Brexit: anche con Boris Johnson, il fallimento è chiaro

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La telenevola britannica chiamata Brexit continua: Boris Johnson ad un passo da Downing Street… e dal fallimento della Brexit.

I parlamentari Tories hanno deciso, sarà Jeremy Hunt a sfidare l‘ex-Segretario di Stato Boris Johnson per la corsa alla leadership del partito conservotore britannico e nuovo Primo Ministro del Regno Unito. Si fronteggiano due visioni di Brexit diverse: Hunt sostiene che occorra continuare sulla via dettata dal Withdrawal Agreement (WA) dell’ex-Premier Theresa May, Johnson vuole riaprire le trattative con la UE, cancellare il backstop e posticipare il tema dei confini irlandesi al periodo di transizione.


Che dice la UE?

Per la UE, però, il WA non si tocca. Lo ricorda il primo ministro olandese Mark Rutte alla BBC che aggiunge: “quello che possiamo fare insieme e di guardare all’accordo politico sottostante al WA”, ma non al contenuto dello stesso che rappresenta “la migliore offerta possibile” della UE stanti le red lines – fra cui il nessun tipo di adesione a Schengen – definite da Theresa May nel 2017. Con buona pace del programma Johnson. L’estensione della deadline immaginata da Gove e Hunt richiederebbe, continua Rutte, un piano dettagliato che riguardi nuove elezioni, un nuovo referendum e/o cambiamenti alla red lines. Parole che riecheggiano quelle del Presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e del capo-negoziatore per la UE Michel Barnier.

Rutte aggiunge anche, citando di nuovo Johnson e altri brexiters, che l’idea di mettere un limite temporale al backstop è semplicemente assurda. Più precisamente, “non ci sarebbero le condizioni né tecniche né logistiche per immaginare di trovare una soluzione al problema irlandese in 4, 5, 6 anni”.

Per il primo ministro olandese “con una hard-Brexit – ma anche con una normale – il Regno Unito è inevitabile che il Regno Unito diventi un paese secondario: non sarebbe più parte della UE e non è abbastanza grande per ricoprire un ruolo centrale nel palcoscenico globale”.



Verso il secondo referendum?

Intanto, fuori dalla corsa per la leadership del Governo, il Cancelliere dello Scacchiere Philip Hammond – Tories – apre la porta ad un secondo referendum: “se il nuovo primo ministro non riuscirà a sbloccare il Parlamento, allora si dovranno esplorare altri sistemi democratici per rompere l’impasse”. A rischio, continua, “non ci sarebbe solo il suo posto, ma i posti di lavoro e la prosperità di millioni di suoi concittadini”. Perché al di là dei proclami dei tre candidati, qualsiasi accordo o NoDeal, dovrà passare per l’approvazione del parlamento.

Se fra le schiere dei Tories si accenna al secondo referendum, chi ne parla apertamente è la maggioranza del Labour Party che continua a fare pressione sul Leader Jeremy Corbyn per cambiare la sua posizione – e, quindi, quella del partito – sulla Brexit, la quale mette ancora prima le elezioni rispetto al Final Say. Decisione che Corbyn, un leaver, vorrebbe posticipare a settembre. Gli oppositori, fra cui alcuni brexiter pentiti, vorrebbero invece che il partito si schierasse apertamente per il remain e sposasse  una posizione proattiva in seno alla Ue per riformare l’intero impianto istituzionale. Una posizione osteggiata da 26 parlamentari, molti da costituency brexiter, che considerano un passaggio a posizioni pro-Remain come un “suicidio elettorale del Labour”.


La critica a Corbyn

Un’opinione, quella dei brexiter-laburisti (sono 26 parlamentari, molti dei quali provenienti da collegi pro-uscita), che non trova riscontro nei sondaggi.  Secondo un recente sondaggio di YouGov, il 36% degli elettori laburisti del 2017 ha rivotato per il partito alle elezioni europee, mentre solo il 14% ha scelto Ukip o Brexit Party. Il 51%, invece, ha scelto di votare un partito apertamente per il Remaina (LibDem, Change UK, Greens, SNP o PC).

