Brexit: la fuga dalla City e lo stallo dei negoziati – il Caffè del 12-10-2017

 Michel Barnier, capo-negoziatore europeo sulla Brexit.

Michel Barnier, capo-negoziatore europeo sulla Brexit. “Non ci sono stati sufficienti progressi, per questo servono ancora settimane o mesi, per arrivare ad un accordo sul divorzio e passare alla fase due”. Foto:  European Parliament  Licenza: CC 2.0

Sembra che non ci sia pace per la difficile trattativa sulla Brexit. Continuano infatti gli “stalli”, e mentre Bruxelles paventa il “no-deal”, le società finanziarie della City si preparano alle loro “Brexits”: quelle da Londra verso l’Unione Europea.

Il 3 ottobre il Parlamento Europeo ha votato una risoluzione con cui, nei fatti, si posticipa il passaggio alla “fase due” dei negoziati sulla Brexit, quella che riguarderebbe i futuri rapporti commerciali fra i due “paesi”, da fine ottobre, quando era prevista, a dicembre.

I mancati progressi. Per i Parlamentari, nel corso delle cinque settimane di colloqui non ci sarebbero stati, infatti, “sufficienti progressi” sulle principali questioni riguardanti il cosiddetto “divorzio”. Fra queste, lo status del confine fra Irlanda ed Irlanda del Nord, lo status giuridico dei cittadini Europei sul territorio britannico e la partecipazione della Gran Bretagna al budget europeo per il settennato 2014-2021 (Brexit Bill).

Della stessa idea è Michel Barnier, il capo-negoziatore europeo per la Brexit, per cui le trattative fra Regno Unito e Unione Europea sarebbero in una “preoccupante fase di stallo”.

Il solito scoglio: la Brexit Bill. Il nodo principale rimane comunque la Brexit Bill. Al termine dell’ultima tornata di colloqui, Barnier ha riconosciuta l’iniziale spinta propositiva ai colloqui fornita dal discorso di Theresa May a Firenze. In quella sede, May aveva dato la propria disponibilità a pagare almeno 20 degli oltre 60 – ma alcune stime sostengono si tratti di 100 –  miliardi di Euro dovuti dalla Gran Bretagna all’Unione Europea.

Alle intenzioni, continua Barnier, non sono seguiti però i fatti. Nel corso delle trattative successive a Firenze, i delegati britannici non hanno voluto mettere in pratica la proposta del proprio Primo Ministro, riportando i colloqui, nei fatti, alla casella di partenza.

Il discorso di Theresa May e i colloqui delle ultime settimane sarebbero stati dei piccoli passi avanti, ma la strada, chiosa il negoziatore, è ancora lunga e richiederà settimane, se non mesi, per portare a qualcosa.

Non solo i soldi, anche le persone. Troppo distanti rimangono le posizioni delle due controparti, non solo sui soldi, ma anche sullo status dei dei 3,5 milioni di Europei residenti nel Regno Unito e 1 milione di britannici stanziati nell’Unione Europea dopo la Brexit.

Come ha ribadito nella sua intervista il capo-negoziatore britannico Davis Davis, il governo britannico è pronto a concedere uno “status” speciale ai cittadini europei presenti in Regno Unito. Su questo punto, considerata una delle maggiori aperture di Theresa May nel corso del già citato discorso di Firenze, Barnier, fermando l’ottimismo di Davis, ha richiesto maggiori dettagli, sostenendo come, al di là del principio, la delegazione britannica non abbia presentato alcuna garanzia concreta in merito.

 

 Il capo-negoziatore britannico Davis Davis.

Il capo-negoziatore britannico Davis Davis. “I dialoghi si stanno muovendo nella giusta direzione e passi avanti sono stati fatti per raggiungere un accordo fra la Gran Bretagna e l’Unione Europea”. Foto:  Number 10  Licenza: CC 2.0

La rigidità europea. Se l’Europa accusa la Gran Bretagna di “fare parole”, ma non fatti, per i Britannici, a bloccare le trattative ci sarebbe l’eccessiva rigidità sui temi contenuta nello stesso mandato di Barnier. Dall’inizio dei colloqui, infatti, Londra ha contestato l’impossibilità di unire, ad esempio, il tema della libera circolazione fra Irlanda ed Irlanda del Nord a quello sulle future relazioni fra Bruxelles e Londra, che i delegati britannici ritengono interconnessi.

Tale “rigidità”, e non la Brexit Bill o il tema dei diritti, dicono da Londra, sarebbe quindi il maggior responsabile dello stallo dei negoziati. L’augurio è che, in questi ultimi 18 mesi che separano il paese dalla Brexit, si possa operare in maniera più “organica” e meno schematica.

Il vero nodo britannico. Per Londra, il problema, sottolineano gli osservatori, sarebbe più che altro politico: evitare la crisi di governo a Londra: la maggioranza di Theresa May è infatti appesa ad un filo. Oppure tenere a freno le file dei Conservatori Hard-Brexiters, che aspirano alla poltrona del Primo Ministro, primo fra tutti il Segratario agli Affari Esteri, Boris Johnson.

