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Riforma Bonafede, Renzi, Conte e lo stato della democrazia italiana

Simone Bonzano Instanews Leave a Comment

Lo stato di salute della democrazia parlamentare in Italia non è buono, e la crisi sulla riforma Bonafede ne è l’esempio.

La riforma della prescrizione, la crisi che ci si sta costruendo attorno, i possibili cambi di maggioranza e lo stallo legislativo annesso ci dicono sullo stato della democrazia parlamentare italiana.

E non è un bel vedere.



Casaleggio e il Parlamento

Uno dei pilastri del pensiero di Gianroberto Casaleggio, debitamente ripreso dal figlio, era il passaggio dalla democrazia rappresentativa a quella diretta con relativa chiusura – per cessata utilità – del Parlamento.

Su questo principio si è costruita gran parte della retorica “anti-sistema” del MoVimento 5 Stelle e quelle idee sono ancora presenti nell’attuale legislatura via “vincolo di mandato” – che renderebbe i gruppi una pura rappresentazione fisica del voto – e la riduzione del numero dei parlamentari – che rende il peso dei gruppi maggiori fuori scala rispetto a quelli minori.

Il tutto, cito il primo Casaleggio, per “restituire la sovranità al popolo”.

Se saremo fortunati, quel progetto non vedrà mai la luce ed è meglio così perché andrebbe a costituire una “democrazia” di pancia gestita da influencer chiamati “capi politici”.

Un sistema senza reali contrappesi di cui stiamo già vedendo il trailer da quasi due anni anche grazie al carosello che si è andato a costruire attorno alla riforma della giustizia.


La bandiera giustizialista

Democrazia non rappresentativa a parte, un altro dei pilastri fondanti del MoVimento 5 Stelle è sempre stato il populismo giustizialista. Si tratta della linea Travaglio-Davigo, quella per cui il potente – ovvero Berlusconi, ma anche il resto della “ka$tah” politica e imprenditoriale – la fa sempre franca via “leggi ad personam” ed avvocati furbacchioni il cui unico scopo è quello di prolungare il processo per far sopraggiungere la prescrizione.

Una retorica efficace aiutata dai casi specifici di Berlusconi e sodali, ma che non ha quest’enorme riscontro nei dati del Ministero della Giustizia, ma tant’è: si tratta di un argomento che porta voti e che ha dato il La alle carriere politiche di personaggi come Paola Taverna, Gianluigi Paragone, Alessandro Di Battista e dello stesso Luigi Di Maio.

Stante l’importanza dell’argomento, era perfettamente normale che la Giustizia, assieme al Lavoro, entrassero nelle competenze specifiche del MoVimento 5 Stelle alla nascita del Conte I nel 2018, quelle su cui la Lega non doveva mettere parola. Allo stesso tempo, i deputati pentastellati si impegnavano a tacere sui temi della sicurezza su cui Salvini e compagnia avrebbero avuto carta bianca.


Slogan per tutti

Un compromesso che conosciamo come Contratto di Governo e la cui ratio era quella di permettere ad entrambi i partiti di creare i propri slogan elettorali, come:

  • “porti chiusi” e decreti sicurezza che hanno avuto l’unico risultato di mettere sotto indagine Salvini e trasformare in clandestini decini di migliaia di rifugiati già presenti in Italia;
  • “spazzacorrotti”, la cui retroattività non solo è stata giudicata anti-costituzionale dalla Consulta, ma, probabilmente, porterà a richieste di rimborsi contro lo Stato italiano da parte di chi è stato ingiustamente carcerato;
  • decine di altri casi come il decreto “Genova” che andava a sanare gli abusi edilizi di Ischia, il “dignità” che ha creato uno stop ai rinnovi dei contratti e, appunto, la riforma Bonafede.