A fronte di questi dati si capisce la critica dell’ex-laburista Chris Leslie, ora a Change UK: “la riluttanza del Labour e Jeremy Corby nell’appoggiare il Remain è un tradimento di proporzioni epocali”. L’unico modo di risolvere la crisi, continua, sarebbe “la revoca dell’art. 50” per dare “tempo e spazio al popolo britannico ” di riflettere in vista del Final Say. Continuare le consultazioni con il governro, chiosa Leslie, è solo Corbyn ” che prende per il naso i membri del partito”.

Scontro politico a parte, rimane un dato di fatto. La Brexit era prevista per il 30 marzo 2019 e la Gran Bretagna, oggi, è ancora nell’Unione Europea.Per capire cosa sia successo vi proponiamo, usando gli articoli passati, un’antologia raginata della Brexit e delle sue (infinite) trattative sia per capire che cosa sia successo, sia perché sia da monito a chi, in Italia, si augura di celebrare, a breve, un’Italexit.


Requiem for a Brexit

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Possiamo distinguere due fasi nella storia della Brexit. Una dominata dalla Hard Brexit successiva all’elezioni (giugno 2017) di Theresa May che potremmo definire “energica” e la seconda dominata dall’accordo ad ogni costo cominciata quando è diventato chiaro anche a Downing Street che uscire dall’Europa ed ottenere condizioni commerciali privilegiate rispetto al resto del mondo era una mera utopia. Il discrimine è stato il Consiglio europeo del marzo 2018 in cui il tema “Brexit” è stato affrontato in venti minuti netti con la UE con la presentazione da parte dei 27 delle nuove linee guida per le trattative, ovvero, zona di libero scambio subordinata al rispetto delle normative europee e dei diritti dei cittadini europei. In pratica un fragoroso NO alle (sconclusionate) proposte fino a quel momento avanzate dalla Gran Bretagna.


Brexit flop

Brexit Gran Bretagna flop

Quella della Hard-Brexit rimane un’illusione creata dalla demagogia e pompata dal già citato orgoglio nazionale britannico che immaginava i 27 paesi della UE inginocchiarsi di fronte agli eredi dell’Impero. Una visione che Theresa May, la remainers convertita ad Hard-Brexiters, voleva tradurre in un “accordo tipo quello con il Canada, ma più forte” o, alla caduta di questa prima ipotesi, in “un’unione come quella fra Norvegia e UE, ma molto più forte”.

Secondo i sostenitori di tale teoria (fra cui l’ultra-brexiter Jacob Rees-Mogg), la UE avrebbe dovuto concedere a Londra uno dei suoi punti di forza, l’area di libero scambio, rinunciando, allo stesso tempo, a Corte di Giustizia, Schengen, Dublino, Maastricht e Fiscal Compact. Unico trade-off, la permanenza di Londra nel sistema di passporting finanziario e delle industrie britanniche nella catena del valore tedesca… e la fine della UE, visto che si sarebbe aperto il precedente di uno Stato con gli stessi benefit di un paese membro, ma senza alcun onere politico od economico.

La risposta della UE è stata laconica: no grazie, “l’area di scambio comune è parte integrante della UE e non si può accettare questa, rifiutando il resto” (il famoso ‘cherry picking’ citato da Angela Merkel nel 2016).

Eppure Londra ci ha provato in tutti i modi, cercando canali diplomatici bilaterali con possibili alleati, i paesi dell’est per esempio, o ritardare di quasi un anno l’applicazione dell’art. 50. Tutto pur di salvare quella chimera diventata la bandiera per gli elettori del ‘Leave’. Gli stessi che sono fra i principali sconfitti o, dovrei dire, truffati dalla Brexit. Nel corso di questi tre anni, infatti, non sono stati pochi i leavers più o meno famosi che hanno fatto pubblica ammenda per l’errore compiuto.


L’accordo finale

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Così si arriva al 14 novembre del 2018 e al Whitdrawal Agreement di Theresa May e al punto tanto criticato da parte dei Brexiters che ora cercano di prenderne il posto: il backstop irlandese. Il processo è semplice, alla fine del periodo di transizione  (previsto, secondo la timeline del WA, per fine 2020), qualora non ci fosse un accordo politico-commerciale fra Londra e Bruxelles, l’intero Regno Unito entrerebbe in un “territorio doganale unico”, il “backstop”. Grazie ad esso, le merci britanniche ed europee continuerebbero a fluire da una parte e all’altra della manica (o del canale d’Irlanda) senza alcun tipo di dazi o controlli.

