Brexit? Abbiamo scherzato: Theresa May e la Fake Brexit – il Caffè del 23-9-2017

 Theresa May a Firenze. Foto:  Number 10  Licenza  CC 2.0

Theresa May a Firenze. Foto:  Number 10  Licenza CC 2.0

Dopo 15 mesi contrassegnati da passi indietro, dichiarazioni, elezioni e l’incapacità di presentare un progetto, Theresa May sembra issare bandiera bianca di fronte alla UE: via l’idea della Hard-Brexit e prendiamo più tempo per trattare.

Theresa May è arrivata venerdì 22 settembre a Firenze con la necessità di sbloccare le trattative con l’Unione Europea, bloccate da ormai due mesi, da una parte, e, dall’altra, quella di salvaguardare il proprio elettorato, il partito di quei Brexiters, primo fra tutti il Ministro per gli Esteri Boris Johnson, che si stanno preparando ad abbandonare la nave che affonda.

Non a caso, oltre al Cancelliere dello Scacchiere Philip Hammond e il Ministro per la Brexit Davis Davis, Theresa May si è presentata a Firenze accompagnata da un seguito di giornalisti britannici, mentre sullo sfondo aleggiava il Congresso dei Conservatori di inizio ottobre, momento in cui potrebbe concretizzarsi la fronda interna di Boris Johnson.

Ne è uscito fuori un discorso strano, proferito allo scopo di salvaguardare l’orgoglio britannico – in fondo, i britannici, sottolinea il Primo Ministro, non si sono mai sentiti a casa in Europa – a fronte delle numerose concessioni fatte all’Unione Europea.

La necessità che il popolo britannico sente di avere il controllo del proprio destino è la ragione per cui non ci siamo mai veramente sentiti a casa nell’Unione Europea.

— Theresa May, sull’uscita dalla UE

Una Brexit lenta. Fra le tante, la più importante: la richiesta di un periodo di transizione di “due anni” da usare per “oliare” il processo di uscita dall’UE. Una Brexit ritardata, quindi, che sembra sempre più andare dalla Hard Brexit (termine sparito nella retorica di Theresa May) alla Fake Brexit, l’uscita simbolica che salvi la faccia al governo, accontenti il popolo che l’ha votata e salvaguardi l’Economia del paese.

Come sottolineato dall’editorialista del The Guardian, Gina Miller, la Theresa May vista a Firenze non sembrava il combattivo e testardo alfiere della Hard Brexit, bensì la Ministra degli interni che faceva campagna per il “Remain”. In fondo, Theresa May è arrivata al Numero 10 di Downing Street, sede del Governo del Regno Unito, per caso e calcolo politico.

Diventata Primo Ministro allo scopo di risolvere il disastro creato dal suo predecessore David Cameron con il Referendum del 2016, May ha indossato il mantello degli Hard Brexiters per non far implodere il partito e salvare l’elettorato dall’OPA nazionalista di Nigel Farage ed il suo UKIP. In qualche modo è riuscita a barcamenarsi nel territorio inesplorato dell’Articolo 50, giostrandosi fra il risentimento anti-UE del 51,9% dei britannici e le necessità pro-Europa dell’Economia britannica.

Brexit o non Brexit. Questo dualismo fra convinzioni personali e necessità politiche non l’ha resa immune da errori di valutazione, quali sottovalutare la fermezza dei 27 o sopravalutare il ruolo di un Regno Unito solitario nel mondo globalizzato. Da qui lo stallo delle negoziazioni e la necessità, riconosciuta dalla stessa May, di cambiare passo, o almeno di provarci.

Qui ritorna la scissione fra la volontà di parlare al popolo britannico, oltre che al proprio partito, e la necessità di parlare all’Europa, il vulnus di tutto il discorso di Firenze. “Possiamo fare molto meglio di così” sembra dire il Primo Ministro, sbandierando, allo stesso tempo ed in piena contraddizione con le dichiarazioni del negoziatore UE Michel Barnier del giorno prima, “progressi concreti” nelle trattative.

L’Europa, la stessa che rubava la sovranità del Regno Unito ancora un anno fa, è diventata “una grande realtà” con cui il Regno Unito vuole intavolare un “rapporto speciale”, qualcosa di unico, “mai tentato prima”, senza però specificare né il “cosa” né il “come”.

 Il Cancelliere dello Scacchiere Philip Hammond, sostenitore di una Soft-Brexit e di una lenta uscita dalll'Unione Europea. Foto:  EU2017EE Estonian  Licenza:  CC 2.0

Il Cancelliere dello Scacchiere Philip Hammond, sostenitore di una Soft-Brexit e di una lenta uscita dalll’Unione Europea. Foto:  EU2017EE Estonian  Licenza: CC 2.0

Parterniship future. Tutto in fondo ruota intorno all’idea di trovare un modello per le future relazioni fra Gran Bretagna e Unione Europea. Questo, continua Theresa May, non può essere quello “norvegese”– partecipazione al budget comunitario, appartenenza, tramite l’EFTA, al Mercato Comune – desiderato da Hammond perchè troppo legato all’Unione, né quello “canadese“ – limitazione dei dazi doganali, ma esclusione da ogni organismo politico –  proposto da Johnson perché troppo lontano dai centri decisionali dell’Unione.