Per questo, Londra non potrebbe permettersi di sottostare a vincoli precisi, soprattutto per quanto riguarda la Brexit Bill ed i diritti dei cittadini europei, e comunque non prima di aver ottenuto in cambio qualcosa, qualsiasi cosa. Se questo non avvenisse, Theresa May potrebbe venir accusata, da parte degli Hard-Brexiters, di esser capitolata di fronte alla UE, e ne deriverebbe un principio di crisi di governo.

Il periodo transitorio. In questo contesto, il Governo britannico punterebbe non ad un accordo pratico, quanto piuttosto ad una dichiarazione di principi formali la cui reale applicazione avverrebbe dopo la Brexit, e non prima. Solo in quel momento, infatti, entrerebbe in vigore una norma, recentemente approvata dalla Camera dei Comuni, per cui tutte le disposizioni attuative dell’eventuale trattato – ovvero l’applicazione dello stesso – potrebbero diventare esecutive senza alcun passaggio parlamentare, depotenziando, e non poco, il peso degli Hard-Brexiters e salvaguardando il governo.

Sempre per questo motivo, a Firenze Theresa May ha avanzato l’ipotesi di un periodo transitorio post-Brexit. Un piano perfetto, peccato che si scontri con la volontà di Bruxelles di arrivare ad un accordo chiaro e definitivo in cui i confini irlandesi, la Brexit Bill ed i diritti dei cittadini europei siano scritti nero su bianco e non dipendano dalla futura “buona volontà” britannica.

“Ora” e non dopo, è infatti il principio più volte espresso da Barnier nel corso della conferenza stampa del 28 settembre, con buona pace dell periodo transitorio.

 

La City che se ne va. Intanto, mentre Londra e Bruxelles litigano, lo scenario di un no-deal, o di una situazione largamente sfavorevole all’Economia britannica, sembra essere sempre più realistico, almeno per la City di Londra.

Secondo S&P Global Market Intelligence, 13 istituti bancari avrebbero scelto Francoforte o Berlino come il proprio nuovo Hub europeo.  Altri12 starebbero migrando invece verso Dublino, mentre Lussemburgo, Belgio ed Olanda sembrerebbero attrarre altre forme di business finanziario. Al centro delle manovre, ci sarebbe l’importante pratica del “passporting”, ovvero l’accreditarsi da parte di istituti non europei in uno dei 27 paesi membri onde aver la possibilità di esportare i propri servizi finanziari all’interno della UE senza dazi.

Qualora questi spostamenti comporteranno o meno il trasferimento dell’intera attività attualmente praticata a Londra, dipenderà dall’esito delle trattative fra Bruxelles e Londra. Nel caso più estremo, la società di consulenza Oliver Wyman stima che la City potrebbe perdere fino a 75.000 posti di lavoro, senza contare quelli, difficilmente quantificabili, dell’indotto londinese (banche, società immobilari, eccetera).

Il piano alternativo. Allo scopo di salvaguardare il proprio impiego, gli operatori finanziari della City sono scesi in campo presentando un progetto atto ad “aggirare” il problema del passporting, salvaguardando i principi della Brexit. Il piano, i cui particolari rimangono segretati, riguarderebbe l’istituzione del principio di “mutuo accesso”, una sorta di “mercato unico finanziario” tramite cui i gruppi britannici e quelli della UE potrebbero operare in ciascuno dei due mercati senza distinzioni.

Secondo il Financial Times, il piano, proposto dalle lobby International Regulatory Strategy Group, City of London Corporation e TheCityUK, sarebbe già stato presentato ad alcuni rappresentanti dell’Unione Europea, riscuotendo un moderato sostegno.

Ad opporsi all’intero progetto, continua FT, sarebbe la Francia, il cui governo sarebbe interessato a “sfruttare” la Brexit a proprio vantaggio attirando il maggior numero possibile di società finanziarie a Parigi. Un atteggiamento simile sembra guidare anche la Germania e, in misura minore, gli altri paesi considerati “strategici” nell’equilibrio finanziario continentale, fra cui l’Italia.

 

 

E mentre a Bruxelles continua il tragicomico andirivieni delle delegazioni, appare sempre più lampante quale sia il vero “difetto” della Brexit: aver lasciato una decisione così importante ad un referendum consultivo guidato da un’ideologia, quella sovranista, anacronistica nell’Europa transnazionale del 21° secolo.

 


Per approfondimenti:

– cosa vogliono i diversi stati: The Guardian

– la Brexit ed i suoi effetti sulla city (video): Jones Day

– le tragicomiche trattative fra Gran Bretagna e Unione Europea: POLITICO

– il nostro speciale: il Caffè e l’Opinione

Scrivo e mi diverto. Filippo Turati non è solo toponomastica, ma uno dei più brillanti politici italiani. Se mi chiedono di dove sono ondeggio fra Torino e Genova, a volte dico che sono nato a Imperia, ma per sbaglio. Fra Berlino e Torino, ricordando Genova. Lettore accanito, gamer per scelta e passione. Battlestar Galactica batte ogni serie televisiva e fra Jordan, Kobe e LeBron io scelgo Magic. Come mi definirei? Un Nerd con un dottorato in Archeologia che ha scelto il giornalismo (per passione).

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