Brexit? Così nacque la Piccola Bretagna – l’Opinione del 6-12-2017

 Tutto è cominciato così, con una X. Foto:  (Mick Baker)rooster  Licenza:  CC 2.0

Tutto è cominciato così, con una X. Foto:  (Mick Baker)rooster  Licenza: CC 2.0

C’era una volta la Gran Bretagna, poi arrivò la Brexit e non c’era più.

Tornate indietro nel tempo, nella Gran Bretagna dell’estate del 2016, quella delle magnifiche sorti progressive della Brexit di Nigel Farage e Boris Johnson. Quella degli slogan – tanto amati dagli euroscettici politici e mediatici – come “fermiamo l’immigrazione (dall’Europa)”, “basta dare soldi a Bruxelles” e, soprattutto, “torniamo ad essere padroni del NOSTRO destino”. 

Ecco fermatevi qua. Sui media vedrete celebrità esprimersi per il LEAVE, gruppi di militanti dell’UKIP in festa opposti a giovani “traditi” dal voto, ma, soprattutto, social – italiani e no -intasati da frasi del tipo: “Europa pereppeppe”, “ora Londra domani Roma”, “loro sì che hanno capito”, “forza Londra, vai Marine” e cose così. 

Bene. Prendete tutti questi ricordi, impacchettali e buttateli via perché in quella Gran Bretagna che si scopriva alfiere del sovranismo e fautrice dei propri “destini immortali” è rimasto ben poco. Anzi, esagerando, forse rimarrà ben poco della Gran Bretagna stessa. 

 Un esempio della

Un esempio della “finezza” elettorale della Brexit. Foto:  diamond geezer  Licenza: CC 2.0

Il fatto della giornata. Tutto comincia da una notizia, molto, ma molto breve: lunedì 4 dicembre, alla scadenza dell’ultimatum di Bruxelles, è saltato l’accordo sul “divorzio” fra Regno Unito ed Unione Europea, la prima tranche di trattative sulla Brexit. Niente avanzamento alla fase due – quella sull’accordo commerciale a cui punta Londra – ed un Natale molto più fosco per il Regno Unito.

Colpa della testardaggine britannica? In parte, visto che si è dovuto attendere dicembre per la centrale questione monetaria, ma non del tutto. Una manovra dei “biechi ed avidi signori d’Europa”, qualunque cosa questo voglia dire? Per niente.

Il responsabile, stavolta, è il piccolo Democratic Unionist Party (DUP), il partito  pro-Brexit dei protestanti nord-irlandesi guidato da Arlene Foster. Il motivo: la decisione di Londra di concedere una vasta autonomia amministrativa all’Irlanda del Nord.

Il paradosso. Sì, avete capito bene, un partito regionale pro-Brexit blocca le trattative per lasciare la UE perché non vuole maggiore autonomia alla propria regione, di cui, per altro, è al governo. Fossimo davanti ad un film di Christopher Nolan diremmo “mind-blowing!”, come se Salvini rifiutasse maggior autonomia a Veneto e Lombardia durante un’ipotetica ITAXIT o ITEXIT (che nomi orrendi).

Invece è tutto vero e se cominciate a percepire il paradosso, bene: benvenuti nella Brexit, la versione politica del Teatro dell’Assurdo.

La questione irlandese, spiegata bene. Riassumiamo (invitandovi, in maniera garbata, a leggere la nostra analisi di sabato 2 dicembre). Tutto gira attorno al porre, o meno, un confine fra l’Irlanda del Nord e la Repubblica Irlandese.

Il governo di Dublino, assieme allo Sinn Fein del nord dell’isola, si sono dichiarati contrari, sottolineando come tale frontiera porterebbe con sé il rischio di nuove tensioni in Irlanda del Nord. Al suo fianco, l’Unione Europea, che addirittura conferisce al governo irlandese il potere di veto sull’intera trattativa.

Come separarsi dall’Europa, “tornare padroni del proprio destino” e delle proprie frontiere mantenendo libero il transito fra le due “irlande”? 

Esclusa la riannessione di Dublino, Theresa May arriva con la soluzione: conferire uno status speciale di autonomia all’Irlanda del Nord per farla rimanere – di fatto – all’interno dell’area di libero scambio e di libero transito europeo. Il nuovo confine fra Londra ed i 27? Sul Mar d’Irlanda. Tutti contenti, passiamo a parlare di commercio (l’unica cosa che interessa a Londra), no? No. 

1, 2, 3: caos. Da Belfast insorge Arlene Foster ed il DUP, spinti dal timore che tale “status” possa sancire una separazione dal resto del Regno ed una “unificazione” fattuale con l’Irlanda. Considerando i soli 10 deputati del DUP a Westminster, Londra poteva rispodere con un sonoro “e chi se ne importa”, ma, come insegna la letteratura, gli errori passati si pagano, sempre e a caro prezzo.

Gli unionisti sono infatti fondamentali per la sopravvivenza del governo May, a cui – per colpa delle sciagurate elezioni di Giugno provocate da un eccesso di hybris politica del Premier – manca la maggioranza in Parlamento, e quella che è disseminata di pasdaran conservatori della Hard-Brexit.

