Diseguaglianza economica: il realismo di Boldrin vs l’utopia di Casaleggio

boldrin, casaleggio

Una riflesssione sul Reddito di Cittadinanza, il paese ed il lavoro a partire dalla risposta di Boldrin a Casaleggio.

Finalmente, dopo tante attese, è arrivato il decretone: giovedì 17 gennaio il Consiglio dei Ministri ha approvato il Decreto Unico per l’attuazione di Quota 100 e Reddito di Cittadinanza.

Il tutto, come d’uopo nella nostra consolidata social-crazia, prontamente presentato dalla triade di governo con tanto di cartelli blu (per le ovvie foto-social di ordinanza) e tre leggii affiancati (perché il nostro Governo rimane una sorta di diarchia arbitrata da un avvocato, se non l’avevate capito).

Dopo aver studiato e letto il provvedimento, però, invece di essere pervaso dal sacro fuoco dell’ispirazione e buttarmi sulla tastiera mi sono chiesto se ne valesse realmente la pena. Non del DL, di quello sono sicure che potevamo farne a meno, ma se valesse la pena per me di ripetere per l’ennesima volta come le coperture siano traballanti, degli investimenti mancanti, dell’assenza d’una visione di lungo periodo del quadro pensionistico etc.?

Soprattutto se valesse la pena di perdere le prossime ore a rispondere a coloro che mi daranno dello schiavo del Pensiero Unico, contro i poveri etc. etc.?

Onestamente, no.


Problemi di Manovra

Certamente potrei affermare, con cognizione di causa (vedi la serie “Problemi di Manovra”), che il “decretone” ripropone la solita visione sbagliata dei problemi italiani, scaricando su imprese, lavoratori e globalizzazione le colpe di un ‘sistema paese’ rattrappito, anacronistico e avulso dal contesto economico odierno (salvo poche, quasi eroiche, eccezioni).

Oppure su come il Reddito di Cittadinanza sia, come sottolinea Thomas Manfredi, una fotocopia con più coperture e più vincoli del REI di Gentiloni. O semplicemente ringraziare il Governo di aver ribadito che chi, come me, è nato dalla parte sbagliata degli anni 70 o negli anni 80, la pensione non la vedrà mai, visti i conti e le coorti anagrafiche, figuriamoci Quota 100 o Quota 41.

Potrei farlo, ma dal punto di vista meramente giornalistico, a quest’analisi manca quel “non so che” che permette ad un piccolo blog come il Caffè e l’Opinione di essere differente.


Casaleggio e il lavoro

Così ho cercato una chiave di lettura diversa e l’ho trovata in due editoriali di Michele Boldrin su Linkiesta: “No, Casaleggio: il lavoro non finirà nel 2054. Ma finirà l’Italia, se continuate così” e “La disuguaglianza? Sarà sempre più una questione di intelligenza“.

Il tema: le diseguaglianze socioeconomiche portate dal progresso tecnologico. Lo svolgimento: una risposta a mezzo stampa al video della Casaleggio Associati, dove fra tante “corbellerie” (cit. Boldrin, e sono veramente tante, qui il link), si dichiara che entro il 2054 (data a caso), l’aumento di produttività dovuto alla tecnologia farà sì che il “lavoro come lo conosciamo non ci sarà più” e dedicheremo solo “l’1% del nostro tempo ad esso”.

Questo, continua il video, aumenterà la diseguaglianza economica e sociale, portando sempre più profitto al “Capitale” e sempre meno salario al lavoratore.

Ecco la chiave che cercavo: non è, infatti, proprio la lotta alla diseguaglianza letta come “il frutto maligno della globalizzazione”, il costrutto ideologico/retorico su cui è basata a Manovra del Popolo?

Sì, ed infatti, in questa cornice ideologica, Casaleggio inserisce il “Reddito di Cittadinanza” come mezzo atto a redistribuire la ricchezza dal Capitale al lavoratore riappianando le differenze sociali esistenti.


Problemi di Manovra


Boldrin vs Casaleggio

Il 15 gennaio, Casaleggio, in un intervista al Corriere della Sera, argomenta che, alla luce della previsione “occorrerà istituire dei meccanismi di redistribuzione del reddito svincolati dall’occupazione che supportino la domanda, altrimenti avremo la massima produttività e consumatori con sempre meno capacità di spesa”.

Aggiunge, inoltre che “il reddito di cittadinanza va inteso come un primo passo verso la ridistribuzione alla comunità di questa iper-produttività delle imprese”.

Non ci sarebbe nulla da eccepire, ma il problema, argomenta Boldrin, è che la previsione alla base (“la fine del lavoro”) è farlocca. Certo, i lavori che erano comuni nell’800 o nel 900 non esistono più, ma il Lavoro esiste ancora: “il cambio tecnologico, da sempre,” continua l’economista “cambia quel che gli umani fanno quando lavorano”.

Il ‘come’ e il ‘cosa’ cambiano, e “la formazione” (come in Germania o Danimarca), aiuta a risolvere il probleama, ma noi lavoriamo quanto lavoravamo prima, solo in maniera diversa.

Il cambiamento epocale favoleggiato dal presidente della Casaleggio Associati non è altro, infatti, che un normale processo di cambiamento perfettamente connaturato allo sviluppo economico della società umana.

Solo una persona scevra di ogni cognizione storica e/o intrisa di ideologia può vedere in esso l’apocalisse del lavoro. Questo, sottolinea Boldrin, nonostante le parole di Casaleggio rievochino alcuni passaggi di Marx e Keynes con meno utopico ottimismo e una forte dose di demagogia.


L’errore di Casaleggio e dei M5S

Per Casaleggio, infatti, la disoccupazione odierna, la perdita di potere d’acquisto dei salari e la concreta difficoltà di parte delle popolazioni “occidentali” di integrarsi nel nuovo tessuto “globale”, sarebbe semplicemente colpa del “paradigma economico dominante”.

Quello che porta, all’aumento della produttività, quello dell’arricchimento del Capitale e la povertà dei lavoratori, in Italia come all’estero (anche se la produttività, in Italia, è stagnante da 30 anni).

Per dirla come Diego Fusaro, il “turbocapitalismo neoliberista mondialista” (e ordoliberista, per finire il pot-pourri di aggettivi) legato alle “elite neoliberiste (e borghesi, ordiliberiste, mondialiste, etc.). Quello che occorre, conclude Casaleggio, è un “approccio totalmente innovativo” all’economia: probabilmente quei “paradigmi mai usati in Economia” di cui Di Maio favoleggiava mentre ancora si scriveva la Manovra.

Parlare, invece, dei problemi strutturali dei singoli paesi e del nostro in particolare è inutile per Casaleggio & CO: facendolo, si andrebbe a toccare una retorica sovran-populista secondo cui “l’Italia non ha nessun problema, ma è soffocata dai tedeschi/eurocrati/nemici di Vega a cui un Italia forte fa paura”.



Il vero problema

Se seguiamo il ragionamento di Casaleggio non possiamo fare altro che sposare, come fa anche parte della cosiddetta “sinistra d’opposizione”, questa sorta di “socialismo patriottico nazionalista e pauperista” di cui il MoVimento è portatore.

Solo che la questione, come sottolinea Boldrin (ma potrei citare altri economisti), è un’altra, è molto più concreta e si affronta in modi diametralmente opposti a quanto ventilato, nel video, della Casaleggio Associati.

Secondo l’economista, “il progresso tecnologico richiede, senza alcun dubbio, conoscenze professionali sempre più sofisticate e sempre più difficili da apprendere e padroneggiare”.

Questo genera quello che lui stesso chiama la “sfida della complessità crescente” laddove:

“a) la domanda per nuove forme, mai esistite prima, di lavoro umano e, b), la difficoltà che molti incontrano nell’adattarsi a tale cambiamento e ad utilizzarlo in modo tale da migliorare le proprie condizioni di vita”.

Il problema, per farla semplice, non è il “supporto ai lavoratori che vedono sparire il lavoro”, ma il fornire i mezzi per usare la tecnologia e sviluppare “nuove conoscenze per produrre metodi di produzione più avanzati e profittevoli”.


La centralità dell’intelligenza

Leggendo l’intervista a Casaleggio, si nota come anche quest’ultimo parli di “nuove forme di lavoro”, ma la differenza con Boldrin è notevole: il lavoro, nuovo o vecchio che sia si fa con gli investimenti su scuola, ricerca, università e non coi sussidi.

Qui inizia la parte interessante, perché se per Casaleggio la questione è meramente esterna all’individuo e connaturata al modello economico, per Boldrin la questione è realisticamente più complessa.

“Questa operazione di adattamento [al progresso tecnologico]” dice l’economista “è possibile, in principio, per tutti: basta avere accesso all’istruzione adeguata – questo è il compito primario che le politiche pubbliche devono assolvere – e le capacità cognitive adeguate ad apprendere le nuove conoscenze”.

“Qui”, continua “casca l’asino” e si “determina il problema veramente nuovo”, ovvero “che le capacità cognitive non sono distribuite uniformemente fra le persone” come non lo è mai stata la “forza bruta” quando questa determinava, e non di poco, il rango sociale/militare/produttivo del singolo individuo.

La differenza è che ora, per via del progresso tecnologico, “le capacità cognitive sono diventate il fattore cruciale nel determinare se una persona sia o meno in grado di utilizzare proficuamente le nuove tecnologie e conoscenze”.


L’italia de il Caffè e l’Opinione


Intelligenza e pace sociale

La nuova diseguaglianza nasce qui. Per Boldrin “chiunque oggi si dedichi all’insegnamento, alla formazione professionale o all’inserimento nel mondo del lavoro è certamente cosciente della rapida emergenza di questo problema: le nuove tecnologie sono, per molte persone, difficili da apprendere ed utilizzare”.

“Questo”, continua l’economista, “crea una barriera drammaticamente alta non solo alla mobilità occupazionale [altro concetto avulso a Casaleggio, NDR], ma alla pace sociale stessa” come dimostrano, per esempio, i Gilet Jaunes francesi. Un problema che Casaleggio (ma non solo, è un trend ben cospicuo in gran parte dei commentatori) attribuisce solo alla disoccupazione e perdita di potere d’acquisto.

Il fenomeno “sta creando una nuova frattura sociale, […] diversa da quella a cui ci eravamo abituati, fra capitalisti e proletari”.

Una dicotomia reale fra “coloro che hanno le capacità cognitive per utilizzare proficuamente il cambiamento tecnologico e quelli che sembrano non essere in grado di farlo”.


Il digital divide

L’esperienza personale ci dimostra come il digital divide ed il saper “padroneggiare” la tecnologia sia già strettamente associato al successo o al fallimento individuale e, come tale, al benessere dell’individuo.

Mi vengono in mente i grandi “web-capitalist” come Jeff Bezos, ma lo stesso Casaleggio e, nel loro piccolissimo, i vari politici ora al Governo lo dimostrano. L’abilità di usare a proprio vantaggio i social, ovvero l’insieme di algoritmi che determina il reach ed il ranking di un contenuto, è parte – assieme ai contenuti, talvolta discutibili e fuorvianti propagati tramite questo– del successo elettorale di un politico, soprattutto di Lega e MoVimento.

La nostra esperienza quotidiana è piena di esempi simili. Quante attività un tempo solide sono franate a fronte dell’incapacità (talvolta ottusità) dell’imprenditore/commerciante di usare le nuove tecnologie, siano esse computer, robot o social-marketing?


L’errore del RdC e della Manovra

Se invece di seguire il ragionamento della Casaleggio Associati (progresso= fine del lavoro=RdC), seguiamo quello di Boldrin notiamo come proprio il “deficit cognitivo sulle tecnologie” che dal singolo (lavoratore o imprenditore) si propaga allo Stato (e al legislatore) è strettamente connesso al problema della produttività.

Il problema non si risolve “con l’apologia di un passato tanto inesistente quanto inventato [i magnifici anni 80 dei sovranisti]” o “la chiusura nelle frontiere nazionali ed il rigetto delle nuove energie umane che in Italia vorrebbero vivere”. Non si risolve neanche nel “mantenimento dell’esistente” mediante sussidi “che possiamo gestire positivamente questo processo”.

Quale sia la possibile soluzione concreta, è materia di dibattito, ma sicuramente, per Boldrin non è nel fantomatico “nuovo welfare italiano” sbandierato da Casaleggio & cO, ma nel rispetto per scienza, la professionalità e il merito, oltre che con un piano di finanziamento e riconsiderazione sociale di scuole ed università.

Questo si concretizza in un piano che faciliti “la transizione [tecnologica] ed eviti che coloro i quali meno si sanno adattare al cambiamento apprendano a farlo e ne ricevano almeno qualche beneficio”.


Diseguaglianze Economiche: il video di Michele Boldrin

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Formazione e innovazione, quindi, ma non solo. Servirebbe, aggiungo io, un’attività legislativa che semplifichi l’impatto della tecnologia nella vita quotidiana (magari evitando marasmi come quello della fatturazione elettronica), rafforzi la sicurezza informatica (caso Huawei), e crei nuove figure professionali.

Uno Stato che si occupi di accompagnare il paese verso la modernità e che, magari, sia capace di proteggere sé stesso ed il popolo italiano dagli abusi informatici (tipo fakenews, chatbot, tweetbot, data gathering, data leaking etc.).

Come chiosa Boldrin, infatti, solo una reale svolta a livello sistemico permetterà al paese di “inventare i milioni di nuovi posti di lavoro – meno pesanti, più creativi, soddisfacenti e remunerativi di quelli che stanno sparendo – e di cavalcare questa nuova onda del cambiamento tecnologico mondiale, anziché venirne travolti perché paralizzati dalle nostre paure ed insicurezze su cui dei cattivi predicatori hanno costruito e stanno rafforzando il loro potere signorile”.

Un discorso che vale per l’Italia come per gli altri paesi occidentali dove la diseguaglianza economica, vedi i Gilet Jaunes o la Brexit, è motore di un disagio sociale che cerca risposte e che le ha trovate, finora, solo nel populismo, con le conseguenze che vediamo.

 

Disclaimer: le mie competenze economiche sono, ovviamente, di gran lunga inferiori a quelle di Michele Boldrin. Sono peraltro conscio delle complicazioni teoriche (da Krugmann a Piketty etc.) che sottointendono il ‘pensiero’ di Casaleggio, per questo, per chi è interessato, ho inserito nel testo il video del Prof. Boldrin sulla “Diseguaglianza Economica”, vale la pena ascoltarlo, veramente.

Infine, permettetemi per rispetto a Boldrin: nel caso mai leggesse questo post, Professore, spero di non aver detto troppe corbellerie.


Il Caffè e l’Opinione

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