Investimenti, immigrazione e deficit: l’accordo Union/SPD per la Grande Coalizione

Più investimenti pubblici, più soldi per le pensioni e una maggiore incidenza delle energie rinnovabili. Tutto senza alzare il deficit: il piano Union/SPD per la Grande Coalizione. Un solo ostacolo: i tumulti interni ai socialdemocratici.

“Il padre di tutti i compromessi politici”. Così si potrebbe definire il pre-accordo fra Union (CDU/CSU) ed SPD per arrivare alla Grande Coalizione (GroKo) per quello che è, a tutti gli effetti, l’ultimo tentativo di evitare le elezioni anticipate.

Chi ha vinto? Come in ogni compromesso che si rispetti, tutti ne escono vincitori, pur dovendo rinunciare a qualcosa.

La SPD rinuncia alla riforma del lavoro e all’introduzione dell’assicurazione sanitaria di base, ma riesce a far passare le proprie proposte a favore della riforma pensionistica, dell’aumento degli investimenti pubblici (soprattutto in infrastrutture e spesa sociale) e ad evitare ogni reale stretta sui migranti.

La CSU bavarese – il partito più tradizionalista dei tre – riesce a far passare l’aumento dei contributi alle famiglia,  a ridurre il diritto al ricongiungimento familiare (limitato a 1000 unità l’anno) ed ad imporre un tetto – indicativo – al numero di rifugiati in arrivo dal sud dell’Europa. 

Vince anche la CDU, incassando il tanto sospirato “Sì” al quarto gabinetto Merkel, riuscendo a limitare derive destorse o sinistrorse della GroKo. La Cancelliera, inoltre, potrà portare avanti quelle politiche diventate suoi marchi di fabbrica: green economy e contenimento dei costi.

Europa. Infine ne esce vincitore anche Emmanuel Macron e l’Europa. Innanzitutto, la Germania rilancerà gli investimenti pubblici usando, in gran parte, il proprio “surplus” produttivo.

Inoltre, la prossima Grande Coalizione si è detta favorevole, se necessario, ad aumentare la contribuzione tedesca alle casse europee – punto considerato fondamentale a causa dell’uscita del Regno Unito – oltre ad impegnarsi a raggiungere un accordo con la Francia per riformare le istituzioni continentali.

Investimenti pubblici. Stando alla cifre che si trovano nelle 28 pagine all’accordo, quindi, il prossimo governo Merkel si caratterizzerà per un’aumento degli investimenti pubblici a cui verranno destinati in tutto circa 45,95 miliardi di Euro. Nessuno di questi porterà nuova spesa. Ad essere usati, infatti, saranno le maggiori entrate economiche del paese, fino ad oggi destinate alla riduzione del debito, calato dall’81% del PIL nel 2010 al 68% nel 2018.

Circa 24 miliardi verranno investiti nel rammodernamento delle infrastrutture, fondi all’agricoltura e potenziamento del welfare per famiglie ed anziani, quest’ultimi capisaldi rispettivamente della CSU e della SPD. Altri 6 miliardi saranno destinati all’istruzione (proposta SPD) e alla digitalizzazione della macchina pubblica (CDU) mentre altri 6 verranno destinati all’edilizia popolare (ancora SPD) e la difesa (CDU).

Mosse anti-austerity che prevedono, infine, 10 miliardi destinati a limitare la pressione fiscale, una misura voluta da Angela Merkel per compensare l’aumento della spesa senza aumentare le tasse come aveva proposto dalla SPD (dal 42% medio di adesso al 45%).

Questione migranti. Centrale, visto il gran rilievo mediatico, è stata la questione migranti. La CSU, il  partito più “vicino” alle posizioni anti-migranti della destra tedesca,  è riuscita a limitare a 1000 persone l’anno il ricongiungimento familiare e ad imporre un tetto al numero degli arrivi.

Un limite, quest’ultimo, più “simbolico” che reale. Il tetto verrà fissato fra le 180.000 e 220.000 unità, numeri inferiori, ma in linea con gli arrivi del 2016 e del 2017. Una vittoria per Angela Merkel e per la SPD, che hanno evitato una generale stretta sui migranti, salvaguardando, nei principi, quella che è stata la politica di accoglienza della Germania.

L’accordo ora dovrà essere ratificato dalle conferenze dei tre partiti, un passaggio automatico per CDU e CSU, ma più complesso per la SPD.

Il congresso della SPD si terrà il 21 gennaio ed il risultato è tutt’altro che scontato. Mentre a Berlino il segretario del partito chiudeva l’accordo con la Cancelliere, in Sachsen-Anhalt – uno dei land più poveri della Germania- la base regionale bocciava la GroKo.

I lander. Un voto che può essere considerato marginale (soprattutto per i numeri, ristretti, con cui il no ha vinto), ma che già sposta parte dei delegati contro la GroKo, a priori di qualunque cosa Martin Schulz possa dire domenica prossima. Altre critiche sono, però, arrivate dal sindaco e governatore di Berlino Micheal Müller, la governatrice della Renania Malu Dreyer ed il vice-segretario nazionale Ralf Stegner.

Il problema, leggendo le diverse dichiarazioni, non sarebbe la GroKo per sé ad essere deludente, ma l’accordo. I critici sottolineano infatti come la SPD, nonostante il ruolo centrale nell’evitare nuove elezioni ed i passi avanti fatti sull’istruzione, non sia riuscita ad imporre le proprie idee facendo troppe concessioni in materia di immigrazione e sanità. 

Jusos e opposizioni. Posizioni dure, ma che potrebbero risultare più in un assenso sotto-condizione (un limite temporale di due anni o ulteriori contrattazioni in sede di stesura del programma) che in una reale bocciatura della GroKo. Diverso è invece il caso dei Jusos, i giovani socialdemocratici del 28nne berlinese Kevin Kühnertimpegnato in un “tour anti-GroKo” con l’unico scopo di far deragliare la coalizione (ed aumentare il proprio peso nel partito).

Gli oppositori – siano essi della Jusos che della base – hanno un piano: quello di “rottamare” i vertici del partito (Nahles. Schulz, Gabriel) ancora legati – almeno concettualmente – alla socialdemocrazia di Gehrard Schröder, quella della “terza via al socialismo”, ed attuare un rinnovamento che riporti i socialdemocratici ad occupare tutto lo spettro della sinistra tedesca.

Il rinnovamento della SPD. Un rinnovamento – sostiene la sinistra SPD – che non può che passare da nuove elezioni, a cui arrivare senza Schulz o Gabriel, ma con nuovi candidati. Questo soprattutto se a rappresentare la CDU non sarà più la centrista Merkel, ma il liberal-conservatore Jens Spahn od un altro esponente liberale del partito.

Un clima da resa dei conti finale fra le due anime del partito la cui vittima potrebbe essere proprio la GroKo. Un’incertezza che attira, fra l’altro, le critiche sia della CDU che della CSU che chiedono alla SPD “di mostrarsi un partner affidabile e di non lasciar cadere un accordo già firmato”.

La risposta il 21 gennaio.

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