Il dibattito che non c’è sulla Cina e l’accordo italiano sulla BRI

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L’economia cinese rallenta, la BRI anche, ma il Governo che si pensa più furbo di tutti sceglie di legarsi alla Cina, senza dibattito.

Sul funzionamento della macchina governativa italiana c’è sempre da farsi qualche domanda, soprattutto di questi tempi dove i Ministeri contraddicono i propri Ministri o dove due di essi hanno subappaltato l’attività ai sottosegretari. Al Viminale, dove il sott. Molteni ha ormai la delega informale in Europa a causa della campagna elettorale permanente di Salvini in Italia, e al MISE, dove l’altro Vicepremier è troppo impegnato a tenere in piedi il proprio partito ed il Governo.

In questo vuoto politico si sviluppa la nostra storia che gira attorno al sottosegretario  del MISE Michele Geraci e l’adesione italiana alla Belt Road Initiative (BRI) di Xi Jinping.


L’accordo BRI

Geraci, leghista, un passato a Merryll Lynch e Bank of America e assistente alla Nottingham University Business School China ha un’idea: sollevare l’economia italiana mediante gli investimenti cinese. Ne parlava prima di entrare al Governo – poco curiosamente su Byobl – ne è attivo sostenitore da quando è diventato il vice di Luigi Di Maio.

Proprio Geraci è il principale responsabile dell’accordo quadro fra Italia e Cina sulla Belt Road Initiative annunciato il 9 marzo dal Premier Conte e che dovrebbe essere sottoscritto entro il 22 marzo, giorno della visita del presidente cinese Xi Jinping in Italia.

Un accordo che, sostiene Geraci, “aiuterà l’export italiano” oltre che “portare la Cina verso gli standard occidentali” con un’hybris salvifica ripresa dal resto del Governo.


Il ritardo dell’export italiano

Sulla BRI, attualmente, non esiste un dibattito politico, né parlamentare né pubblico. Eppure, non si tratta di un argomento secondario, anzi a) è legato al nostro posizionamento geopolitico mondiale, b) le stime per l’export sarebbero da rivedere, c) c’è il problema del finanziamento e d) non è chiaro cosa voglia l’Italia.

Tralasciamo l’opposizione degli altri paesi del G7, della UE – che già aveva osteggiato il medesimo accordo firmato da Portogallo e Grecia – e degli USA impegnati nella guerra commerciale con Pechino. Concentriamoci, invece, sul perché l’Italia gialloverde abbia intenzione di entrare nel progetto e se questo abbia senso o meno.

Per un serie di errori strategici operati sia a livello privato che statale fra gli anni 90 e i primi anni 2000, l’Italia ha un forte ritardo nella penetrazione delle proprie merci in Cina. Una cosa, infatti, sono le Ferrari e la moda, un’altra, ben più importante, sono i settori chiave del nostro export: componentistica, chimica e farmaceutica.

Il risultato: 13 mld di esportazioni contro 32 di importazioni. Un ritardo che è la cifra di come il sistema Italia non sia stato capace di leggere e comprendere la globalizzazione. Così, come per il debito, anche nel commercio il Governo ha deciso di affidarsi alla “formuletta magica”: la trovata ‘geniale’ a cui nessuno ha mai pensato prima che permetterà di azzerare il gap esistente.

Ovvero la BRI sponsorizzata da Geraci.



Il problema dell’import in Cina

Secondo gli ottimistici proclami del Governo, la BRI sarà il cavallo di troia italiano per il mercato cinese. Un’affermazione che poteva essere già dubbia 4-5 anni fa, ma che ora si scontra con il mutato quadro macro-economico del dragone.

Stando ai dati macroeconomici riportati dal settimanale britannico The Economist, dopo le accelerazioni del 2017, il mercato dell’import verso la Cina lungo la BRI ha cominciato a decrescere consolidando – di conseguenza – il surplus cinese. Il motivo di tale rallentamento è soprattutto di matrice strutturale. Come avevamo già accennato in questo blog, l’economia cinese si sta, infatti, trasformando cercando di consolidare il proprio mercato interno e investendo in innovazione.