Per l’Europa si tratta di un pilastro fondamentale su cui il premier irlandese Varadkar ha imbastito un gran lavoro diplomatico perché dal backstop deriva la sopravvivenza degli accordi di pace del Venerdì Santo del 1999 con i quali non si è chiuso solamente il conflitto religioso decennale dell’Irlanda del Nord, ma i cittadini della regione hanno ottenuto il diritto alla doppia cittadinanza creando, de facto, un exclave europa nel nord britannico dell’isola.

Considerando le scarse possibilità che un accordo commerciale si possa chiudere in meno di due anni, col backstop il Regno Unito si ritroverebbe a tempo indeterminato a seguire le norme ed i regolamenti UE, senza alcun potere di voto potendone uscire solo sottoscrivendo un altro trattato o tramite voto favorevole dell’Unione Europea. Per i Brexiters si tratta di un’offesa politica, per i remainers, invece, una farsa: piuttosto che trovarsi nel backstop, meglio revocare l’art. 50, trovare un altro accordo o tornare al voto.

Per Theresa May è l’inizio della fine.


Bye Bye Brexit

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La guerra parlamentare è in atto. In poco tempo la maggioranza conservatrice si squarcia e con essa la possibilità di far passare l’accordo. Dal governo cominciano a dimettersi segretarie e ministri, mentre il DUP, il piccolo partito lealista nordirlandese esssenziale per la maggioranza annuncia che non voterà mai il backstop. All’interno dei Tories, il gruppo di Reese-Mogg e quello di Boris Johnson votano più volte contro il Governo e a niente servono i voti di “supporto” provenienti dai Brexiter laburisti.

In poche settimane il Governo perde prima il controllo della procedura d’uscita e poi il controllo delle stesse trattative quando la Camera del Comuni approva una mozione che “impegna il governo a non arrivare al NoDeal”. Intanto, il WA arriva in aula e viene bocciato. Il 30 marzo si avvicina e il Regno Unito chiede e ottiene una proroga fino alle elezioni europee. May riporta in aula il WA che viene bocciato ancora ed ancora, costringendo il governo a chiedere un ulteriore proroga. Il paese partecipa alle elezioni europei e l’elettorato premia i partiti pro-Remain il cui risultato, sommato, supera sia il Brexit Party (primo partito) sia la somma dei due partiti tradizionali, i Tories e i Labour.


L’addio di May

Il 24 maggio del 2019, Theresa May si dimette segnando, in lacrime, la fine del suo governo. Johson e compari si scaldano nelle retrovie denunciando come, alla fine, arrivare al potere è più importante di risolvere uno stallo politico ed economico – ad oggi migliaia di imprese britanniche ed europee non sanno cosa succederà nel prossimo futuro – che va avanti da 3 anni questo perché la Brexit è rappresenta il fallimento non solo di Theresa May, ma dell’intera classe dirigente britannica, la stessa che ha tenuto per decenni un piede dentro e uno fuori dall’Unione, che sul passporting europeo ha costruito la prosperità di Londra e che è caduta nella trappola del referendum pur consci che su trattati internazionali così complessi, un voto “sì/no” sia, semplicemente, una follia.

Per anni, quelli che ora si apprestano a votare il nuovo premier o sperano nelle elezioni – Nigel Farage – per “prendere il potere” hanno illuso gli elettori, sbandierando un antistorico “orgoglio britannico” e la bandiera di un impero oramai inesistente, di poter “sbattere i pugni a Bruxelles” e dettar condizioni agli altri 27 paesi dell’Unione. Un muro su cui sono già andati a sbattere, guidati dall’arroganza, David Cameron, Davis Davis, Domenic Raab, Theresa May e sui sbatterà anche Johnson o Gove seguiti, quando sarà se non si andrà al referendum, anche Corbyn fino a quando qualcuno, fra Tories e Labour, non avrà il coraggio di ammettere il fallimento della Brexit stessa.


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