Brexit: cosa vogliono i partner europei – il Caffè del 31-3-2017

 Il parlamento europeo in sessione notturna. Fonte:  European Parliament  Licenza:  CC 2.0

Il parlamento europeo in sessione notturna. Fonte: European Parliament Licenza: CC 2.0

Inizia la Brexit e mentre il Regno Unito affronta i suoi problemi interni, i 27 paesi membri rimanenti si apprestano ad affrontare la loro trattativa più difficile. Spingere per la Hard-Brexit rischiando il nulla di fatto, o cercare un compromesso che metta in crisi la coesione dell’Unione? Questo il dilemma che accompagnerà le trattative per i prossimi due anni.

Il 29 marzo il Primo Ministro britannico Theresa May ha firmato la lettera all’Unione Europea con cui la Gran Bretagna invoca l’Articolo 50. Inizia così ufficialmente la Brexit, l’uscita del Regno Unito dall’Unione, che, secondo quanto stabilito dai trattati, avverrà fra 2 anni, salvo eventuali, improbabili proroghe. Lo spazio per le vere trattative sarà, invece, di 18 mesi per tenere conto delle necessarie ratifiche dell’accordo sia al Parlamento britannico che a quello europeo. 

Cosa vuole Londra. L’obiettivo principale della Gran Bretagna è di ottenere uno “Special Deal”, sulla falsariga di quanto attualmente in atto per Norvegia, Svizzera e Canada, che permetta al paese di mantenere un qualche tipo di accesso al mercato unico senza pagarne, però, gli oneri. Un obiettivo che, però, rischia di scontrarsi con le volontà dei 27 paesi rimasti membri dell’Unione. Come enunciato dal Capo Negoziatore per l’Unione Europea, l’ex Commissario Michael Barnier, l’appartenenza all’UE deve garantire esclusività ed essere vantaggiosa per i suoi membri effettivi. Risulta quindi difficile scindere la partecipazione al Mercato Comune dall’unione doganale, dalla libera circolazione delle persone e dalla partecipazione anche parziale al budget comunitario – punti che Londra considera secondari.

Questo è un momento storico da cui non si può tornare indietro: la Gran Bretagna sta abbandonando l’Unione Europe

— Theresa May, discorso al parlamento britannico, 29 marzo 2017

Il problema dei soldi.  Nel 2014, prima del referendum sulla Brexit, l’allora Primo Ministro David Cameron aveva sottoscritto il budget dell’Unione impegnando la Gran Bretagna a contribuirvi annualmente per circa 17 miliardi di Euro, un impegno che scadrebbe nel 2020 e che copre il 13% del budget europeo totale. In maniera molto chiara, i cosiddetti “Hard-Brexiters” britannici si sono detti contrari a pagare tale quota dopo il 2019, l’esatto opposto di quanto desiderano le controparti europee. I grandi contribuenti europei – Francia, Germania e Italia – vorrebbero infatti evitare di sopperire alle mancanze britanniche pagando di tasca propria, mentre per i Paesi Baltici, il Portogallo ed i paesi dell’Est l’obiettivo è di evitare tagli ai fondi per lo sviluppo, di cui sono i principali beneficiari. Nei fatti, nessuno ha intenzione di pagare al posto di Londra e le posizioni dei 27 paesi membri si differenziano sui modi in cui questo si possa evitare.

 Angela Merkel con David Tusk (destra), presidente della Commissione Europea. Foto:  Partito Popolare Europeo  Licenza:  CC 2.0

Angela Merkel con David Tusk (destra), presidente della Commissione Europea. Foto: Partito Popolare Europeo Licenza: CC 2.0

Gli “Hard Brexiters” dell’Unione. Partendo proprio dal pagamento del budget europeo, Francia e Germania si caratterizzano come capofila della cosiddetta Hard-Brexit. Sia per Parigi che Berlino, infatti, Londra deve mantenere gli impegni contratti prima del referendum, con la Germania pronta a portare la Gran Bretagna alla Corte Internazionale dell’Aia. Per la Germania in particolare, non è ammissibile decidere di uscire dall’Unione e poi mettersi a scegliere cosa tenere e a cosa rinunciare, posizione peraltro condivisa dalla stessa Commissione Europea. Accettare che a Brexit avvenuta la Gran Bretagna possa avere un accesso “speciale” al Mercato Unico non solo andrebbe contro le regole dell’Unione, ma inviterebbe altri paesi a seguirne le orme sancendo la fine stessa dell’UE. Simile la posizione francese, che teme una competizione commerciale non regolamentata e intende salvaguardare il più possibile l’industria europea. Accanto a Germania e Francia si schierano – a malincuore – due tradizionali alleati del Regno Unito, ovvero Finlandia ed Olanda. Entrambi i paesi sono diffidenti verso il cosiddetto “special deal” e pongono la salvaguardia dell’Unione e del budget europeo come priorità, nonostante la posizione olandese sia leggermente più sfumata per via dei grandi interessi commerciali del paese in Gran Bretagna. Simile come sfumature, ma diversa negli obiettivi la posizione della Croazia, fortemente interessata a non rompere completamente con la Gran Bretagna soprattutto sul tema della sicurezza.

