o si sottopone – a pressioni politiche.

Quando questo succede a perderci non è il politico, ma il cittadino che diventa vittima della propaganda politica, soprattutto ora che è nata la convinzione che sia meglio “ascoltare il politico dalla sua viva voce”: l’ultimo atto di un idiotico fideismo che assume che il proprio idolo politico non possa mentire.

Il caso Ruotolo è solo l’ennesimo caso di questa pressione che si abbatte su chi cerca, da sempre, di informare, senza scadere nella trappola dell’informazione alternativa.

Succedeva prima, succede ora perché il buon giornalista è per natura inviso al potere: egli lo racconta, così com’è, rompendo spesso l’auto-agiografia del politico di turno e il sogno ingenuo del fedelissimo fan.


il Caffè e l’Opinione

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