Perché l’Unione Europea ha concesso la proroga della Brexit

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Forse non ci sarà mai una vera Brexit. Forse ci sarà un qualcosa che chiameremo Brexit o semi-Brexit o forse non succederà nulla.

Sedetevi perché è complesso. O assurdo, lascio a voi la scelta.

Pariamo dalla notizia. Il Consiglio europeo ha accettato parzialmente la richiesta di proroga dell’art. 50 presentata dal Regno Unito. Non sarà fino al 30 giugno, ovvero prima dell’insediamento del nuovo Parlamento Europeo, come aveva chiesto Theresa May, ma il 31 ottobre (ad Halloween per uno scherzo del destino).

A giugno ci sarà un check intermedio dove, qualora il Parlamento britannico approvasse a maggio il withdrawal agreement (WA), potrebbe avvenire la Brexit, altrimenti tutto slittta automaticamente ad ottobre. In questo modo, il Consiglio evita di forzare elezioni anticipate o un nuovo referendum e lascia a Theresa May l’arduo compito di uscire dallo stallo in cui è finita. Allo stesso tempo, però, chiude la porta ad ogni progetto alternativo a quello negoziato negli ultimi 2 anni.

Questa la cronaca, passiamo all’analisi di quello che sta succedendo e su perché è successo.


Withdrawal agreement

L’accordo

L’Unione Europea non è interessata a negoziare alcun tipo di accordo d’uscita alternativo a quello Barnier-May. I prossimi mesi sono importanti per il futuro di Parlamento e Commissione ed il Consiglio non vuole trovarsi a gestire l’ennesimo negoziato.

Ovvero: UK, vi siete messi in un buco nero, ora uscitene voi, noi abbiamo altro da fare.

La centralità del backstop

Per Bruxelles e il Consiglio, non esiste alcuna alternativa fattibile al backstop sull’Irlanda del Nord al netto delle red lines del manifesto conservatore con cui si è presentata alle elezioni Theresa May, fra cui l’uscita dall’unione doganale. Il capo-negoziatore Michel Barnierè stato chiaro; anche nel malaugurato caso di un No Deal, qualsiasi tipo di rapporto futuro fra UE e UK includerà il backstop.

Ovvero: è inutile che vi sforziate, il problema irlandese è geografico, non si risolve con un voto ai Comuni o altre forme di ingegneria politica.

No Corbyn, sorry

Per i prossimi 6 mesi, la UE esclude ogni forma di negoziato settimanale togliendo la Brexit dall’agenda politica ed evitando future riunioni di emergenza del Consiglio. Esiste solo una proposta europea e non è trattabile: si chiama WA. Questo vuol dire togliere dal tavolo qualsiasi altra forma di Brexit, anche quella ultra-soft di Jeremy Corbyn – che comunque non piace a molti dei paesi europei – perché, semplicemente, la UE non ha intenzioni di riaprire i negoziati.

Ovvero: avete solo una scelta di Brexit, il WA, il resto sono chiacchere buone per i dibattiti di Westminster, ma dovete sempre ricordare che un accordo si fa in due, non basta proporlo e votarlo ai Comuni per far sì che i 27 lo accettino.


Elezioni europee

Esiste una deadline nascosta, ovvero la prima settimana di maggio. Entro tale data il Regno Unito dovrà decidere se partecipare o meno alle elezioni europee e la decisione è meramente legata al voto – il quarto – sul WA. In caso di accordo il Regno Unito dovrà legalmente partecipare alle elezioni perchè a) sarebbe ancora parte della UE e b) non farlo lederebbe i diritti dei cittadini europei residenti in territorio britannico i quali possono o votare nei loro paesi d’origine o per le liste del paese di residenza.

Qualora si votasse, l’altra scappatoia sarebbe, appunto il 30 giugno, ovvero all’insediamento del nuovo Europarlamento. Questo porterebbe un certo caos organizzativo per la distrubuzione dei seggi, ma eviterebbe che i parlamentari britannici abbiano un ruolo nei lavori parlmaentari e nel processo decisionale di nomina del nuovo Presidente della Commissione.

Ovvero: se volete il WA o ora o mai più.



UE e Brexit

La Brexit sta provocando danni immani al sistema politico britannico, soprattutto negli ultimi due mesi. Lo UKIP ha subito una scissione interna. Da una parte l’attuale classe dirigente che ha assunto posizioni tradizionalista, religiose, anti-Islam, pro-Russia e più di estrema destra. Dall’altra il neonato Brexit Party – dove milita Nigel Farage – più concentrato sull’uscita dall’Unione e pronto a ricominciare la propria opera di interdizione politica mettendo capolista per le eventuali elezioni europee la sorella di Jacob Rees-Mogg, il leader oltranzista brexiter dei Tories (e rivale principale di Theresa May).