Un “grande accordo”, il quale, come sottolineato dallo stesso Barnier, richiede l’unica cosa che né l’Europa né la Gran Bretagna hanno: il tempo.

Da qui l’idea di chiedere più tempo, fra i due ed i cinque anni, allo scopo di far transitare l’intero sistema britannico dal modello comunitario al nuovo fantomatico modello, qualunque esso sia. Proprio questa sembra essere la debolezza di tutto il discorso o la celata, definitiva resa di Londra, e del suo Primo Ministro, all’impossibilità di raggiungere un accordo concreto.

Le concessioni britanniche. Per Theresa May, serve definire un nuovo modello di relazioni con la UE e per arrivare a quello che sembra essere il nuovo obiettivo della Gran Bretagna, Theresa May è disposta a concedere, e molto, all’Europa, rimangiandosi molti dei punti considerati fondamentali dalla Gran Bretagna della Hard Brexit.

Londra si è detta favorevole a mantenere la libera circolazione fra Irlanda ed Irlanda del Nord senza se e senza ma, indipendentemente da qualsiasi accordo commerciale, diversamente da quanto proposto ad agosto. Allo stesso tempo, i diritti dei cittadini europei residenti nel Regno Unito verrebbero equiparati a quelli dei britannici.

 Il Segretario agli Esteri Boris Johnson, sostenitore della Hard Brexit e rivale di Theresa May per la guida dei Conservatori. Potrebbe essere lui a far saltare il tavolo negoziale qualora riuscisse, nel congresso di Ottobre, a

Il Segretario agli Esteri Boris Johnson, sostenitore della Hard Brexit e rivale di Theresa May per la guida dei Conservatori. Potrebbe essere lui a far saltare il tavolo negoziale qualora riuscisse, nel congresso di Ottobre, a “far fuori” Theresa May. Foto:  BackBoris2012 Campaign  Licenza: CC 2.0

Un accordo di massima, forse. Attuare questi punti richiede, però, la disponibilità dell’Europa di arrivare ad un “accordo di massima” su cui poi puntualizzare, durante il periodo di transizione, le singole legislazioni e le nuove istituzioni. Per ottenere ciò, Londra sarebbe disposta ad ottemperare ai propri impegni sul budget europeo presi prima del referendum.

Che questi ammontino a 80 miliardi di Euro, come vorrebbe l’Europa, o ai 20 miliardi stimati dal Regno Unito, rimane incerto, ma arrivare ad un qualsiasi pagamento eviterebbe alla UE di dover rinegoziare il budget 2013-2020 per ovviare ai mancati contributi britannici.

Vogliamo essere i vostri partner e amici più importanti […] perchè, guardando avanti, Unione Europea e Regno Unito possono eccellere fianco a fianco.

— Theresa May, sulla necessità di un accordo

La finta Brexit. Con quest’ultima inversione a U, tutto sembra portare, più che ad una Hard-Brexit o ad un No-Deal, verso una “finta” Brexit, ovvero una semplice riduzione ulteriore della partecipazione del Regno Unito ai meccanismi comunitari.

Per quanto una Fake o Slow Brexit possa sembrare uno scherzo, anche i mercati, il barometro più importante per la Gran Bretagna, sembrano incominciare ad accarezzare l’idea. Theresa May ha chiuso il proprio discorso sottolineando, infatti, rialzi nella Borsa di Londra, ma questo sembra essere più legato alla convinzione che la Brexit possa non arrivare in tempi brevi. Un’opinione, sottolinea sempre Gina Miller dalle colonne del Guardian, sempre più condivisa fra molti britannici.

Un accordo in tal guisa sarebbe, nei fatti, possibile. Come sottolinea Michel Barnier, infatti, l’Europa rimane “interessata a vedere applicate le parole” di Theresa May. L’obiettivo di Bruxelles rimane quello di “trovare un rapido accordo sull’uscita del Regno Unito” dalla UE, ovvero la contribuzione al budget dell’Unione. Quando la questione economica verrà saldata, l’Europa sarà pronta a discutere di un “periodo di transizione”.

Il problema, chiosa Barnier rimane la fiducia. Come si fa “a costruire una relazione, se manca, da una parte, la volontà di rispettare gli impegni?”

Su questo, riprendendo le parole di Theresa May, la Gran Bretagna “dovrebbe fare molto di più”.

Tutto questo se Boris Johnson non riuscirà a rubare il partito a Theresa May ad ottobre e riportare in auge la Hard Brexit.


Per approfondimenti:

– la trascrizione del discorso di Theresa May: Governo Britannico

– una critica alla Brexit vista da destra: Express

– sull’ipotesi che la Gran Bretagna non esca veramente dal Regno Unito: The Indipendent

– i giochi di potere di Boris Johnson: RAI News

Scrivo e mi diverto. Filippo Turati non è solo toponomastica, ma uno dei più brillanti politici italiani. Se mi chiedono di dove sono ondeggio fra Torino e Genova, a volte dico che sono nato a Imperia, ma per sbaglio. Fra Berlino e Torino, ricordando Genova. Lettore accanito, gamer per scelta e passione. Battlestar Galactica batte ogni serie televisiva e fra Jordan, Kobe e LeBron io scelgo Magic. Come mi definirei? Un Nerd con un dottorato in Archeologia che ha scelto il giornalismo (per passione).

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