Il caso polacco. In quel Risiko che è l’Europa alle prese con la Brexit, i Britannici hanno considerato a lungo la Polonia come loro principale alleato nelle trattative. Il governo polacco è considerato euro-scettico, oltre 800.000 polacchi risiedono nel Regno Unito e Londra è uno dei principali partner militari di Varsavia di fronte alla Russia. Ciononostante la Polonia sembra non aver intenzione di rompere i ranghi dei 27 ed anzi si è schierata sulla linea franco-tedesca: troppo importanti sono i fondi europei per lo sviluppo per l’economia polacca. Motivazioni simili hanno anche Bulgaria e Slovenia, altri due militanti del fronte degli Hard-Brexiters.

 Malta, paese che con il Lussemburgo vuole sfruttare l'uscita della Gran Bretagna dall'UE per diventare un polo finanziario. Foto:  Berit Watkin  Licenza:  CC 2.0

Malta, paese che con il Lussemburgo vuole sfruttare l’uscita della Gran Bretagna dall’UE per diventare un polo finanziario. Foto: Berit Watkin Licenza: CC 2.0

Hard-Brexit finanziaria. Meno interessati al budget, ma più alle implicazioni finanziarie di una Londra libera dalle regolamentazioni europee sono il Lussemburgo e Malta. Il Granducato punta a diventare il nuovo polo finanziario europeo e non a caso molte compagnie finanziarie inglesi hanno già annunciato che apriranno i propri uffici europei proprio in Lussemburgo. Simili le aspirazioni della piccola Malta che vede nella Brexit un modo per potenziare il proprio status di polo finanziario mediterraneo per i britannici, favoriti dalla lingua – l’Inglese è una delle lingue ufficiali del paese – e dal clima.

Riformare l’Unione. Su posizioni vicine ma distinte dal fronte franco-tedesco si pone l’Austria. Il governo viennese assumerà il ruolo di presidente di turno del Consiglio Europeo per il secondo semestre del 2018 coprendo la fase finale delle trattative. L’Austria è particolarmente ferrea sul budget ed è preoccupata – come molti altri paesi – dei diritti dei circa 25.000 cittadini austriaci residenti nel Regno Unito. In particolare il governo austriaco vuole usare le trattative della Brexit per riformare l’Unione. Una posizione simile ha la Svezia, il cui obiettivo è di salvaguardare l’Unione Europea a qualunque costo.

 Paolo Gentiloni e Theresa May durante l'incontro a Londra. Foto:  Palazzo Chigi  Licenza:  CC 2.0

Paolo Gentiloni e Theresa May durante l’incontro a Londra. Foto: Palazzo Chigi Licenza: CC 2.0

Smart e Soft. L’Italia ha assunto nei fatti il ruolo di capofila della cosiddetta soft-Brexit, ovvero di un compromesso fra posizioni europee e britanniche, magari adottando un modello norvegese, in cui i britannici continuerebbero a contribuire al budget europeo. Fulcro della posizione italiana è di scindere le trattative sul divorzio – budget europeo e diritti dei cittadini italiani nel Regno Unito – da quelle sugli accordi commerciali in modo da non operare ricatti verso la Gran Bretagna o rischiare il “no-deal”: la Brexit senza accordo. Punto dirimente per l’Italia sarebbe la regolamentazione dei servizi finanziari per evitare ripercussioni sulla borsa milanese, tra l’altro legata a quella di Londra. Sempre Milano, nei piani del governo italiano, sarebbe la città candidata ad essere sede delle agenzie europee attualmente con sede a Londra. Uno dei principali alleati dell’Italia è il Belgio, il cui primo ministro Charles Michel punta alla “Smart Brexit” per salvaguardare l’export verso il Regno Unito, che rappresenta il quarto partner commerciale del paese e che assorbe l’80% delle esportazioni provenienti dalla regione fiamminga del paese. Bruxelles è inoltre interessata a mantenere stretti rapporti di cooperazione con il Regno Unito sull’anti-terrorismo. Verso la via italo-belga sembrano indirizzarsi Cipro, una delle principali mete turistiche dei britannici, e l’Ungheria, il cui governo intende limitare le ricadute economiche causate dall’uscita del Regno Unito dall’Unione, ma senza “punire” Londra. 

