Basta con queste polemiche su Capitalismo e Cambiamento Climatico!

capitalismo, cambiamento climatico, global warming, anthopogenic global warming, libersimo, adam smith, liberalismo, inquinamento, greta thumberg, concretezza, climate change, cambiamento climatico, the vision, fake news, paul romer, premio nobel

Dire che il Capitalismo è la causa dell’AGW non giova a nessuno, tanto meno ad arginare il riscaldamento globale, è solo propaganda.

Primo punto: l’Anthropogenic Global Warming (AGW) esiste ed è una delle cause del cambiamento climatico.

Secondo punto: Governi, imprese e cittadini – noi compresi – abbiamo ancora fatto molto (troppo?) poco per contrastare e/o arginare l’AGW oltre a non avere ancora alcun piano per adattarci al Climate Change.

Bene, detto questo ci sono due modi di affrontare il problema. Il primo è con concretezza e realismo, il secondo ricreando schieramenti ideologici sterili. La prima ci può portare a delle soluzioni (mitiganti o adattive), il secondo ci porta invece un passo più vicino al disastro, perché è nella contrapposizione ideologica, nel tifo, che prosperano i negazionisti alla Trump che generano voti rifiutando l’evidenza.

Solo che tale ideologizzazione forzata tocca anche la controparte, trasformando tutto in slogan. Mi riferisco, nello specifico, all’assioma “il Capitalismo è la causa del Global Warming” che ritroviamo, per fare solo alcuni esempi, in titoli come “E’ il Capitalismo che sta uccidendo la natura, non l’umanità” (Anna Pigott, The Vision), “il Capitalismo sta uccidendo il pianeta” (Tendenza Marxista Internazionale) o “Il Capitalismo è la causa del problema ambientale” (Vladimiro Giacché per Radio Popolare).

Facendola breve: si tratta di titoli idiotici e non per una difesa a spada tratta del capitalismo liberista, ma perché annullano ogni discussione concreta, buttandolo – permettetemi – in caciara.

Il perché è semplice: si confonde capitalismo con consumismo, economia con produzione.



Inutile demagogia

Il capitalismo, anche nella “sua forma neoliberista” – quello sotto accusa – non è che un modello economico, non produttivo, e come tale può prosperare anche in un mondo di consumi 100% sostenibili. Esso, quindi, non c’entra nulla con il consumo eccessivo delle risorse non rinnovabili, il quale avveniva, storicamente, ben prima del capitalismo (mai sentito parlare di desertificazione della Mesopotamia?).

Se vogliamo cercare “il problema” è verso il tipo di consumo che dobbiamo guardare, il cosa e il come produciamo, quanto impronta ecologica ha, quante risorse consuma in maniera definitiva etc. Cosa c’entra questo con il Capitalismo, il PIL e la critica alla crescita, “i costrutti liberisti” per parlare da demagoghi?

Per quale motivo il capitalismo dovrebbe essere contro la produzione, diciamo, delle fibre di canapa o delle bioplastiche (visto che è proprio il capitalismo che sta gestendo questa transizione)?

Possiamo anche cancellare il concetto di PIL, passare ad un’economia socialista o comunitaria, ma il problema rimarrebbe, perché è la nostra civiltà, non il nostro sistema economico, ad essere basato sull’uso di energie non rinnovabili. Possiamo svegliarci domani è cancellare il capitalismo, ignorare le leggi di mercato (che puntano, solo, a rendere efficiente il rapporto domanda e offerta), la ricchezza o la proprietà privata, ma le auto continueremmo ad usare idrocarburi per il trasporto, la produzione di energia, il riscaldamento e la produzione di polimeri. Continueremmo anche a consumare acqua per l’agricoltura e l’allevamento intensivo.


Sviluppo è Complessità

Il nostro problema rimarrebbe quello che è sempre stato dall’alba della Storia: ovvero come rendere efficiente la produzione e la diffusione di beni fondamentali, come la sanità, il riscaldamento e la luce elettrica. Come smaltire i rifiuti ed evitare l’inquinamento delle falde acquifere, la desertificazione etc. Non sono problemi del “capitalismo fonte di ogni male terreno”, sono quelli di una società complessa come è quella umana da almeno 5500 anni. Il problema che hanno oggi, su scala globale, i governi del mondo, sono gli stessi che avevano i sacerdoti e i re sumeri di Uruk, “la prima città”, o i Romani per gestire l’approvvigionamento di grano dall’Egitto, le Repubbliche marinare per sfamare la propria popolazione o l’Impero cinese per mantenere la sua struttura amministrativa.

Proprio la Storia ci dimostra che crescita, efficienza (o produttività) e commercio di beni di consumo, sono parte dello sviluppo dell’umanità nel suo complesso, li ritroviamo in Cina come in Gran Bretagna e preesistono la teorizzazione del liberismo, della divisione del lavoro e dell’uso del capitale fatta da Adam Smith (infatti, e basterebbe leggerlo Smith per capirlo, egli non “inventa”, constata e codifica la realtà attorno a lui). Si può discutere su principi quali l’eccesso di consumismo o quando l’accaparramento di risorse diviene parte integrante dell’attività di uno Stato, ma entreremo in un discorso che va a toccare concetti come tassazione e sostentamente della macchina statale ed anche qui entriamo in un discorso che con il “capitalismo neoliberista” c’entra molto poco.

Cancellare il capitalismo, poi, non risolverebbe il problema contingente, ovvero come gestire la transizione da fossile a green nel tempo, con quale cadenza e senza creare (troppi) squilibri sociali e come convincere il mondo non sviluppato, e.g. l’Africa, a NON svilupparsi.

 



Concrettezza, non ideologia

Come sottolineato dal premio Nobel per l’economia Paul Romer, “dobbiamo augurarci che i bambini della Guinea continuino a studiare per strada sotto la luce dei lampioni”? “Dovremmo chiedere a paesi simili in cui l’innovazione è limitata da diversi fattori, di non migliorare le loro condizioni di vita”? Chiedergli “di non innovare e, magari, produrre idee che ci serviranno per un futuro più sostenibile”? Dovremo “noi” sperare che “loro” rimangano al buio in nome di un benessere comune più importante?

Potremmo, imponendolo con le armi e costruendo muri attorno a noi per evitare migrazioni di massa, ma non sarebbe giusto. Per questo, come esseri umani che hanno la fortuna di vivere nel primo mondo, abbiamo bisogno di maggior concretezza nella discussione riguardante l’AGW e dovremo chiedere ai media (e ai governi) gran voce un’informazione più corretta e affidabile e non il semplice inseguire il fenomeno – stavolta si chiama Greta, ieri “decrescita felice” – per uno o due click in più.

Questa è la prima sfida per cambiare: conoscere. Solo così possiamo gestire un vero cambiamento di consumi e capire che il vero cambiamento parte dalla domanda, e nell’economia di mercato, che NOI creiamo la domanda.

Nota finale. Come già spiegato qui, il problema, per me, non è Greta Thumberg. Stiamo parlando di una (coraggiosa) ragazza di 16 anni che porta avanti le sue idee. Il problema sono quelli – come alcuni commentatori, giornalisti e lettori adulti – che la trasformano in un messia o, alternativamente in Satana, in molti casi, vedi Mario Giordano, solo per un po’ di pubblicità.


Il caffè e l’opinione

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *