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Il bonus 80 euro ora 100 serve? La realtà dietro annunci ed elezioni

Simone Bonzano Instanews Leave a Comment

Bonus 80 euro allargato a 100 e che interessa 16 mln di lavoratori? La realtà sotto l’annuncio (sarà mai legge poi?).

Il governo avrebbe raggiunto un accordo di massima con i sindacati per l’allargamento della platea degli 80 euro e l’innalzamento del beneficio – per alcune classi di reddito – da 80 a 100 euro. Una proposta di redistribuzione che tocca 16 mln di lavoratori e costa circa 3 mld di euro.

Immediatamente ribattezzato “taglio del cuneo fiscale”, probabilmente per poter poi dire “FATTO”, nella realtà il provvedimento – che ora andrà approvato dal governo e poi dal Parlamento – va a riformulare la distribuzione del bonus degli 80 euro. Nello specifico interviene su quello che era uno dei principali problemi e critiche al provvedimento renziano: il phase-out ovvero le modalità di passaggio del bonus fra beneficiari e non beneficiari.

Passaggio più che netto che andava a disincentivare il passaggio da una classe di reddito ad un’altra agendo, come tanti provvedimenti nella fiscalità italiana, come una gabbia di povertà (l’esempio più eclatante rimane la detrazione per coniuge a carico.

Ci sono però dei ma, tanti (e quello che scriverò farà arrabbiare tanti renziani, oltre che attuali contiani, zingarettiani, pentastellati, etc.).



Gli 80-ora-100 euro

Dal punto di vista numerico il bonus “80-euro-ora-100-euro” interessava già 11,7 mln di lavoratori che crescono ora a 16 mln, un aumento di 4,3 mln che rimane una cifra importante, ma che detto così ridimensiona, e non poco l’effetto annuncio. Soprattutto se si considera il secondo punto.

L’allargamento (vedi tabella I, da Repubblica) innalza il bonus da 80 a 100 euro a chi ne ha già diritto – fasce da 8.200 a 24.600 euro annui, ovvero gli 11,3 mln di lavoratori  – e lo espande a chi guadagna fino a 28.000 euro. Da qui in poi il credito d’imposta diventa una detrazione – quindi la base imponibile dell’IRPEF – che parte dai 97 euro mensili per la fascia 29.000 e arriva a 0 per i redditi sopra i 40.000.

Il risultato è più o meno omogeneo fra i 29.000 e i 35.00 euro annui dove la detrazione passa da 97 euro al mese agli 80 e da qui cala esponenzialmente ai 16 euro al mese per chi guadagna 39.000 euro. Tradotto: a buona parte dei 4,7 nuovi beneficiari vanno delle briciole che però permettono al governo di annunciare “sgravi per 16 mln di lavoratori”.

Che crea impatto mediatico, accendo il follower sui social e migliora la percezione del governo agli occhi dell’elettorato disattento.


Tabella I, da Repubblica

Costi odierni e futuri

Dal punto di vista del costo si tratta di soli 3 mld, ma a debito cosa che porta, quindi a finanziare uno bonus inteso per incrementare i consumi incrementando un debito che andrà ripagato, prima o poi, in tasse. Soprattutto visto come le misure precedentemente usate negli anni passati – bonus 80 euro precedente e Reddito di Cittadinanza – non abbiano contribuito all’aumento dei consumi che, di solito, si associa alla stabilità economica non solo individuale, ma anche socialesia essa reale o percepita.

Dal punto di vista sistemico, a parte alleggerire il phase-out, non cambia un granché. In post precedenti – soprattutto questo e questo – si era criticato come gli 80 euro, in quanto credito d’imposta a cifra fissa, non andasse a toccare le aliquote marginali, rimaste invariate, e spacciasse per taglio del cuneo quello che, a tutti gli effetti, è una deduzione fiscale.

