La bomba di San Pietroburgo – Crisi in Venezuela – Tensioni fra Grecia e Turchia – il Ristretto del 4-4-2017

 Ploschchad Vosstaniya, San Pietroburgo, dove è stato rinvenuto il secondo ordigno lunedì pomeriggio. Foto:  reibai  Licenza:  CC 2.0

Ploschchad Vosstaniya, San Pietroburgo, dove è stato rinvenuto il secondo ordigno lunedì pomeriggio. Foto: reibai Licenza: CC 2.0

In Russia una bomba riporta il “terrore” a San Pietroburgo. Intanto in Venezuela una crisi politica ed economica che va avanti da 3 anni continua a passare inosservata. In Turchia si avvicina la data del referendum costituzionale sui poteri ad Erdogan, ma un nuovo fronte si sta aprendo: quello con la Grecia per il controllo del Mar Egeo.

San Pietroburgo. Quattordici persone sarebbero morte e 50 sono ancora ricoverate negli ospedali della città in seguito alla detonazione, alle 14:30 ora locale, di un ordigno esplosivo su un convoglio della metropolitana in viaggio fra le stazioni Tekhnologicheskiy Institut e Sennaya Ploshchad’ a San Pietroburgo. Si tratterebbe di un attacco suicida.

Un secondo ordigno sarebbe stato ritrovato e disinnescato dalle forze di sicurezza russe nelle ore successive alla strage nella stazione di Ploschchad Vosstaniya, anch’essa nel centro cittadino. Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Interfax, l’ordigno sarebbe stato posto all’interno di un estintore caricato con frammenti metallici. 

Non sono arrivate ancora rivendicazioni ufficiali, ma la polizia russa ha confermato l’identità dell’attentatore confermando quanto affermato nella mattinata di martedì dal Comitato per la Sicurezza Nazionale Kirghiso (GKNB). Si tratta di un cittadino russo di origini kirghise che risponde al nome di Akbarzhon Jalilov. La sua identità è stata confermata dall’analisi dei resti ritrovati insieme all’ordigno. Egli avrebbe lasciato il primo ordigno a Ploschchad Vosstaniya per poi spostarsi sul luogo dell’attentato, dove si sarebbe fatto saltare in aria. Secondo quanto riportato dal portavoce della GKNB, Rakhat Sulaimanov, l’attentatore sarebbe nato nella città di Osh, nel sud del Kirghizistan, un’area nota per le infiltrazioni jihadiste.

Nonostante manchino conferme dirette, il presidente russo Vladimir Putin, il quale si trovava in città lunedì per un incontro con il presidente bielorusso Lukashenko, ammette che la strage possa aver avuto una “matrice criminale o terrorista”, ma che, in ogni caso, sia “ancora troppo presto per trarre conclusioni”.

La strage riaccende comunque l’attenzione della Russia sui possibili fronti jihadisti interni, per quello che potrebbe essere il primo di ulteriori attacchi, almeno secondo quanto riporta Colin Clarke a POLITICO. La Russia è considerata sin dall’inizio del proprio coinvolgimento nel conflitto siriano, risalente al settembre 2015, quale uno dei possibili obiettivi dello Stato Islamico. Proprio l’ISIS si è dichiarata responsabile del disastro e della morte dei 200 passeggeri del volo MH17 della Metrojet in viaggio fra Sharm el-Sheikh e San Pietroburgo. Secondo quanto sostenuto dai jihadisti, l’aereo – schiantatosi sul Sinai nell’ottobre 2015 – sarebbe stato fatto esplodere mediante un ordigno portato sul mezzo proprio da un “soldato del Califfato”. Sempre nel 2015,il GKNB aveva sottolineato come dalle provincie meridionali di Osh e Batken fosse stata reclutata la maggioranza dei “foreign fighters” kirghisi impegnati in Siria.

Aspettando gli sviluppi dell’indagine, il governo russo ha dichiarato tre giorni di lutto nazionale.

