Boeri – Di Maio e la caccia a “manina” più altre follie italiane

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Boeri contro Di Maio: INPS contro Governo. O almeno così sembra, perché il caso di “manina” sembra nascondere altro: un attacco ai sistemi di controllo dell’operato del governo. Intanto Salvini viene redarguito dall’Europa sulla Libia. I “porti sicuri” libici esisterebbero solo nella propaganda del Viminale, così come l’abolizione dei vitalizi esiste in quella del Movimento 5 Stelle.

Un Italia che si ritrova in bilico fra post-verità, realtà e la costruzione del consenso. Il tutto sta creando un clima di confusione associato alla polarizzazione politica potenzialmente molto pericoloso per il paese: se una parte politica, infatti, cerca costantemente di alzare i toni cercando capri espiatori, quando può resistere un paese?


Il caso “manina” e l’attacco a Boeri

Lotta alla precarietà. Questo il fulcro del “Decreto Dignità” primo atto legislativo del Governo Conte e atteso primo prodotto del Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio. Una serie di misure atte a ‘incentivare’ il passaggio a contratti a tempo indeterminato rendendo meno pratici quelli a tempo determinato.

Presentato in pompa magna dallo stesso Di Maio il 2 luglio, il 13 luglio viene pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Qui arriva il giallo. Nella Relazione Tecnica della Ragioneria dello Stato (le quali accompagnano ogni decreto) appaiono le stime dell’INPS sull’effetto de DDL sull’occupazione: 8.000 posti di lavoro in meno all’anno per 10 anni.

A fronte di questi dati, “non richiesti dal Ministero”, Di Maio parla di “complotto delle lobby” e di una “manina” rea di aver inserito “nottetempo” le previsioni dell’Istituto nel Decreto prima che esso venisse portato al Capo dello Stato. Inizia così uno scambio di accuse fra il Ministero dell’Economia (MEF), guidato da Giovanni Tria e responsabile della Ragioneria di Stato, e Di Maio. In sua difesa, Tria sconfessa le cifre dell’INPS sostenendo che esse non tengano conto della “possibile trasformazione dei contratti” da tempo determinato a tempo indeterminato. Viene chiamato in causa il Presidente dell’INPS Tito Boeri, già entrato nelle mire di Salvini quando l’Istituto ha sottolineato la necessità dei migranti per sostenere la spesa pensionistica italiana.

Boeri, da parte sua, ammette la difficoltà nello stabile esattamente l’impatto de Decreto sul mercato, ma il “segno negativo” del DDL rimane “fuori discussione”.

Un giudizio che non piace a Salvini che ne invoca le dimissioni (“Boeri se non è d’accordo si dimetta”). Più cauto Di Maio: rimuovere Boeri sarebbe”impossibile”, ma egli terrà conto che “il presidente dell’Inps non è minimamente in linea con le idee del Governo”.

Un neanche troppo velato avvertimento.

La nostra opinione.

Secondo Carlo Cottarelli c’è il sospetto di un “tentativo di rendere meno tecnica e meno obiettiva la valutazione di chi dovrebbe dare un giudizio obiettivo e tecnico dei provvedimenti del governo”. Un conflitto istituzionale che ruota attorno alla frase “non essere in linea con le idee del Governo”.

In uno stato democratico, però, non deve esistere un’omogeneità di vedute forzose e forzata fra le sue componenti. Quella è propria di uno Stato autoritario o totalitario. L’esistenza di un apparato di controllo composto di tecnici deve rimanere centrale.

Alcuni, fra cui il vostro scriba, ritiene che il vero obiettivo di Di Maio e Salvini sia non Boeri, ma sarebbe lo stesso Tria. Il Ministro, peraltro entrato nell’esecutivo dopo la bocciatura di Paolo Savona da parte del Quirinale, sarebbe troppo ligio al rispetto dei conti a danno di quella ‘libertà’ che il Governo chiede per realizzare Flat-Tax e Reddito di Cittadinanza. Un conflitto che travalica il “caso Boeri” e che, certamente, arriverà alla resa dei conti in autunno quando bisognerà approvare la Finanziaria.

Per quanto riguarda il Decreto in sé, condividiamo il pensiero dell’ex-Ministro del Tesoro Vincenzo Visco. Non interessato alle cifre di Boeri (“non si può dire ex ante cosa accadrà”), Visco, del DDL, contesta “un approccio che immagina che la domanda di lavoro dipenda dal costo. Si immagina che si assumano due persone al posto di uno se costano poco, ma questo non è vero, non funziona così, perché la domanda di lavoro dipende essenzialmente dall’attività economica”.


Salvini e l’Europa

“Lavoro perché il nostro Paese sia sostenuto nella sua operazione di soccorso, protezione e riaccompagnamento di migliaia di clandestini nei luoghi di origine” ha scritto il Ministro Matteo Salvini su Twitter a conclusione del mini-vertici in Austria con i colleghi Ministri dell’Interno tedesco (Seehofer) e austriaco (Kickl).

