Referendum sì, referendum no: La brexit appesa ad un filo

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British Airways diventerà spagnola? Questo è altro perché fare un referendum a maggioranza semplice, non è molto furbo.

“Help! I need somebody, help!”

Così cantavano I Beatles, e se fossimo ora al nr. 10 di Downing Street, questa potrebbe essere la colonna sonora che sentiremmo provenire dall’ufficio di Theresa May.

Help, perché la Brexit si sta avvicinando e dopo quasi 2 anni di trattative ufficiali (ed un anno di maldestri tentativi di accordi sottobanco), il Regno Unito si avvicina alla data fatidica senza la minima certezza di un accordo e in un clima di “abbandonate la nave”.

L’ultima arriva dalla British Airways, la compagnia di bandiera britannica, la cui proprietà è condivisa con la spagnola Iberia. I vertici del gruppo, basato a Madrid ma con capitale britannico stanno – fonte El Pais – trattando con l’Unione Europea per farsi riconoscere come compagnia aerea spagnola, in modo da rimanere all’interno delle norme europee dopo la Brexit.

Fosse solo questo.


Secondo referendum sì o no?

La settimana scorsa, il gabinetto May ha perso il Ministro dei Trasporti Jo Johnson (remainer, ma fratello del noto Leaver Boris) che si è dimesso in maniera critica con il piano May per la Brexit annunciando il suo supporto per un secondo referendum.

“Sono arrivato alla conclusione che l’accordo di ritiro [dalla UE] negoziato fra il Governo Britannico e Bruxelles sia uno sbaglio madornale” ha ammesso l’ex-Ministro aggiungendo che “tale accordo indebolirebbe economicamente il paese”.

“Presentare al paese una scelta fra il caos [No Deal] e vassallaggio [accordo May] è il maggior fallimento britannico dai tempi della crisi di Suez”.

Johnson si aggiunge al crescente numero di parlamentari che, molto probabilmente, voteranno “No” all’accordo. Non si tratta solo di “Remainers” Labour o Tories, ma anche di molti Hard-Brexiter scontenti dell’attuale situazione e pronti a votare il “no-deal”, il caos evocato da Jo Johnson nel suo appello.

Sono in molti nel paese a condividere la sua opinione. Recenti sondaggi dimostrano come il 53% dei britannici sarebbe favorevole a rimanere nella UE. Sentimento corroborato dai 600.000 manifestante che, il 20 ottobre, sono scesi in strada per manifestare per l’Europa e a favore del Final Say, “l’ultima parola” per decidere sull’accordo.

Oltre ai Tories centristi, a favore del referendum ci sono anche i Lib-Dem. I Labour, invece, stanno vivendo il loro personalissimo psico-dramma. In settimane molti membri del partito si sono espressi a favore del Final Say, fra cui Keir Starmer, responsabile per la Brexit dello “Shadow Cabinet” dei Labour.


ed il Labour?

Corbyn, da sempre euroscettico, rimane contrario. In un intervista al tedesco Der Spiegel ha infatti dichiarato che la Brexit non può essere fermata in nessun modo e che “bisogna rispettare la volontà degli elettori”, dimenticandosi dell’articolo 51 del Trattato di Lisbona e che, forse, gli stessi britannici avrebbero interesse decidere su quello che sta succedendo.

Una situazione assurda. Da una parte il Premier May che deve gestire la Brexit, ma che ha fatto campagna per il Remain, dall’altra il Leader che potrebbe chiedere un secondo referendum, ma che si scopre sempre più un leaver.

In mezzo un gran numero di parlamentari dissidenti da entrambi i partiti, e un corpo elettorale pronto a votare. Stiamo andando verso la nascita di un fronte europeista scisso dai due partiti tradizionali?

Possibile.

E la UE?

Michel Barnier, capo delle trattative lato UE, conferma che non esista nessun accordo in essere con la Gran Bretagna.

“Help, if you can…”

Pubblicato su Facebook il 12 novembre 2018


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