Provvedimenti decretati d’urgenza o votati a colpi di fiducia a scapito del dibattito parlamentare che servirebbe a i) far notare le debolezze di una legge e b) migliorarne il contenuto. O almeno questo sarebbe in una democrazia parlamentare efficiente e non in una in cui il governo decide di blindare i provvedimenti e l’opposizione, o gran parte di essa, risponde a botte di emendamenti per guadagnare un poco di visibilità mediatica.


La riforma Bonafede

Qualcuno, a onor del vero, come fanno notare i resoconti stenografici sia di Camera che Senato, ci ha provato, ma i loro pareri sono stati, ovviamente, ignorati e questo è valso anche per la riforma della Giustizia per cui vale lo stesso principio: creare uno slogan – “via la prescrizione” appunto – piuttosto che andare a risolvere un problema reale.

Che poi sarebbe l’eccessiva durata del processo da cui dipende anche l’entrata in vigore della prescrizione. Lo dicono i penalisti come Caiazza, magistrati sopra ogni sospetto come Gratteri e l’intera Associazione Nazionale Magistrati. Paradossalmente, infatti, la riforma Bonafede avrebbe senso se fossimo un paese europeo normale, ma diventa fonte di preoccupazione e dibattito se contestualizzata all’interno di quelli che sono i problemi del nostro sistema giudiziario.

Come sottolineato dal professore di procedura penale Glauco Giostra nella sua audizione alla camera nel 2014, la vera natura della prescrizione sarebbe quella di esprimere il disinteresse della società “a perseguire un fatto che si è verificato nel passato e che il decorso del tempo rende meno rilevante riesumare rispetto al dispendio di energie e di fibrillazione sociale che un processo instaurato a distanza di tempo potrebbe determinare”.

In Italia, continua Giostra, essa è, invece “diventata strumento di garanzia contro l’eccessiva lunghezza dei processi” che poi è la tesi di molti “critici” della riforma Bonafede.


Crisi Forever

In pratica, se analizzato nel contesto europeo, l’istituto della prescrizione italiano è fin troppo garantista. Allo stesso tempo, però, stante la lunghezza dei procedimenti e l’obbligatorietà dell’azione penale, esso spinge i tribunali ad accelerare la calendarizzazione delle udienze. Per quanto assurdo possa essere, e questo dimostra quanto sia necessaria una riforma organica della giustizia, la prescrizione è diventato lo strumento principale a garanzia della “giusta durata dei processi”.

La logica direbbe che si sarebbe dovuto prima procedere a snellire il processo, a renderlo efficiente magari, come dice ancora Gratteri, usando la tecnologia.

Questo, probabilmente, avrebbe reso più accettabile anche la riforma della prescrizione, invece si è preferito cercare il consenso “popolare”, peraltro inutile visti i sondaggi e i risultati elettorali. Il risultato non è stato dare una legge migliore al paese, ma fornire a Salvini il casus belli per far scoppiare la crisi del 2019 [sì, è nata a fine luglio proprio sulla Giustizia, NdR] e portare sull’orlo della crisi l’attuale maggioranza per via dei dissidi fra il blocco PD-M5S-Leu e Italia Viva.



Indipendentemente da chi porta avanti la battaglia (chi scrive ha ben poca simpatia per Matteo Renzi), esistono gli estremi per dire che l’attuale stallo sulla prescrizione è inutile per il benessere del nostro sistema giudiziario (lo dice anche l’ANM) e che la riforma dello stesso andrebbe discussa in toto e non usato come bandiera ultra-giustizialista o ultra-garantista.

Così, quello che potrebbe esser un motivo di confronto interno al governo per produrre una legislazione migliore per il paese, si è così già trasformato in una guerra fra bande (i partiti, appunto) dove, da una parte, si parla di governi istituzionali e, dall’altra, si invocano “responsabili forzisti”, “delusi renziani” e “democratici” all’urlo di “occhio, che se si va a votare perdete la poltrona”.

Ed è questo che, ancora una volta, dimostra come lo stato di salute della nostra democrazia sia pessimo.

E poi ci chiediamo perché il paese è allo sfascio.


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