“Soccorso, protezione e riaccompagnamento” dice il Ministro. Concetti che contrastano con la realtà della situazione. Durante l’incontro era proprio il Ministro dell’Interno a negare l’approdo alla nave Diciotti, la nave della Guardia Costiera Italiana con a bordo i 69 migranti raccolti in mare dal rimorchiatore VosThalassa al largo della Libia. Dopo giorni di braccio di ferro, è stato il Presidente della Repubblica, Capo Supremo delle Forze Armate a sbloccare la situazione con una chiamata diretta a Premier Conte.

Subito dopo è nato il caso dei 45o migranti a bordo di un barcone partito sempre dalla Libia. Salvini, in un altro tweet, dichiarava la sua intenzione a non farli attraccare. La situazione si è sbloccata quando prima Malta e Francia, poi Germania, Spagna e Portogallo si sono rese disponibili ad accoglierne 50 a testa. Il merito, però, non è del Viminale, ma della Farnesina e di Palazzo Chigi che hanno creato le basi per il dialogo con gli altri paesi dell’Europa occidentale.

Da Mosca, Salvini ha di nuovo tuonato contro le partenze indicando che la soluzione vera – come dicono anche i paesi di Visegrad – non sarebbe la redistribuzione, bensì il blocco delle partenze e il rimandare in Libia chi si trova in mezzo al mare: il modello australiano evocato dalla Repubblica Ceca.

A stretto giro gli risponde l’Unione Europea: la Libia non è un porto sicuro e questo contravviene al diritto del mare.

La nostra opinone

Il caso VosThalassa è esemplare. La nave è un semplice rimorchiatore che, come decine di altri vascelli, opera nel tratto di mare davanti alla Libia in supporto alle stazioni petrolifere. La nave ha semplicemente reagito ad un’emergenza. Quando il capitano ha espresso l’idea di riportarli in Libia pare che alcuni migranti abbiamo espresso la propria avversità. Comprensibile, visti i racconti e i reportage esistenti sui campi libici.

Questo perché, e lo abbiamo detto più volte, la Libia non è uno stato reale. Si tratta di un territorio diviso in due unità amministrative più una terza parte in mano ai ribelli Tuareg. A malapena Tripoli e Tobruk sembrano in grado di garantire la sopravvivenza ai propri governi, figurarsi garantire assistenza, rifugio e protezione ai migranti o controllare la Guardia Costiera Libica e i trafficanti che operano nei porti. Per questo la Libia non è e non può essere considerato un “porto sicuro”.

Esemplare l’esempio dato dal Ministro dell’Interno tedesco Horst Seehofer. Dopo aver festeggiato il rimpatrio di 69 migranti per l’Afghanistan, la “festa”, in Baviera, si è fermata quando è stato reso noto il suicidio di uno dei migranti. Aveva 24 anni, era in Germania da quando ne aveva 15. Tornare nell’inferno dell’Afghanistan, per lui, era troppo.

Un appunto finale. A sostegno dell’Italia sono arrivati i due governi socialisti della Spagna e del Portogallo assieme a Muscat, spesso denigrato dal Governo italiano, Macron, vedi sopra, e Angela Merkel, idem. Sono loro che stanno supportando l’Italia. Dai Visegrad è arrivato il silenzio e la mancanza di solidarietà.

A noi preoccupa, a Salvini sembra di no. Questo perché, al di là dei proclami, il Ministro dell’Interno non è interessato alla “solidarietà dell’Europa” o “all’aiutarli a casa loro”. Come i suoi colleghi dell’Europa dell’est, non vuole farli arrivare. Costi quel che costi.


#byebyVitalizi

Fa sorridere, ma al di là delle rivendicazioni, il #byebyeVitalizi, se mai è avvenuto, risale al 2011 e sarebbe ‘merito’ di Renato Schifani, Gianfranco Fini ed Elsa Fornero. Fu in quel momento che Camera e Senato sancirono “l’abolizione” dei vitalizi, che poi altro non è che il passaggio dello stesso dal sistema retributivo a quello contributivo: alla fine del proprio mandato i Parlamentari percepiscono un “vitalizio” pari ai contributi versati.

Un provvedimento già esistente, non un atto di questo governo. Ed allora cosa ha festeggiato Luigi Di Maio? Semplice, la retroattività del provvedimento.

Il nuovo regolamento della Camera (il Senato sta valutando come procedere), infatti, stabilisce che l’attuale sistema debba valere anche per gli ex-parlamentari (in totale 1.100 aventi diritto). In sostanza una riduzione della “pensione” che, per pure necessità comunicative (il M5S ne fece una bandiera), diventa “taglio dei vitalizi” e “bye bye”.

