Brexit: due anni e mezzo di bufale che vengono al pettine

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Fra No-Deal e accordo, c’è di mezzo quel mare di bufale chiamato Brexit che ha distrutto la politica, e la società, britannica.

Mentre scrivo, non si sanno ancora i risultati ufficiali del voto del Parlamento britannico sul “Withdrawal Agreement” concordato fra Unione Europea e Regno Unito. Prendete questo post, quindi, non come un’analisi del voto compiuto (quello arriverà domani) e del futuro della Gran Bretagna (peraltro lo scenario appare scontato: May perderà il voto e, al 75%, Corbyn chiederà la sfiducia), ma come una riflessione sulla Brexit a due anni dal referendum e, in ottica europea, sul sovranismo.

Come l’11 settembre, la Caduta del Muro o quella dell’Unione Sovietica, l’intera vicenda Brexit è un evento epocale, uno spartiacque storico e politico che, comunque vada, ha già segnato entrambi tutti i soggetti coinvolti, prima ancora di compiersi.

Perché se si può tornare indietro dalla Brexit come “evento”, non si potranno mai cancellare gli effetti di questi due anni e mezzo sulla UE (nascita e crescita dei populisti, cui la Brexit ha dato un’arma dialettica molto potente, almeno all’inizio), sul Regno Unito e sui politici coinvolti (May, Corbyn, Farage etc.).


No No-Deal

Mi occupo di Brexit sin dalla fondazione del Caffè e l’Opinione e una cosa mi pare certa: comunque vada, uno dei principali perdenti è proprio retorica sovranista.

Secondo i “grandi Brexiters”, Farage, Rees-Mogg, Gove e Johnson, il referendum del 23 giugno 2016 sarebbe stato il “momento in cui il popolo britannico tornava padrone del proprio destino”. Il momento in cui “Rule Britannia” tornava a ruggire sui mari politico-economici, la rinascita dell’Impero e altre retoricissime panzane.

Panzane, perché quella propaganda voleva dire una sola cosa: il No-Deal, ovvero, uscire subito e senza alcun accordo commerciale. Un gigantesco “screw you EU” che era diventato (e, fra i disinformati, è ancora) il motto dei sovranisti britannici, ripreso e declinato in salsa patria dai loro emuli europei.

Solo che il No-Deal, stando ai documenti e agli studi portati avanti dai dei diversi ministeri britannici, comportarebbe:

  • il ritorno al WTO e la necessità di accordi temporanei per evitare il collasso del commercio e le produzione UE esternalizzate in Gran Bretagna (come dall’allarme arrivato dal settore automotive, ovvero BMW, Ford, Toyota, Jaguar, MINI);
  • possibili disordini (nell’ultimo mese il Governo britannico ha pre-mobilitato 3500 militari nell’eventualità di un No-Deal (dari del sovranissimo Segretario dell’Interno);
  • possibili carenze di medicinali a causa delle nuove tariffe (dati del sovrano Ministero della Salute);
  • una perdita fra 7% e il 10% del PIL spalmata su 15 anni (dati del sovrano Governo britannico);
  • aumento dell’inflazione al 6.6% con conseguente effetto deflattivo sui salari e collasso del mercato immobiliare (dati della sovrana Banca d’Inghilterra).

Il tutto in un paese con “moneta sovrana” e con un “impero commerciale proprio”. Insomma, una “potenza militare e geopolitica” che rischia(va) di andare a gambe all’aria per la Brexit.


Il PIL britannico in rapporto ai differenti scenari dlla Brexit, in rosso quello del No-Deal. Si noti il collasso min/max rispetto agli altri scenari ed il tempo di recupero del PIL.


No Hard-Brexit

Nonostante demagoghi, quali il conservatore Jacob Rees-Mogg, sostengano che il mancato accordo garantirebbe “una Brexit migliore” di quella proposta dal Governo May, il No-Deal non è mai stato un opzione e non è ancora adesso l’obiettivo del Regno Unito.

