Forse non più Brexit: il problema è che non lo sanno neanche a Londra

Brexit, no deal

Domanda, il 29 marzo la Brexit avverrà, sarà rimandata o ci sarà un secondo referendum? Se lo sapete, beati voi, in UK non si sa ancora.

Mancano 28 giorni alla deadline della Brexit, 11 a quella per l’ultimo voto possibile sull’accordo fra UE e Regno Unito (12 marzo), e ancora, dopo più di 2 anni dal giugno 2016, non sappiamo se e come si sarà una Brexit. Una cosa, però, è certa: lungi dalla propaganda euroscettica, la politica, la società e l’economia del Regno Unito brancolano nel buio.

In quello più profondo direi, perché, attualmente manca:

  • un accordo;
  • una maggioranza che lo voti;
  • la coesione dei partiti che dovrebbero appoggiare o contestare il provvedimento;
  • la certezza di cosa succeda;
  • l’ottimismo economico;
  • e la sicurezza se la deadline sarà il 29 marzo o il 29 giugno o chissà quando.

Alla ricerca di un consenso

In un ultimo tentativo, direi estremo, di salvare un accordo giudicato, da Leavers e Remainers all’unisono, come troppo penalizzante per Londra, Theresa May ha appoggiato un emendamento che, in caso di ennesimo parere negativo dei Comuni sull’accordo da lei presentato, farà slittare di 3 mesi la deadline del 29 marzo.

Inutile dire che tale emendamento è passato senza intoppi in Parlamento.

L’obiettivo è di mettere pressione sui Tories dell’ERG, Europe Research Group, guidato dall’ultra-Brexiter Jacob Rees-Moog e i parlamentari del DUP nord-irlandese per far passare l’accordo. Furono proprio i Brexiters, assieme all’opposizione e ai Remainers conservatori, a bocciare l’accordo a gennaio.

Mentre la prospettiva di uno slittamento della Brexit porta alle dimissioni l’ennesimo sottosegretario di governo, fonti interne ad ERG, sostengono che questa manovra potrebbe ridurre il numero dei ribelli Tories da 110 a 30. Considerando l’esigua maggioranza parlamentare che gode Theresa May a Westminster, l’approvazione dell’accordo necessiterà del supporto dell’opposizione, o, almeno, di parte di esso.

Ovvero di Jeremy Corbyn e il ‘suo’ Labour, i quali hanno, nel frattempo, da fronteggiare la propria di ribellione interna.


Labour Brexit e Labour Remains

Per la prima volta in 2 anni e mezzo, Jeremy Corbyn ha ufficialmente espresso il proprio appoggio al secondo referendum sulla Brexit qualora a) l’accordo di Theresa May non venisse approvato (il Labour è fortemente contrario ad un accordo che, de facto, lascerebbe il Regno Unito come stato satellite dell’Unione Europea) e b) si andasse al no-deal.

Una decisione che accoglie le richieste che arrivano dai membri, anche parlamentari della campagna “People’s Vote”, i quali rappresentano, stando ai sondaggi, il 69% dell’elettorato laburista.

Questo però ha suscitato l’irritazione dei Brexiters laburisti che si sono detti contrari a qualsiasi voto per il secondo referendum. Sono 25 parlamentari che vuol dire: per riportare i cittadini britannici alle urne serviranno i voti dei Remainers conservatori.



Il gruppo indipendente.

Come si vede, il colpo di coda politico della Brexit sta letteralmente spaccando ogni giorno che passa i partiti tradizionali britannici fra europeisti ed euroscettici: una frattura che si riflette geograficamente nei collegi di appartenenza. I Remainers vengono dalle zone urbane, i Leavers, in maggioranza, da quelle rurali del nord del paese.

Il risultato sarà che, comunque vada, il panorama politico britannico sarà difficilmente lo stesso dopo il 12 marzo.

Intanto, in Parlamento, è già nato un nuovo partito. Si chiama Indipendent Group e raccoglie 11 parlamentari pro-UE fuoriusciti di cui 8 ex-laburisti e 3 ex-conservatori. Tutti sono a favore del secondo referendum.


Slittamento possibile?

Il piano di Theresa May, però, ha già incontrato un intoppo e viene da un parere giuridico richiesto dal Bundestag tedesco e pubblicato dal quotidiano Die Welt.

Qualora la Brexit venisse ritardata, infatti, il Regno Unito sarebbe legalmente parte dell’Unione Europea al momento delle elezioni europee di maggio e, come tale, sarebbe costretto a partecipare alla tornata elettorale. Qualora non lo facessi, si aprirebbe un contenzioso giuridico automatico fra Londra e la Corte Europea qualora il Regno Unito decidesse di non partecipare a tali elezioni.

A venir lesi, infatti, sarebbero i diritti dei cittadini britannici residenti nei paesi dell’Unione come quelli dei cittadini europei residenti in Regno Unit. Ricordiamo che, come cittadini europei, i residenti all’estero votano i partiti dello Stato di cui sono residenti.