 Proteste anti-governative in Venezuela, 15 febbraio. Foto:  andresAzp  Licenza:  CC 2.0

Proteste anti-governative in Venezuela, 15 febbraio. Foto: andresAzp Licenza: CC 2.0

L’infinita crisi venezuelana. Domenica 2 aprile la Corte Suprema del Venezuela, considerata fedele al governo del Presidente Nicolas Maduro, ha permesso la riapertura dell’Assemblea Nazionale, il parlamento del paese sudamericano. I giudici della Corte hanno così ribaltato il loro verdetto del 30 marzo in cui l’Assemblea era stata sospesa e delegittimata in quanto rea di operare “in oltraggio alla costituzione, ovvero, contro il Presidente. Il verdetto è arrivato dopo giorni di proteste di piazzacontro quello che le opposizioni hanno definito “un colpo di stato”

A scatenare il primo verdetto sarebbe stata la polemica in atto fra il l’ex-delfino di Chavez e Presidente del Venezuela dal 2013 Nicolas Maduro e la stessa assemblea, dove dal 2015 siede una maggioranza a lui avversa. Nodo del contendere sarebbero le elezioni presidenziali che, stando alle leggi venezuelane, dovrebbero tenersi nel 2018, ma che le opposizioni vorrebbero anticipare allo scopo di porre un freno alla crisi del paese.

In quello che è un braccio di ferro per tenere il potere, lontano dall’idealismo del Chavismo, Maduro – la cui posizione sembra traballante anche agli occhi di quelle classi sociali ancora legate alla figura del suo predecessore Chavez – ha prima provveduto a bloccare prima – tramite la Consulta Elettorale posta sotto il controllo del Presidente – il referendum per l’impeachment e poi ad esautorare – stavolta con la Corte Suprema – il parlamento.

La riapertura dell’Assemblea nazionale non ha però contribuito a calmare gli animi nel paese, ma – nonostante la coesione foraggiata dai proventi sul petrolio – il fronte lealista comincia a sgretolarsi. Molti sono infatti i sostenitori di Maduro e del Chavismo che si sono espressi a favore di nuove elezioni. La defezione più eccellente è arrivata venerdì sera, quando il procuratore generala Luisa Ortega, considerata una delle più fidate seguaci di Maduro, lo ha ripudiato pubblicamente alla TV di stato definendo la decisione della Corte Suprema “una rottura dell’ordine costituzionale”.

Il verdetto scrive così un’ulteriore pagina di una crisi politica ed umanitaria che dura ormai da 3 anni e che nasce dalla profonda crisi economica in cui il paese – uno dei primi produttori di greggio al mondo – è sprofondato in seguito al crollo dei prezzi del petrolio e alle mancate politiche di sviluppo del governo, sia di quello di Chavez sia quello del suo successore e delfino Maduro. Il PIL scende del 5,5% l’anno, il bilancio statale è in negativo mentre il tasso di inflazione è attualmente al 800% (dicembre 2016) e la corruzione sta devastando quello che resta del paese. Il Bolivar, la moneta venezuelana, è ormai carta straccia ed in molte zone del paese mancano i medicinali di base, mentre un quarto dei bambini venezuelani risultano malnutriti.

La questione sulla legittimità del parlamento sembra rientrata, ma la lunga crisi di quello che era uno dei paesi più ricchi del Sud America è lungi dall’esser conclusa.

 Un elicottero Seahawk della marina turca durante delle esercitazioni NATO Foto:  U.S. Navy  Licenza:  CC 2.0

Un elicottero Seahawk della marina turca durante delle esercitazioni NATO Foto: U.S. Navy Licenza: CC 2.0

Turchia, Grecia ed UE.  Non accennano a diminuire le tensioni fra la Turchia e i vari membri dell’Unione Europea mentre si avvicina la data del 16 aprile, quando i cittadini turchi saranno chiamati a decidere se espandere i poteri del proprio presidente, Recep Tayyip Erdoğan. Per questo quello costituzionale potrebbe non essere l’unico referendum che si celebrerà in Turchia nel 2017.