Non a caso dall’alba del Governo May nel luglio 2016, fino al Chequers Deal di luglio 2018, passando per la ratifica dell’articolo 50 nella primavera 2017, la parola d’ordine è stata sempre e solo Hard-Brexit: la chimera di un accordo di uscita dura con accordo favorevole alla Gran Bretagna.

Secondo i sostenitori di tale teoria (fra cui, in uno dei tanti paradossi della Brexit, lo stesso Rees-Mogg), la UE doveva concedere a Londra uno dei suoi punti di forza, l’area di libero scambio, rinunciando a Corte di Giustizia, Schengen, Dublino, Maastricht e Fiscal Compact, per mantenere il passporting finanziario delle grande banche della City e la permanenza della Gran Bretagna nell’export europeo (le industrie inglesi sono quasi tutte di componentistica inserite nella catena del valore tedesca).

Se l’obiettivo era la dissoluzione della UE, bel tentativo, perché mai Bruxelles avrebbe acconsentito a questi termini.

Infatti, così è stato.


Europa oggi


Illusioni di grandezza

Quella della Hard-Brexit rimane un’illusione creata dalla demagogia e pompata dall’orgoglio nazionale britannico che immaginava i 27 paesi della UE inginocchiarsi di fronte agli eredi dell’Impero. Una visione che Theresa May, la remainers convertita ad Hard-Brexiters, tradusse in un “accordo tipo quello con il Canada, ma più forte” o, alla caduta di questa prima ipotesi, in “un’unione come quella fra Norvegia e UE, ma molto più forte”.

Laconica la risposta della UE: no grazie, “l’area di scambio comune è parte integrante della UE e non si può accettare questa, rifiutando il resto” (il famoso ‘cherry picking’ citato da Angela Merkel nel 2016).

Eppure Londra ci ha provato in tutti i modi, cercando canali diplomatici bilaterali con possibili alleati, i paesi dell’est per esempio, o ritardare di quasi un anno l’applicazione dell’art. 50. Tutto pur di salvare quella chimera diventata la bandiera per gli elettori del ‘Leave’. Gli stessi che sono fra i principali sconfitti o, dovrei dire, truffati dalla Brexit.


Elettori traditi

A quegli elettori, era stato promesso che i fondi risparmiati dal budget europeo sarebbero andati al Servizio Sanitario Pubblico, che non ci sarebbero stati più migranti UE “a rubare il lavoro” e che tutti avrebbero prosperato nel nuovo corso della Gran Bretagna. Le stesse parole d’ordine dei sovranisti continentali.

Già poche settimane dopo il voto, però, gli stessi promotori sottolineavano che quella della Sanità non era una cosa fattibile e che per prosperare fuori dalla UE ci sarebbe voluto un accordo commerciale, guarda un po’, proprio con la stessa UE.

Neanche sui migranti gli è andata bene. La Gran Bretagna, per sostenere il suo sistema previdenziale, avrà bisogno, nei prossimi anni, di circa 200.000 immigrati perché hanno lo stesso identicao problema di Germania e Italia (la quale vive in una sua bolla da Brexit senza exit): la popolazione invecchia e il sistema pensionistico rischia di collassare. Non lo dice solo “la propaganda europeista“, ma, infilando un paradosso dopo l’altro, lo stesso Hard-Brexiters Boris Johnson.

Come se non bastasse, dopo ulteriori due anni di propaganda, i Leavers hanno scoperto che il modo migliore per non veder franare il proprio sistema economico e sociale sarebbe quella di una Soft-Brexit, magari congelando lo status-quo, salvaguardando l’accesso all’Unione Europea, rimanendo, de facto, un po’ UE.


E allora Soft-Brexit!

Si sarebbero potuti risparmiare fiumi di inchiostro e mesi di trattative, se queste informazioni fossero state comunicate all’elettorato durante la campagna referendaria o, in alternativa, si fosse evitato di votare su una cosa così complessa come la Brexit con un referendum a maggioranza semplice.