Da qui nascono le iniziativi per l’IA, la corsa, in Africa, alle terre rare o il tentativo di costruire un sistema universitario attrattivo per le eccellenze estere.

Per un paese, però, che ha conosciuto negli ultimi decenni solo la crescita, il rallentamento ha dei chiari effetti psicologici e tensioni, siano esse politiche o sociali. L’afflusso di stranieri meglio pagati starebbe aumentando la xenofobia e, secondo l’Accademia delle Scienze cinesi, anche la percezione negativa della distribuzione della ricchezza.


BRI uguale spreco?

Il risultato è la comparsa di gruppi di protesta accademici, politici ed economici apertamente critici verso il progetto BRI, considerato uno spreco di risorse.

Niente di tutto ciò appare, ovviamente, sui media cinesi, anche se analisti come Minxin Pei professore al Claremont McKenna College, presidente del centro di studio sulle relazioni Cina-USA hanno sottolineato come la propaganda pro-BRI sia andata a rarefarsi man mano che lo slowdown cinese si consolidava. Ed in Cina, questo non succede se il Partito e il Presidente non sono d’accordo.

Per questo Pei si chiede se la Cina non sia in procinto di far “morire quietamente la BRI”. Certamente questa rimane uno dei pilastri della dottrina di Xi Jinping, ma anche gli analisti meno pessimisti concordano che, best case scenario, i progetti BRI verranno progressivamente normalizzata e subiranno gli effetti della nuova austerity cinese.



Austerity cinese e commercio

Sorpresi dell’uso della parola austerity? Non dovreste, perché è quello che sta succedendo ed è qualcosa che impatta e non poco l’altra questione che interessa all’Italia: i finanziamenti.

Agli albori del progetto, la Cina contava di usare parte delle proprie riserve in valuta estera (4 mld), frutto del suo immenso surplus commerciale, per la BRI. Lo slowdown, però, ne ha già bruciato un quarto e le prospettiva, per via delle nuove tariffe statunitensi, non sono rosee: gran parte di quel surplus, infatti, dipende dal commercio con gli USA. Questo ha spinto Pechino a cercare altri mercati, ma la situazione è complessa e lo si capisce osservano il mercato dell’acciaio. La Cine ne è il maggior produttore egli Stati Uniti il maggior mercato, spostare il commercio dell’acciaio su altri mercati non è facile perché le dimensioni dell’economia USA sono uniche e perché l’altro mercato, l’Europa ha il secondo ed il terzo produttore d’acciaio del pianeta: Germania e Italia.

Il combinato disposto è che il Governo cinese si potrebbe trovare, a breve, a usare le sue eccedenze in valuta estera non per finanziare i progetti BRI, ma per stabilizzare lo yuan. Il gettito fiscale è sceso del -1.2% nel 2018 ed ulteriori contrazioni sono previste per il biennio 19/20 a cui si è aggiunto il deficit pensionisto (- 1.2 triliardi di yuan). Questo influisce anche sui soldi della PA e, di converso, sui fondi BRI. Non è un caso, quindi, che il Ministro delle Finanze Liu Kun si dovuto intervenire ribadito come “tutti I livelli governativi dovranno stringere la cinghia e ridurre le proprie spese amministrative”.


La trappola degli investimenti

La nuova Cina, quindi, è più attenta alle politiche economiche interne, a salvaguardare la pace sociale e consolidare la crescita. Già questo contradirrebbe, e molto, le aspettative di Geraci e Governo e questo prima ancora di analizzare il problema dei finanziamenti. Per Xi Jinping stesso, la BRI è alla base della creazione di un sistema economico su vasta scala atto a costruire una “comunità economica liberoscambista”, non un programma di aiuti finanziari né tantomeno di un piano Marshall in salsa cinese.

Come dimostrano i vari casi i finanziamenti cinesi – siano essi per la Via della Seta o per l’Africa – sono in realtà prestiti che la Cina fa al paese partner per la realizzazione dei progetti. Tali appalti – sottolinea Foreign Policy e lo studio Deloitte – coinvolgono, però, solo aziende di stato cinesi che li portano avanti con manodopera cinese e con materiali cinesi.

