Isaac: non sono i videogiochi violenti, ma i critici ad essere stupidi

Isaac, Nicalis, recensione

Se Isaac fosse un film, Edmund McMillen verrebbe visto come un autore provocatorio, ma acclamato e rispettato. Ma è un videogames quindi…

Da un po’ di tempo vari media italiani si sono scatenati, di nuovo, contro videogiocatori e videogames.

Abbiamo avuto i servizi di Striscia contro Fortnite (fenomeno che sta già passando, ma si sa che i critici arrivano sempre in ritardo), poi le tirate sui giochi di ruolo (senza capire che i veri GDR rimangono social e dating apps) fino ad arrivare alle solite accuse ai videogames dopo la tragica strage di Christchurch.

In un momento di isteria, è arrivato anche Carlo Calenda a dire la sua, e mi chiedo ancora perché dovrebbero causare “incapacità di leggere e ragionare“.

A questo punto, visto che ho un blog e amo i videogames, mi sento in dovere di intervenire, ma se qualcuno si aspetta l’ennesimo articolo apologetico, allora partite già con il piede sbagliato: non sono io che devo difendere i videogiochi e i videogiocatori, ma la vostra intelligenza.


Mi confesso

Io, anzi, sono qui con un altro proposito, quello di confessarmi. Negli ultimi quattro anni, ho passato 717 bellissime ore uccidere 129 volte la mamma, quasi altrettante il suo cuore e, già che c’ero, ho ucciso una 50 di volte un feto 89 volte un cadavere, 30 volte Satana e 26 volte Megasatana. Senza contare la miriade di angeli, agnelli e una marea di bambini senz’occhi.

Troppo? Considerate che io sono veramente scarso, conosco persone che hanno ucciso Mamma almeno 500 volte.

Aggiungo che non solo ho commesso tali atroci delitti, ma mi sono anche divertito un mondo a farlo e lo rifarei.

Questo fa di me una persona orrenda? Un uomo violento pronto ad uccidere in maniera truculenta mia madre e tanti bimbi menomati?

No (non preoccuparti mamma, sei salva, per ora…)


The binding of Isaac

Semplicemente uno dei miei passatempi preferiti è giocare a The Binding of Isaac (TBoI), videogame indie della Nicalis Inc. di cui già parlai nel 2017 su Yanez (andateci, ma prima finite di leggere quest’articolo).

Se leggerete la recensione originale vedrete che in TBoI impersoniamo un bimbo nudo di nome Isaac che a colpi di lacrime (sì, lacrime) si fa strada per cantine, dungeons, mondi onirici, errori di sistema, l’utero, inferno e/o paradiso combattendo mostri a forma di cacche, mosche, scheletri, bambini flatulenti, senz’occhi e altre ameni soggetti.

Ogni partita è diversa da sé stessa, le stanze che compongono il mondo, gli stesso power-up che potenziano le lacrime (possono diventare elettriche, esplosive, raggi laser etc.) sono sempre casuali. Si tratta, nel gergo della nostra malvagia setta videoludica, di un roguelike procedurale parametrico e se non sapete cosa abbia appena scritto non preoccupatevi, non serve.

Ogni livello finisce con un boss da sconfiggere, ovvero ragni, cacche assassine, vermi, per arrivare a combattere la “Mamma”. Che non è un pazzo mitomane vestito da donna, è proprio la madre di Isaac.

Pensate che dopo aver ucciso Mamma, si uccide il suo cuore (se non il proprio feto). Passare anche quest’ostacolo porta a scontrarsi con Satana, se stessi e Megasatana.



La violenza nei videogiochi

“Vedi che i giochi sono violenti?” Sì e sono anche molto appaganti, quando costruiti bene ed appassionanti come TBoI.

Da quanto che vi ho descritto finora potrei essere catalogato dai media come un sociopatico, probabilmente violento e con possibili tendenze omicide verso mia madre o i miei simili. Sarei il soggetto perfetto per uno di questi articoletti sensazionalistici ostili ai videogames e qualcuno penserà che io debba rivolgermi ad uno psichiatra a causa del mio evidente, benché represso, Edipo.

Addirittura, potrei venir messo sotto osservazione della Digos come “individuo possibilmente pericoloso” (e meno male che non gioco a Counterstrike, dove puoi giocare come “terrorista”).