La leadership dei Labour è stata messa in discussione dai Remainers del partito – che rimangono la maggioranza degli elettori e degli eletti – a fronte dell’insistenza di Corbyn verso la propria idea di Soft-Brexit, una posizone volta a compiacere la base elettorale labour  mantenere i voti nei seggi del Nord dell’Inghilterra, dove si annida il voto pro-Brexit di sinistra. I Tories sono totalmente allo sbando, divisi in mille rivoletti di remainers, soft-brexiter, hard-brexiter, oltranzisti etc. Per paradosso, Theresa May gode, però, ancora del supporto degli elettori britanni, i quali la considerano un leader più affidabile di Jeremy Corbyn.

La UE non vuole essere coinvolta in questo caos e, per farlo, ha scelto come deadline ultima il 31 ottobre per evitare che il Regno Unito faccia parte della nuova Commissione Europea (il mandato di Juncker scade il 1° novembre appunto).

Ovvero: se pensate di rompere le scatole a livello politico, avete capito molto male.


Alternative?

Il referendum

La chiarezza della UE sul WA non significa, infatti, che non esistano altre soluzioni e se il Consiglio appare poco interessato a riaprire i negoziati, a Londra rimane sempre la revoca dell’art. 50 e/o il secondo referendum.

Ovvero: sì avete un’alternativa ed è rifletterci su, come, peraltro, stanno consigliando molti autori e politici che erano pro-Brexit e, al fronte del disastro politico che è diventato, si sono ricreduti.

Giugno

La data intermedia di giugno è, di per sé, una concessione a Theresa May e serve per spingere il WA attraverso i comuni. Come si è affrettata ad indicare la Premier, infatti, l’unico modo per evitare “l’onta di votare alle Europee” sarebbe approvare, dopo la Pasqua, il WA che, nonostante i tentativi di colloqui con Labour e Brexiters oltranzista, rimane l’unico progetto in mano a May.
Ma non solo, la data di giugno è una sicurezza per la UE. Se il WA non sarà passato entro giugno, la UE avrà la possibilità di organizzarsi con largo anticipo sulle mosse future, evitando di farsi dettare l’agenda dal Regno Unito come accaduto fra fine marzo ed oggi.

Probabile che a giugno, la UE possa propendere o per il No Deal (chiudendo la partita) o per sospendere l’art. 50 o per spingere a una riconsiderazione generale della Brexit con proroga che copra più o meno l’intera legislatura UE. In quel caso verranno approntati sistemi di difesa dalla possibile interdizione politica del Governo UK su temi vitali come trattati e budget.

Ovvero: ci spiace britannici, siete simpatici, vi vogliamo bene, ma non siete più un Impero e non potete dettare i vostri tempi al resto dell’Europa.



Questa, in breve la sintesi dell’ennesima puntata del Brexit Drama. Una curiosità, qualora si verificasse una sospensione a lunga scadenza dell’art. 50, questa sarebbe una forma di Brexit perché il Regno Unito farebbe formalmente ancora parte dell’Unione, ma senza reale peso politico.

Una sorta di ultrasoft-Brexit o Norvegia 2.0 e l’ennesimo paradosso di una situazione al limite del surreale.


Una nota sulla democrazia

Chi scrive è conscio che la Brexit sia stata votata democraticamente al netto delle interferenze straniere sui social e delle indagini in atto sui finanziamenti esteri ricevuti dai politici brexiters. Questo non vuol dire che la decisione di fare il Referendum sia stata politicamente sensata. L’adesione di un paese alla UE è basata su anni di compromessi, trattati, trattative e progressiva adesione a direttive comuni, leggi, regolamenti.

Non si può decidere di confinare una decisione ad un semplice “Andiamo via” e “Rimaniamo” generico. Quel Leave non significava solo No Deal, come non significava solo Soft-Brexit. I sondaggi e gli studi hanno sottolineato come il fronte “Leave” sia diviso fra chi voleva il No Deal, chi la Hard Brexit e chi la Soft-Brexit. Alcuni addirittura la Norvegia 2.0 o l’EFTA.

L’attuale percentuale del 54% che i sondaggisti danno al “Remain” deriva, non a caso, dal fatto che molti “soft leavers” non vogliono seguire il paese in una folle hard-brexit.

Per questo sarebbe importante per il Regno Unito riconsiderare l’intero processo. Attualmente esistono solo due vot

  • uno del 51% per un Leave generico;
  • e uno del 42,4% degli elettori a favore della Hard Brexit proposta nel manifesto Tories per le elezioni del 2017.

Questo è il dato democratico, ma in Gran Bretagna – e nei supporters pro-Brexit italiani – questo viene erroneamente dimenticato sebbene sia il fondamento democratico per un secondo referendum.

 

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