Di fatto quei soldi – e sono tanti – rimganono all’interno della banche cinesi e il ritorno locale dell’investimento è solo sul lungo periodo: 10-15 anni dice un report dello studio giuridico Deloitte. Nel breve periodo, il prestito va a ingrossare il debito dei singoli paesi. Il che sta diventando una trappola non solo per le piccole economie africane, ma anche per giganti quali il Pakistan



Il neocolonialismo del dragone

Non a caso, in Asia e Africa, si parla già di neocolonialismo cinese con riferimento specifico a quanto accaduto in Sri Lanka. Il paese asiatico, infatti, impossibilità a ripagare il debito contratto con la Cina per progetti connessi alla BRI, si è trovato a mutuare questo in azioni del proprio porto principale, Hambantota, di cui i cinesi hanno ora il 70% e la concessione per 99 anni. O in Zambia che per lo stesso motivo sta cedendo il proprio scalo aereo principale.

Questo potrebbe accadere anche in Pakistan. A causa del CPEC, il corridoio pakistano della BRI, il paese si sta velocemente indebitando verso la Cina riducendo, allo stesso tempo, i depositi in valuta estera. Il rischio è una ricontrattazione del debito, il che potrebbe portare alla cessione alla Cina, di qualche infrastruttura centrale.

Non a caso, per questi e altri casi, la Malesia ha fatto saltare due progetti infrastrutturali cinesi per un valore di oltre 20 mld e  la Sierra Leone un contratto per un aereoporto. Le conseguenze si cominciano a sentire anche in Cina, dove il Governo, temendo l’effetto domino, ha impartito l’ordine di andare verso investimenti più sostenibili, in linea con la ‘provocazione’ di Minxin Pei.


L’Italia e il BRI

In pratica, quindi, un progetto BRI è un enorme schema in cui la Cina finanzia le proprie aziende, usa il proprio surplus di materiali per creare infrastrutture in un paese terzo e farsi pagare per questo. A fronte di questo fantastico schema, del sistema degli appalti e dello slowdown cinese, perché la BRI dovrebbe interessare al Governo italiano?

La risposta arriva dal sito Euractiv, il quale è riuscito a visionare una bozza dell’accordo fra Cina e Italia. Il memorandum parla apertamente di “sinergie e comunicazione” per la costruzione di “accordi commerciali minori”. Già ad agosto, Geraci annunciava di aver preparato una serie di dossier strategici da presentare al governo di Pechino che riguardavano, fra le altre cose, possibili investimenti in Alitalia e “altre società a partecipazione statale”. Quali non è dato saperlo, in barba alla trasparenza invocata da Conte.

Nella bozza, per ora, fa la sua scontata comparsa il Porto di Trieste, considerato dai cinesi essenziale per completare la rotta balcanica della BRI. A questo si potrebbe aggiungere Genova dove – per iniziativa del sottosegretario ai trasporti, leghista e ligure, Rixi – si progetta la costituzione di una società di gestione di diritto italiano con capitale cinese.

Un po’ come Hambantota in Sri Lanka.


Senza considerare le rimostranze dei nostri alleati e partner (G7, Europa, USA), i soli dettagli commerciali ed economici basterebbero per legittimare, quantomeno, l’apertura di un dibattito parlamentare e mediatico sulla nostra adesione al BRI.

O quantomeno una fantomatica “analisi costi-benefici”, di quelle che piacciono tanto al Governo italiano. Invece, con tacito servilismo, l’Italia si prepara ad accogliere in pompa magna Xi Jingping con 70 capi d’impresa cinese il 22 marzo sventolando gioiosa un memorandum non discusso e poco conosciuto nel paese.

Per la felicità di Geraci.

Una curiosità. La bozza visionata da Euractiv, cita l’interesse di creare tali sinergie all’interno delle priorità individuate dall’EFSI, ovvero il piano di investimenti europeo dei trasporti in cui figura, guarda un po’, anche la TAV sotto il suo vero nome TEN-T.

Sia mai che a qualcuno, a Pechino, interessi veramente andare a Lione…


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