Se pensate questo a) non mi conoscete e b) state valutando il gioco come se fosse l’esplicitazione degli impulsi violenti del mio subconscio. Questo accade perché vi ho finora parlato di TBoI senza spiegarvi la trama. L’ho, difatti, decontestualizzato come fanno i media sopracitati.


La verità di Isaac

L’intera trama di TBOI è strutturata attorno al tema del peccato e del senso di colpa in età puerile. L’autore Edmund McMillen è, infatti, nato in una famiglia cristiana tradizionaliste, di quelle in cui la Bibbia è legge assoluta, pervase dalla paura del peccato.

Isaac è un bambino e le sue avventure – il gioco– iniziano quando cerca di sfuggire alla propria madre, intenzionata a sacrificarlo a Dio per mondarlo dei suoi peccati. Il viaggio di Isaac dalle cantine all’utero e dall’utero all’inferno o al paradiso non è reale, ma meramente onirico: la rappresentazione del proprio complesso di colpa per essere nato. I mostri incontrati da Isaac sono i prodotti della sua immaginazione infantile, delle sue paure che poi non sono altro che le nostre, mescolate all’iconografia cristiana classica. Gli oggetti che raccogli? Giocattoli o suppellettili per la casa che, come succedeva a noi quando eravamo piccoli, diventano oggetti magici.

Capite ora?

Gioco, immaginazione da una parte e senso di colpa dall’altra: basta un solo abbozzo della trama di TBOI e smetto di essere un potenziale matricida.

Perché, vi chiederete però, ci ho giocato così tanto? Non è una domanda peregrina, perché quello che spaventa dei videogames, che spaventa i genitori e come tali i media, è il tempo che ci dedichiamo e la possibile alienazione (per quello non c’entrano i videogiochi, c’entra l’essere umano e la sua innata capacità di farsi del male). Ecco, la risposta è semplice: perché è una sfida che ti impone di trovare sempre nuovi modo di “vincere”, ma non solo.

La storia di Isaac non è lineare e rimane per lo più criptica, nascosta nelle suggestioni dei livelli, negli stessi oggetti e in ognuno dei diversi finali del gioco che creano un affresco molto più profondo della trama che vi ho indicato in precedenza.


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(SPOILER ALERT)

Isaac non sta scappando dalla propria madre, ma dai suoi sensi di colpa creati dall’ambiente estremamente bigotto in cui è cresciuto: nella sua mente infantile egli è convinto di essere il figlio del male, la personificazione stessa del peccato. Alla base di questa convinzione c’è, probabilmente, la morte del fratello gemello al momento del parto e la criminalizzazione delle proprie normali pulsioni infantili.

Egli non combatte la madre, ma sé stesso in un percorso che lo vorrebbe veder ascendere alla salvezza e non a caso il boss finale è proprio Megasatana. Si tratta, però di una storia tragica perché Isaac non è in uno scantinato, ma si è rinchiuso in un baule dove giace al buio spaventato, delirante e schiacciato dalla colpa.

Fosse un film d’autore o un libro, The Binding of Isaac verrebbe considerato come un’opera narrativa sui problemi dell’infanzia, un dramma ammantato di toni volutamente puerili. Potrebbe piacere o meno, ma nessuno considererà mai un pazzo omicida represso chi lo guarda o lo legge. Certo lo scopo non è sconfiggere altri giocatori come in Fortnite (il gioco al centro delle critiche da cui siamo partiti), ma se fosse questo il problema, allora dovremo vietare ogni tipo di attività sportiva.

Il problema non sono i videogiochi, perché al massimo può essere l’educazione familiare o la mancanza della stessa, o gli strepitii nevrotici di una società che si sta incattivendo.

Isaac, ma potrei citare mille altri esempi, ci dimostra che il videogame non è che un altro modo per raccontare una storia.

Una storia che, alla fine, è più profonda di tante serie di Netflix.


Dov’è il voto? Non c’è perché a This is Retro non crediamo che si possa classificare un’opera, qualunque essa sia, con un voto. Che senso ha dire che Avatar merita un 7 e mezzo o che Battlestar Galactica e Wolf of Wall Street prendono entrambi 10? Che cosa accomuna, realmente, due film così diversi? Una sola cosa, la soggettività di chi li guarda, la quale è espressa nel testo che avete appena letto. Certo, i voti aiutano a capire in maniera più rapida se comprare o no un gioco o se vedere o no un film, ma se la pensate così non avete capito che cosa sia This is Retro.


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