La nostra opinione

Una  ‘magata’ comunicativa con tanto di mini-video su Facebook e Instagram, in cui si gioca sulla parola “taglio” che passa da ‘riduzione (taglio) di alcuni dei compensi’ a ‘tagliare l’istituto dei vitalizi’: perché dire “bye bye” se questi rimangono?

A parte questo, si apre ora la fase dei ricorsi alla Corte Costituzionale. Il motivo è semplice. Anche sei i vitalizi non piacciono e vengono percepiti come “privilegi” o “parassitismo sociale” (cit. Di Maio), essi rimangono dei provvedimenti già in essere e più volte, in altri provvedimenti, la Corte Costituzionale ha respinto la retroattività.

Non è una difesa della “Ka$ta”. La retroattività è un principio complesso e non si può non notare come il M5S stia tastando il terreno per il taglio delle “Pensioni d’Oro”, ovvero quelle dei manager o dipendenti statali di importo superiore ai 4000 Euro. Per farlo, ha bisogno che passi la “retroattività”, per cui i ricorsi degli ex-parlamentari saranno centrali nei prossimi mesi. Alcune pensioni sono certamente assurde, ma nel colpire i casi più eclatanti, si rischia di creare dei precedenti che potrebbero pesare nel futuro dello Stato italiano.

Forse, più che urlare al “parassitismo sociale” trovando nemici in piccole sacche, sarebbe ora di attaccare i veri privilegi, come i grandi patrimoni, e le vere ingiustizie, come il costo del lavoro, la pressione fiscale, il diritto fallimentare e il sostegno ai nuovi imprenditori.


Travaglio e Zoro

Sono mesi che lo diciamo: quando si parla di migranti e ONG bisogna evitare la propaganda e attenersi ai fatti. Soprattutto noi giornalisti, eppure, a volte anche i migliori (spesso) sbagliano, soprattutto se non vogliono ammettere di aver sbagliato. Questo è quello che è successo al Direttore de il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio.

In uno dei suoi editoriali giornalieri, Travaglio cita “accertati” e “conclamati” rapporti fra gli scafisti/trafficanti libici e le ONG che operano nel Mediterraneo, senza, però, portare pezze di appoggio alla sua affermazione. Internet insorge. Su Twitter interviene il popolare Zoro, conduttore di Propaganda Live che chiede al giornalista di dimostrare le accuse, supportato da migliaia di “like” e “retweet”.

Travaglio risponde al “simpatico conduttore che fa politica tramite magliette e tweet”, citando il caso Juventa, la nave della ONG Judend Retten sequestrata dalla Procura di Trapani. All’equipaggio di Juventa si contesta l’esistenza di una qualche forma di collusione con gli scafisti allo scopo di agevolarne i il trasporto in Italia. Importante: non viene contestato di fare “profitti” dai migranti, solo di “agevolare” il trasporto dei migranti.

L’errore di Travaglio nasce dal voler darsi ragione citando le indagini, ma il caso non è ancora arrivato a giudizio. Non solo, la difesa della ONG parla di “conoscenza” delle rotte degli scafisti usata allo scopo di mettere a rischio la vita dei migranti. Ovvero evitando il deliberato affondamento dei barconi, onde creare l’emergenza. La nave Iuventa rimane sequestrata in via preventiva, ma il processo non è ancora iniziato, infatti solo ora sono partiti i primi avvisi di garanzia.

Quindi, i fatti, non sono stati ancora accertati.

Non solo.

A nessuna delle ONG rimaste dopo il decreto Minniti, Lifeline, SeaWatch, SeaEye, OpenArms e SOSMediterranee, sono mai stati contestati tali atteggiamenti. Anzi, due di loro sono state scagionate da accuse simili dalla procura di Palermo.

La nostra opinione

Caro Marco Travaglio, hai toppato. Aveva ragione il “simpatico presentatore”: dove sarebbero, infatti, le “prove conclamate e accertate”?


Per saperne di più sulla questione Migranti, rimandiamo ai nostri tre speciali:

Infine vi rimandiamo al lavoro di Alessio Tricani su Localteam.it. Perché? Perché vedere in diretta quello che succede a Pozzallo è importante.

Scrivo e mi diverto. Filippo Turati non è solo toponomastica, ma è stato uno dei più brillanti politici italiani. Se mi dicessero di votare ora, implorerei Odino di darmi il dono della preveggenza. Se mi chiedono di dove sono, sono nato lì, ma ho vissuto anche là e là, e anche laggiù, a volte dico che sono nato a Imperia, ma per sbaglio perchè sono di Genova. Se mi chiedono dove vivo, rispondo: fai tu, ma fra Berlino e Torino.

Lettore accanito, gamer per scelta e passione. Battlestar Galactica batte ogni serie televisiva (Star Trek compresA). Gra Jordan, Kobe e LeBron io scelgo Magic e i Lakers, SEMPRE. Come mi definirei? Un nerd con un dottorato in Archeologia che ha scelto di scrivere per passione.

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