Perché un accordo sulla Brexit è ancora lontano – il Caffè del 1-12-2017

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Il “Brexit Divorce Bill”: quanto pagherà il Regno Unito e come questo si allaccia al budget europeo. Licenza: CC 2.0

Circa 4 miliardi all’anno per 6 anni per andarsene, questa l’offerta del Regno Unito all’Europa per proseguire i negoziati, ma sul piatto rimangono ancora troppe questioni e tanti veti.


Sommario:

  • l’accordo fra UK e UE sul saldo delle contribuzioni britanniche
  • la sconfitta dei Brexiters
  • il nodo irlandese ed i veti incrociati su Londra

Dopo mesi di stallo fatto di riunioni andate a vuoto, discussioni e tante promesse, la Gran Bretagna ha finalmente presentato la propria offerta all’Unione Europea nei confronti del saldo economico associato alla Brexit.

Lo fa a ridosso dell’ultimatum, lunedì 4 dicembre, imposto dall’Unione Europeo per produrre “sufficienti progressi” nelle trattative per procedere alla discussione dell’accordo commerciale. 

Rimane l’incertezza sulla cifra reale in quanto il Governo britannico non ha rilasciato dati ufficiali. Secondo però quanto riportato dal Guardian, citando fonti dell’Ufficio del Bilancio del Regno Unito, si tratterebbe di una serie di pagamenti annuali di circa 4 milioni di euro alla UE almeno fino al 2023.

 Theresa May, Donald Tusk e Jean Claude Juncker, l'accordo potrebbe portare la Gran Bretagna a far ripartire le trattative con l'Europa. Foto:  European Council President  Licenza:  CC 2.0

Theresa May, Donald Tusk e Jean Claude Juncker, l’accordo potrebbe portare la Gran Bretagna a far ripartire le trattative con l’Europa. Foto:  European Council President  Licenza: CC 2.0

Fondi e prestiti. La cifra finale si aggirerebbe fra i 50 ed i 55 miliardi di Euro, ma questa rimane indicativa in quanto non è ancora certo quanto il Regno Unito debba realmente alle casse europee.

Già registrati a bilancio ci sono i 21,97 miliardi già stanziati – fra fondi strutturali, stipendi e spese – per il periodo compreso fra il 2019 ed il 2020 e che riguarda, spesa corrente e fondi strutturali. A questi vanno aggiunti gli 8,71 miliardi che serviranno a coprire le pensioni dei britannici impiegati in questi anni all’Unione Europea e i circa 19 miliardi di contingenze economiche, fra cui lo spostamento delle agenzie europee assegnate alla Gran Bretagna.

I 30 miliardi mancanti. Un totale di oltre 40 miliardi di Euro a cui andrebbero scontati i fondi da investire nel Regno Unito (18 miliardi) e gli investimenti britannici nel capitale della Banca Centrale Europea, ma che non tiene conto dei circa 30 miliardi di Euro del cosiddetto “Reste à liquider”, ovvero i fondi strutturali ancora da stanziare e le assicurazioni finanziare sui prestiti garantiti dall’Unione a Grecia, Irlanda, Portogallo e, tecnicamente più a rischio, Ucraina.

Su questo punto si sono concentrati le maggiori resistenze da parte della UE, la quale, allo scopo di evitare un’ulteriore esborso di denaro da parte dei paesi membri, ha richiesto a Londra la copertura totale del budget per i fondi e un “forfeit” di 13 miliardi di Euro per i prestiti.

La sconfitta dei Brexiters. Più di 50 miliardi, quindi, in linea con quanto proposto sin dall’inizio dall’Unione Europea (60 miliardi) e, soprattutto, molto lontani dai 20 miliardi proposti da Theresa May a settembre.

Una vittoria per l’Europa e, per i più strenui sostenitori della Brexit, i quali avevano sostenuto che l’uscita dalla UE non avrebbe avuto ripercussioni economiche, una cocente sconfitta. Ed infatti, corrono immediatamente ai ripari.

Per Nigel Farage, leader dell’UKIP e “faccia” della Brexit, infatti, il “governo si sarebbe venduto alla UE” accentando delle proposte infondate che “uniranno il popolo britannico nell’indignazione”.  Più conciliante Boris Jonhson – il Segretario per gli Esteri che sosteneva come fosse l’Europa a dovere soldi al Regno Unito e non il contrario – che si dice fiducioso di come le nuove concessioni “un momento importante” per “portare avanti le trattative su argomenti più seri del divorzio”, ovvero l’accordo commerciale.

Contrari i “pasdaran” della Hard-Brexit, Iain Duncan Smith e Jacob Rees-Moog che invitano Theresa May a tornare sui suoi passi e di non cedere al ricatto europeo.

L’attacco laburista. Contro di loro e l’altro Brexiter, il Segretario all’ambiente Micheal Gove, i laburisti. Significative le parole del parlamentare Labour Chuka Umunna, per cui sia Johnson che Gove “avrebbero mentito” agli elettori “nascondendo” il fatto che quella Hard Brexit da loro voluta avrebbe avuto un costo, quello che ora tutti i cittadini britannici saranno costretti a pagare.