Come più volte denunciato, negli ultimi anni, dall’economista Sandro Brusco, invece di intervenire sulla fiscalità con provvedimenti apicali e flat, i governi italiani farebbero meglio a usare le medesime risorse per aumentare le detrazioni per lavoro dipendente o rafforzare e rendere permanenti le detrazioni sui nuovi assunti.

Provvedimenti che avrebbero le medesime platee di beneficiari, ma che, a differenza degli “80-ora-100-a-scalare-euro”, andrebbe ad abbassare il costo del lavoro agendo sulle aliquote marginali. Allora, per motivi pratici – si era a ridosso delle elezioni europee del 2014, il Governo fra le due strade scelse quella del bonus flat perché più facilmente percettibile dall’elettorato in tempi ristretti.

Il risultato è noto.


L’ansia elettorale

Ora l’annuncio di allargamento di un bonus già esistente, e quini “noto” alle orecchie degli elettori, arriva a 8 giorni dalle elezioni in Emilia Romagna e prima di quelle pugliesi, calabresi, toscane e ligure: a pensar male…

Ancora una volta, come nel 2014 o con le promesse – impossibili – delle flat-tax salviniane (o, ancora, le grandi riforme fiscale di berlusconiana memoria), l’argomento fiscalità viene affrontato dal governo in chiave elettorale. Ovvero, non lo si inserisce all’interno di un vero quadro programmatico assieme al lavoro perché “non c’è tempo”, le elezioni incalzano.

Un’ansia elettorale per cui si scelgono provvedimenti isolati dal grande impatto mediatico invece di intervenire sui problemi strutturali del sistema paese.

Come il vero cuneo fiscale per dipendenti e imprese, la tassazione locale e il livello reale della pressione fiscale nel paese, il problema delle partite IVA usate come soluzione dalle aziende per “auto-tagliarsi” il cuneo. O, ancora, la stagnazione della produttività intesa come la sintesi di efficacia ed efficienza di un sistema economico nel coniugare capitale, lavoro, tecnologia e istruzione, sistema da cui – da manuale di economia – dipende da una parte la crescita economica, dall’altra l’innalzamento degli standard di vita del lavoratore.

Tradotto: reddito e potere di acquisto del lavoratore.



Su cosa intervenire

Sempre la scienza economica spiegherebbe che se si vuole agire sul miglioramento delle condizioni di vita, che è sempre stato alla base del concetto degli 80 euro, occorre agire primariamente su questo fattore perché è la vera variabile che permette il miglioramento dell’istruzione, della sanità, dell’aumento del tempo libero e di distribuzione del reddito. Gli 80 euro no.

Essi possono incidere sui consumi – se cresce anche la fiducia dei consumatori, fenomeno che è collegato con l’andamento economico e la percezione dello stesso (compro questo o mi preparo per i tempi bui?) –  ma non sul lavoro o sulla qualità dello stesso.

Non a caso i paesi con forte welfare – i nordici, la Francia o la Germania – hanno produttività più alte delle nostre.

Tutto questo per dire che su fiscalità e lavoro non bisogno lasciarsi andare ad annunci e provvedimenti isolati. I problemi sono strutturali e toccano sia il cuneo fiscale, sia il costo del lavoro dipendente, sia la produttività (intesa come insieme di fattori che permette un aumento del PIL prodotto per ore di lavoro da un singolo lavoratore), sia la burocratizzazione e l’arretratezza delle infrastrutture.


Discorsi che, come evidenziato ieri nel post sul “programma” di Zingaretti, vengono sempre affrontati in maniera superficiale con grandi parole, dorate promesse, ma zero concretezza. Che è il marchio principale del populismo demagogico opposto al realismo politico: offrire una “visione” senza dire come arrivarci e in che tempi.

Finché non risolveremo questa impasse immanentistica della politica italiana, rimarremmo una “Repubblica fondata sul lavoro” che fa di tutto per ridurlo.

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Il Caffè e l’Opinione

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