Il risultato di tale infrazione, paradossalmente, renderebbe la partecipazione della Gran Bretagna alla UE illegale che innescherebbe, accordo o meno, un immediato no-Deal. E se questo, permettetemi lo sfogo, non è il segno definitivo di una follia chiamata Brexit, non so onestamente quale possa essere.

Per dovere di cronaca, nell’eventualità di partecipazione del Regno Unito alle prossime elezioni, i sondaggi vedono primi i Laburisti col 37%, seguiti dai Conservatori col 36%. L’UKIP di Nigel Farage, il quale vinse le elezioni del 2014 generando gli eventi che portarono al referendum del 2016, passerebbe dal 27,5% all’8%.



Il Parlamento Europeo

Problemi legali a parte, lo slittamento presenta un ulteriore problema: per essere effettivo deve essere approvato dal Consiglio Europeo, il che non è semplice.

Da Bruxelles, infatti, fanno sapere che i leader europei potrebbero approvare uno slittamento, ma quello di tre mesi proposto da Londra avrebbe senso solo se servisse a migliorare l’accordo raggiunto, non a ridiscuterne uno nuovo.

Per quello, sostengono fonti interne alla Commissione, servirebbe un rinvio di almeno uno o due anni. E un piano nuovo (oltre ad uno psicanalista, se mi permettete).


Lo stop del manifatturiero

Stando alle analisi condotte dalla Banca d’Inghilterra, la Brexit – e tutto il suo corollario di aspettative, proclami ed incertezza – avrebbe impoverito il paese di 40 mld di sterline all’anno.

Il dato avrebbe aggravato il rallentamento dell’economia britannica che, sostiene uno studio della New Economics Foundation, sarebbe da attribuire ad un calo progressivo degli investimenti degli ultimi 8 anni – con una perdita per l’economia britannica stimata sui 100 mld –  che è incrementata massicciamente a seguito del referendum sulla Brexit.

Stando ad uno studio di IHS Markit/Cips, ad entrare in crisi sarebbe il settore manifatturiero britannico su cui peserebbe, da una parte lo slowdown asiatico, dall’altra l’incertezza per la Brexit. Il 70% delle imprese, infatti, avrebbe indicato proprio nella Brexit il motivo del proprio pessimismo sullo scenario economico nazionale prossimo venturo.

La produzione di autoveicoli sarebbe calata 18,2% in un anno, l’indice PMI (Purchasing Managers’ Index), il quale giudica il livello di attività del comparto industriale, sarebbe calato al 52%, -0.6 rispetto a gennaio e segnando il quarto mese consecutivo di declino.

In generale, continua lo studio, il livello di ottimismo del comparto è al minimo storico mentre aumentano le scorte, segno che gli imprenditori si stanno preparando ad una contrazione dell’importazioni di materiali e componenti dall’estero.



Lo stop ai consumi

Dati macroeconomici a parte, il centro di ricerche Kantar ha pubblicato una ricerca che dimostra come si sta già assistendo ora, quindi prima della Brexit, ad uno degli effetti più temuti dell’intero processo di uscita: il calo dei consumi e della domanda interna.

Tale contrazione sarebbe in atto da alcuni mesi e si starebbe acuendo, con vere e propri cambi di attitudine al consumo all’avvicinarsi della deadline ed alle prospettive del no-Deal. Un calo, continua Kantar legato a una ricerca del maggiore risparmio da parte dei consumatori dovuto alla prospettiva di un calo delle importazioni dall’Unione Europea di prodotti alimentari, importazioni da cui dipende più della metà del consumo alimentare britannico.

Semplice effetto paura? Forse, ma è interessante come le principali catene alimentari del paese, Tesco e Lidl, si stiano attrezzando per migliorare la logistica e velocizzare i controlli doganali in caso di no-Deal.


Non finisce qui

Parlando di Brexit, si sa, nulla è mai semplice e quanto qui elencato non è che una parte di un iceberg che stiamo documentando su il Caffè e l’Opinione da due anni.

Perché il tutto non si esaurisce con un accordo o un voto, sul piatto, Deal o no-Deal, c’è sempre la questione nordirlandese come quella scozzese. Ci sono poi le minacce di indipendenza provenienti dal Galles e i dubbi che circondano sia la City di Londra che l’intera metropoli inglese.

Come il fatto che ora, il Remain è dato nei sondaggi al 56% che diventa 48% se si considerano gli indecisi. Il Leave è al 44% che diventa 38% considerando gli indecisi: sono dati molto lontani dall’indecisione precedente al referendum di due anni fa.

Per raccapezzarsi in quello che non è più un evento politico, ma una vera odissea contemporanea, vi consigliamo di consultare il nostro archivio in questo link.


Per chiudere, permetteteci una nota di costume. A fronte di quello che egli definisce un “tradimento” del voto espresso dagli elettori nel 2016, Nigel Farage abbia annunciato una marcia di protesta di due mesi attraverso il paese.

Per accompagnarlo, Farage chiede un obolo di 50 sterline che include pernottamento, pasti (fra cui colazione all’inglese) e una borsa piena di gadget pro-Brexit, fra cui cappellini e magliette.

Perché business is business.

E Farage, di business, se ne intende.


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