La democrazia diretta sarà anche bella, ma, esattamente come quella rappresentativa, il suo funzionamento dipende dal grado di informazione dell’elettorato e dai mezzi usati per fargli esprimere il proprio parere. Votare Sì/No (Remain/Leave) su oltre 40 anni di trattati, integrazione giuridica e economica sulla base di informazioni parziali, non è fare “democrazia diretta” o far “esprimere il popolo”: è fare casino.

Perché gli accordi del Venerdì Santo fra Irlanda del Nord e Irlanda, sulla cui salvaguardia è basato gran parte del contestato “Withdrawal Agreement”, sono in vigore dal 1998 e sono sempre stati favoriti dalla comune appartenanza di Dublino e Londra alla UE.

Perché l’economia non è un opinione, così come non lo sono gli assi produttivi, le catene del valore, le proprietà transnazionali e i mercati di importazione ed esportazione. Non lo sono per la Gran Bretagna come per gli altri 27 paesei del blocco continentale.

Perché chiedere di esportare liberamente verso la UE richiede da sempre il sottostare ai regolamenti UE e questo non avviene “a gratis”.


Galassia Sovranista


il caos

Si arriva così al Chequers Deal di Theresa May, alla sua bocciatura da parte della UE ed alla scrittura del Withdrawal Deal oggi al voto a Londra in una Camera dei Comuni allo sbando.

Il Governo è spaccato perché il partner di minoranza dello stesso, il DUP nordirlandese voterà contro l’accordo. Il partito di Theresa May è spaccato in due fra i Brexiters (come Ress-Mogg e Gove) e europeisti come Grieve. Il Labour stesso è spaccato in due fra “la Brexit non si tocca” (a seconda dei giorni) di Jeremy Corbyn e il secondo referendum del Ministro ombra per la Brexit, Keir Starmer.

Nei discorsi fuori e dentro l’aula ci si perde nell’isteria e nel paradosso come definire il backstop “”una trappola per la UE” perché Londra “non pagherà un penny per avere tutto quello che ha ottenuto”. L’ha detto il Brexiter Micheal Gove difendendo – con citazione di Games of Thrones, perché quello è il livello del dibattito oramai – quello che, nelle parole dell’altro Brexiter, Boris Johnson, sarebbe “solo un vassallaggio all’Unione Europea”.


L’accordo

Il “Withdrawal deal”, infatti, prevede che lo status quo attuale, ovvero l’articolo 50 venga prolungato per consentire ulteriori colloqui sul futuro accordo commerciale. Tecnicamente questi potrebbero essere infiniti perché il Regno Unito potrebbe uscire da questa situazione, in assenza di accordo, solo col voto favorevole della UE (o la riunificazione dell’Irlanda, e non sto scherzando) e non prima del dicembre 2021.

Qualora si arrivasse a tanto, si arriverebbe al famigerato backstop, quello che spaventa i sovranisssimi parlamentari dell’Impero britannico (l’ironia, scusate, è d’uopo). Allo scopo di preservare il non-confine fra le due Irlande, il bakstop andrebbe ad istituire un’area provvisoria di libero commercio regolato dai protocolli UE vigenti al momento dell’uscita fra i due soggetti in questione, con competenza, non assoluta, ma primaria della Corte di Giustizia Europea.

Si può chiamarla Brexit, se si vuole, sapendo che Brexit non è.



Che succederà?

Per il Guardian e Sky News, il No vincerà sul Sì con uno scarto di 200 voti, marcando la più sonora sconfitta di un governo in carica nella storia del Regno). Risultato meno devastante, ma altrettanto negativo per The Press Association, con una sconfitta di Theresa May per 383 voti a 256. Numeri simili anche per le analisi di BuzzFeed e The Telegraph.

In pratica tutto il Labour, il DUP, i Verdi, i Lib Dems, i Gallesi e gli Scozzesi voterebbero no, assieme ad almento una sessantina di deputati conservatori.

La sconfitta più scontata di sempre aprirà una pletora di scenari. Ci potrebbe essre il caos (tipo, Theresa May che rifiuta di dimettersi e ripresenta lo stesso accordo, prolungando l’agonia), il No-Deal, la mozione di sfiducia presentata da Jeremy Corbyn con nascita (inutile) di un esecutivo d’emergenza, le elezioni generali e/o un nuovo referendum.