Ed è infatti su questo che si concentra ora la battaglia a Westminster: i laburisti vogliono infatti capire dove il governo intenda reperire tali fondi. La risposta arriva dal Segretario ai trasporti Chris Grayling: i 10 miliardi di sterline di contributi netti annuali che la Gran Bretagna già pagava all’Europa.

L’Europa. La proposta dovrebbe essere discussa dai paesi membri della UE nei prossimi giorni. Per il Guardian, che cita fonti interne alla Commissione, i funzionari di Bruxelles sarebbero comunque soddisfatti della proposta britannica sperando, però, che alle parole seguano i fatti, ovvero una proposta scritta.

Strada libera all’accordo commerciale quindi? Non proprio perché per completare il divorzio rimane ancora un nodo, quello del confine con l’Irlanda del Nord.

 Leo Varadkar, Primo Ministro irlandese, e Donald Tusk, Presidente dell'Euroconsiglio. Foto:  European Council  Licenza:  CC 2.0

Leo Varadkar, Primo Ministro irlandese, e Donald Tusk, Presidente dell’Euroconsiglio. Foto:  European Council  Licenza: CC 2.0

Il nodo nord irlandese e Dublino. Venerdì 1 dicembre il Presidente dell’Euroconsiglio Donald Tusk ha ribadito come sia l’Irlanda e non l’Europa ad avere potere di veto assoluto sul prosieguo dei negoziati. All’interno dell’Unione, sottolinea Tusk, sono propri i cittadini irlandesi i più toccati dalla Brexit che mette a repentaglio la stessa stabilità sociale dell’isola.

Per questo motivo, qualsiasi offerta proveniente da Londra verrà sottoposta al vaglio diretto del Primo Ministro irlandese Leo Varadkar e se “tali proposte risultassero inaccettabili per l’Irlanda, lo sarebbero per tutta la UE”.

Tutto nelle mani di Dublino dunque, da  dove Varadkar ha sì sottolineato i notevoli progressi fatti nelle ultime settimane sulla questione economica senza però definirli “sufficienti”: la parola magica che serve a Londra per passare alla fase due dei negoziati.

Per quanto riguarda il tema dell’Irlanda del Nord, il premier irlandese si è espresso a favore del mantenimento dell’Area di Libero Scambio sull’isola, soluzione che eviterebbe la creazione di un confine fisico fra la Repubblica d’Irlanda e le contee settentrionali facenti parti del Regno Unito. 

 Il nodo irlandese, nuovo grande blocco della Brexit. Licenza: CC 2.0

Il nodo irlandese, nuovo grande blocco della Brexit. Licenza: CC 2.0

Il veto di Belfast. Una soluzione in gran parte condivisa dal governo, almeno dai conservatori. Secondo il Times, per raggiungere l’accordo, Londra sarebbe disposta a concedere maggiori poteri ed autonomia a Belfast suitemi chiavi dei controlli frontalieri, le politiche energetiche e quelle agricole.

Questo servirebbe a favorire l’Area di Libero Scambio e i confini aperti mediante la costruzione di un sistema di regolamentazioni misto britannico-europeo valido solo per l’isola, con lo spostamento del vero confine al di là del Mar d’Irlanda.

Sulla carta una soluzione ottimale che mette d’accordo Dublino e Londra. Esiste però un problema: l’opposizione degli Unionisti Democratici dell’Irlanda del Nord (DUP), alleato di minoranza del governo May.

Il DUP – partito a favore della Hard Brexit –  teme che questa “autonomia” ponga – almeno nei fatti – l’Irlanda del Nord fuori dal Regno Unito aumentando il rischio di una futura unificazione dell’isola. Per ovviare al problema, sottolinea il responsabile per la Brexit del DUP Sammy Wilson, il partito potrebbe revocare il proprio appoggio qualora Londra intenda proseguire sulla strada riportata dal Times.

Voti da cui dipende la sopravvivenza del governo May.

Un sistema di veti incrociati che appende il futuro della Gran Bretagna, e del suo governo, alle decisioni di Dublino e Belfast.

Decisamente un ottimo risultato per un evento, quello della Brexit, che è partito con la frase: “torniamo ad essere padroni del nostro destino”.


Per approfondimenti:

– la guida alla Brexit ed alle leggi necessarie per compierla: POLITICO

– il prossimo fronte, l’Irlanda, visto da un non-Brexiter, Nicola Sturgeon: Belfast News

– come la Brexit potrebbe far cadere il governo britannico: Bloomberg

– il nodo irlandese del confine: BBC Newsnight (video)

Scrivo e mi diverto. Filippo Turati non è solo toponomastica, ma uno dei più brillanti politici italiani. Se mi chiedono di dove sono ondeggio fra Torino e Genova, a volte dico che sono nato a Imperia, ma per sbaglio. Fra Berlino e Torino, ricordando Genova. Lettore accanito, gamer per scelta e passione. Battlestar Galactica batte ogni serie televisiva e fra Jordan, Kobe e LeBron io scelgo Magic. Come mi definirei? Un Nerd con un dottorato in Archeologia che ha scelto il giornalismo (per passione).

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