In una sua recente dichiarazione, Erdoğan ha richiamato la Brexit annunciando “che dopo [il 16 aprile] potremmo avere un secondo referendum per la chiusura dei negoziati con l’UE”. Quella che potrebbe essere una sparata propagandistica assume però i toni di una ritorsione ai recenti divieti imposti a membri del governo turco di partecipare ad alcuni comizi referendari in Austria, Germania ed Olanda. Il presidente ha infatti continuato sottolineando come la pazienza della Turchia ” nei confronti dell’Europa abbia dei limiti” aggiungendo che egli continuerà a bollare i politici europei come “Nazisti” se gli stessi continueranno a chiamarlo “dittatore”.

Intanto si apre un nuovo fronte di tensione fra la Turchia e l’Unione Europea stavolta contro la Grecia e la definizione dei confini marittimi fra questa e la Turchia. A fine marzo il governo di Atene ha respinto le richieste di estradizione da parte di Ankara nei confronti degli otto militari rifugiatisi nel paese dopo il fallito golpe in Turchia del 15 luglio 2016. Come riposta, il Capo di Stato Maggiore turco Hulusi Akar si è recato in visita a Imia, un isolotto greco disabitato posto al largo delle coste turche e rivendicato dalla Turchia che fu al centro di un breve, ma significativo conflitto fra i due paesi nel 1996. In seguito alla visita, il Ministro della Difesa greco Panos Kammenos ha dichiarato come “le forze armate greche siano pronte a rispondere ad ogni ulteriore provocazione”. 

La Turchia è pronta ad attraversare l’Egeo e far affondare la Grecia nel mare

— Devlet Bahçeli, leader nazionalista turco e favorevole al “Sì”

Attento ai voti dei nazionalisti, necessari per la vittoria nel referendum, Erdoğan ha risposto a Kammenos mettendo in discussione il Trattato di Losanna del 1922 che sancisce i confini fra i due paesi. Più diretto il leader del Partito Nazionalista MHP Devlet Bahçeli – favorevole al “Sì” al referendum –  che ha dichiarato come “l’esercito turco sia pronto ad impartire una lezione di storia ai greci” e che molte isole del Dodecaneso, nonchè Cipro, “siano attualmente occupate illegalmente da Atene”.

La questione è meno veniale e simbolica di quanto sembri, poiché riguarda l’estensione delle acque territoriali dei due paesi ed il controllo, quindi, del traffico mercantile verso il Mar Nero. Inoltre i due stati sono entrambi membri della NATO e ciò ha spinto la diplomazia statunitense ad intervenire per riaprire un dialogo fra i due paesi.

In qualunque caso, con un governo in febbrile attesa del referendum, ogni motivo è valido per la Turchia per riaccendere il fuoco del nazionalismo e dell’orgoglio nazionale.

L’articolo è stato aggiornato in conseguenza degli sviluppi delle indagini a San Pietroburgo.

Scrivo e mi diverto. Filippo Turati non è solo toponomastica, ma è stato uno dei più brillanti politici italiani. Se mi dicessero di votare ora, implorerei Odino di darmi il dono della preveggenza. Se mi chiedono di dove sono, sono nato lì, ma ho vissuto anche là e là, e anche laggiù, a volte dico che sono nato a Imperia, ma per sbaglio perchè sono di Genova. Se mi chiedono dove vivo, rispondo: fai tu, ma fra Berlino e Torino.

Lettore accanito, gamer per scelta e passione. Battlestar Galactica batte ogni serie televisiva (Star Trek compresA). Gra Jordan, Kobe e LeBron io scelgo Magic e i Lakers, SEMPRE. Come mi definirei? Un nerd con un dottorato in Archeologia che ha scelto di scrivere per passione.

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