Arriviamo quindi all’enigma di Theresa May: se sottoscrive lo statuto speciale, cade il governo, se non lo sottoscrive, salta l’accordo con l’Unione Europea.

 Un pensiero comune sulla Brexit: Foto:  Paul Frankenstein  Licenza:  CC 2.0

Un pensiero comune sulla Brexit: Foto:  Paul Frankenstein  Licenza:  CC 2.0

Poteva mancare la Scozia? Basterebbe questo per evidenziare come i cittadini britannici – e i politici – del Leave avessero sottovalutato la questione Brexit, ma non sarebbe abbastanza tragicomica. Alla comparsa del concetto di “status speciale” scendono in campo lo Scottish National Party di Nicola Sturgeon ed il sindaco di Londra, il laburista Sadiq Khan, entrambi a capo di due entità – la Scozia e la Greater London Area – largamente contrarie alla Brexit.  

Il ragionamento di Sturgeon e Khan è semplice: perché l’Irlanda del Nord – che a maggioranza non voleva uscire dall’Unione Europea – può avere uno statuto speciale e noi – altrettanto contrari – no? 

Avete presente Jenga? Il gioco giapponese in cui bisogna “estrarre” dei mattoncini di legno da una torre evitando che questa cada? Se sì, avete ora una chiara immagine di cosa sia, per Theresa May, la situazione attuale della Brexit.

La minuscola “gran bretagna”. A questo punto fermiamoci un attimo e, partendo da quanto vi ho fin qui narrato, fantastichiamo su un’ipotetica Gran Bretagna post-Brexit. A Nord, una Scozia ultra-autonoma, posta sotto regolamentazioni e trattati europei, divisa dall’Inghilterra da un confine più o meno aperto. Ad Ovest, un’Irlanda di fatto unificata sotto l’egida dell’Unione Europea in cui rimane un piccolo partito, il DUP, chiuso nei pub – rigorosamente protestanti – a inveire contro una capitale – da cui arriva gran parte del PIL – che rimane dentro l’Europa, pur non avendo alcun tipo di rappresentanza nelle istituzioni di Bruxelles.

In mezzo a tutto questo, la Gran Bretagna sovranista: una vasta campagna finalmente libera dal giogo europeo e pronta a prendere il mano il proprio destino di… campagna.

Come dire: uno scenario idilliaco, se possedete del terreno o siete anarco-primitivisti.

La triste realtà. Non andrà così, ed un po’, sotto sotto, mi dispiace. Esiste, infatti, una soluzione all’empasse britannica e no, non è il “no-deal” – che per chi capisce di economia sarebbe un sostanziale suicidio sul breve-medio termine – bensì la crisi di governo

Theresa May ad un certo punto dovrà fare delle scelte e la più realistica è rompere con il DUP e cercare nel Labour la spalla atta a salvare trattative e governo. Magari abbandonando per strada quei 30 parlamentari ultra Brexiters del cartello “Uscire significa uscire”, altro bellissimo slogan, io onestamente pensavo significasse “andare a prendere un caffè”.

Un ritorno alle urne è altamente improbabile, anche perché non rimane tantissimo tempo da qui alla Brexit per elezioni, governo, trattative eccetera. 

Il Labour accetterà? Sì se May gli proponesse qualcosa di veramente ghiotto, tipo il passaggio dalla Hard-Brexit ad una più realistica Soft-Brexit, ovvero contribuzione economica all’Unione, permanenza nel Mercato Unico, nell’Unione Doganale ed in Schengen.

Per quanto paradossale, questo è l’unico modo per aggirare tutti i veti di tutti gli attori in gioco senza andare a suicidarsi politicamente ed economicamente. Una “Brexit” in tono minore, quasi impercettibile che permetterà un po’ a tutti – UK come UE – di salvare la faccia.

Sorvoliamo sul fatto che Londra poi non avrebbe più alcun diritto di parola sui provvedimenti europei che si applicherebbero sul proprio territorio, perché, diciamolo con gusto ironico, volete mettere il gusto di illudersi di “essere padroni del proprio destino”?

Scrivo e mi diverto. Filippo Turati non è solo toponomastica, ma è stato uno dei più brillanti politici italiani. Se mi dicessero di votare ora, implorerei Odino di darmi il dono della preveggenza. Se mi chiedono di dove sono, sono nato lì, ma ho vissuto anche là e là, e anche laggiù, a volte dico che sono nato a Imperia, ma per sbaglio perchè sono di Genova. Se mi chiedono dove vivo, rispondo: fai tu, ma fra Berlino e Torino.

Lettore accanito, gamer per scelta e passione. Battlestar Galactica batte ogni serie televisiva (Star Trek compresA). Gra Jordan, Kobe e LeBron io scelgo Magic e i Lakers, SEMPRE. Come mi definirei? Un nerd con un dottorato in Archeologia che ha scelto di scrivere per passione.

Commenta!

avatar
  Subscribe  
Notificami