Dal punto di vista legislativo, il Governo (se ci sarà ancora) dovrà presentare entro 3 giorni il suo Piano B, cosa che farà anche il Parlamento. Scontato, inoltre, che chiunque verrà incaricato di compilare tale piano si recherà immediatamente a Bruxelles, dove Juncker ha già annullato ogni impegno per essere presente.

Solo che ui troverà, di nuovo, il muro Juncker-Tusk, i quali hanno ribadito in una lettera a Theresa May (ce ne fosse bisogno) che l’accordo raggiunto sul backstop non si tocca, non per cattiveria, ma perché l’Irlanda è un membro della UE ed è compito dell’Unione proteggere gli interessi e la stabiltà dei paesi membri. Probabile, invece cha quel punto o si andrà verso il secondo referendum o verso una proroga dell’art. 50. Fra queste, la seconda è quella più probabile.


Nella UE ad interim

Per quanto il mio animo europeista vorrebbe vedere un secondo referendum con vittoria del Remain, sono perfettamente conscio che il settimanale The Economist abbia ragione sull’inutilità dello stesso, anche se portasse alla (ad oggi probabile) vittoria europeista.

Esso inasprirebbe le spaccature nel paese oltre a non restituire alcuna credibilità al Governo centrale o al sistema partitico britannico, letteralmente distrutto dopo 2 anni e mezzo di “Brexit Drama”.

Perché proprio la politica è l’altro grande sconfitto di questa folle Brexit. I leavers si sono dimostrati incapaci di mantenere le promesse e i remainers di lottare per evitare la disinformazione. I partiti, poi, non sono riusciti a gestire il post-referendum, in particolare di costruire un reale accordo attorno all’unica ipotesi possibile (la soft-Brexit), chi sbandierando la bandiera del sovranismo (May e i Tories), chi puntando al Governo (Corbyn e il Labour).

Il risultato è un paese distrutto. In Scozia si parla di indipendenza, mentre il sindaco di Londra propone un documento alternativo per preservare lo status “internazionale” della capitale e la sua apertura ai cittadini dell’Unione Europea.

Addirittura il Galles. con il partito Plaid Cymru, incomincia a parlare “della morte dello Stato britannico”, di “post-imperialismo” e di indipendenza. Il Galles, la riserva dei voti del Labour, che non si è praticamente mai ribellato all’Inghilterra. Tutto per seguire una chimera sovranista disarticolata dalla realtà industriale e commerciale britannica.


In breve


A fronte di questo caos sovranista, l’unica strada percorribile, come afferma anche David Carretta su il Foglio, sarà prolungare i tempi di uscita sanciti dall’articolo 50, ovvero, perpetrare lo status quo a data da destinarsi, riaprendo le trattative. Il Regno Unito diventerebbe un “membro ad interim” della UE ed eviterebbe sia il No-Deal che il backstop. Nel suo nuovo status di “ci sono”/”non ci sono” potrebbe anche arrivare, trattando ad oltranza, alla redazione di un accordo soddisfacente per entrambi le parti su Irlanda, status di Londra e dei cittadini UE, etc.

O alla sua dissoluzione come Stato.

O a cambiare idea per intervenuto ricambio generazionale o soppravvenuta noia.

Opinione personale. Salvaguardare lo status speciale dell’Irlanda del Nord è impossibile almeno che a) non si riunifichi il paese, b) spariscano gli stati nazionali, c) sparisca il Regno Unito o d) il nuovo accordo non riguardi solo lo status Gran Bretagna, ma una totale ridefinizione di tutto il costrutto comunitario con la creazione di una UE multi-strato (o multi-velocità).

Per il resto, l’accordo commerciale, i sovranissimi britannici hanno capito già, e da un po’, che sperare di ottenere condizioni migliori uscendo dal mercato unico per rilanciarsi come potenza economica, fosse un’emerita bufala.


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