Sicurezza e fondi europei. Il tema della sicurezza è molto forte per i tre paesi baltici, Estonia, Lettonia e Lituania, molto attenti inoltre ai diritti dei propri cittadini presenti in Gran Bretagna, fra cui 200.000 lituani, l’8% della popolazione del paese. I tre paesi sono inoltre forti beneficiari dei fondi per lo sviluppo europeo e propenderebbero verso la soft-brexit per arginare i danni alle proprie economie. Simili sono le posizioni della Romania, dalla Slovacchia e dal Portogallo.

La cosa più importante ora è l’unità dell’Europa e la continuità del suo processo di integrazione

— Mariano Rajoy

La Spagna. La Spagna ha una posizione che si potrebbe definire vicina a quella belga. Il paese ospita 200.000 cittadini britannici, quasi tutti pensionati, che rappresentano una fetta non marginale dell’economia del paese. Brexit è considerata un “rischio” per il paese, soprattutto dal punto di vista turistico ed economico. Molte delle maggiori compagnie spagnole – soprattutto Telefonica e Banco de Santander – hanno infatti forti interessi nel mercato britannico il che rende essenziale, per il governo spagnolo di Mariano Rajoy, un accordo favorevole al mantenimento della Gran Bretagna nel Mercato Comune. Fondamentale per la Spagna anche il futuro status di Gibilterra, la cui economia funge da volano per la regione più meridionale della Spagna. 

L’Irlanda. Mentre la Grecia non ha ancora prodotto una propria posizione, l‘Irlanda si trova invece nella scomoda posizione di essere un diretto interessato alla Brexit, pur non avendola decisa. Il maggior problema di Dublino è di preservare la libera circolazione delle persone fra la Repubblica e l’Irlanda del Nord in modo da evitare il riaccendersi di un conflitto nella parte settentrionale del paese ormai sopito. Il tema è molto delicato in quanto, secondo gli accordi fra Irlanda e Regno Unito, ogni cittadino dell’Irlanda del Nord può, volendo, optare per la doppia cittadinanza britannica ed irlandese. Per questo motivo c’è da aspettarsi che proprio l’Irlanda sia il maggiore sponsor di una soluzione “soft”.

Non possiamo avere una situazione in cui persone sulla nostra isola, potenziali cittadini irlandesi, subiscano delle decisioni prese in Regno Unito

— Dara Murphy, Ministro degli Affari Europei della Repubblica d’Irlanda

Gli altri. Altri paesi hanno posizioni “eccentriche”. La Repubblica Ceca, come l’Italia, è intenzionata a separare la trattativa sugli accordi commerciali da quella sul divorzio, ma non esclude la possibilità – sostenuta dal Ministro per l’Interno Milan Chovanec – di rompere i ranghi dell’Unione e avviare una trattativa bilaterale con Londra. La Danimarca, contrariamente al resto del “blocco nordico” è più propensa verso una Brexit leggera che salvaguardi sia l’export agricolo danese – di cui la Gran Bretagna è uno dei maggiori importatori – sia la competitività delle merci danesi nel mercato europeo prodotte da un comparto industriale estremamente regolamentato che soffrirebbe l’immissione incontrollata di merci inglesi dai costi di produzione inferiori.

Fra Smart, Soft e Hard, il problema dell’Unione Europea è un altro: trovare un posizione comune. Come andrà lo si saprà solo fra 18 mesi.

L’articolo è stato aggiornato rispetto alla sua versione originariamente pubblicata.


Per approfondimenti:

– Analisi paese per paese: POLITICO

– Il punto di vista della Francia: Le Monde

– Il punto di vista del Belgio: Time Magazine

– Sul futuro di Gibilterra: The Guardian

– Un’opinione della Brexit vista dall’interno: The New York Times

– Sulla posizione eccentrica della Repubblica Ceca: Public Affairs Networking

– La Brexit vista dal punto di vista dell’Irlanda: The Irish Times

Scrivo e mi diverto. Filippo Turati non è solo toponomastica, ma è stato uno dei più brillanti politici italiani. Se mi dicessero di votare ora, implorerei Odino di darmi il dono della preveggenza. Se mi chiedono di dove sono, sono nato lì, ma ho vissuto anche là e là, e anche laggiù, a volte dico che sono nato a Imperia, ma per sbaglio perchè sono di Genova. Se mi chiedono dove vivo, rispondo: fai tu, ma fra Berlino e Torino.

Lettore accanito, gamer per scelta e passione. Battlestar Galactica batte ogni serie televisiva (Star Trek compresA). Gra Jordan, Kobe e LeBron io scelgo Magic e i Lakers, SEMPRE. Come mi definirei? Un nerd con un dottorato in Archeologia che ha scelto di scrivere per passione.

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