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Associare la destra autoritaria al neoliberalismo è disonestà intellettuale

Simone Bonzano #società, il Caffè Leave a Comment

L’ex-Ministro Barca presenta un nuovo modello radicale per la sinistra contro la destra autoritaria e il suo “alleato”… quella neoliberale?!?

Salve, dott. Fabrizio Barca, mi presento. Sono un liberale, non riesco neanche volendo a definirmi di destra, credo nello Stato come strumento per equilibrare le condizioni di partenza dei cittadini, nel merito, nelle capacità individuali e nel fatto che non esista la Verità assoluta, soprattutto in economia e in politica.

Mi può definire neoliberale e sicuramente individualista metodologico senza offendermi. Di sicuro non sono sovranista, ideologia – o insieme di idee – che ritengo, in tutte le sue forme e declinazioni contemporanee, come una forma di postnazismo.

Scrivo questa lettera aperta in risposta al Suo articolo su l’Espresso del 2 gennaio intitolato “La destra neoliberista e quella sovranista marciano insieme verso la regressione sociale”.

Detta fuori dai denti, ritengo che lei faccia un chiaro errore di analisi e narrazione politica, e se mi concede 2 minuti, sono pronto a dirLe perché.


La alt-Left

Sicuramente io e lei partiamo da due approcci differenti, non solo personali, ma interpretativi. Eppure, le assicuro, su alcuni punti le distanze sono minori di quanto possa sembrare.

Lei sostiene che in assenza di una sponda rappresentativa nei partiti, “l’impegno per l’emancipazione sociale” è emerso nella società “in modi originali […] costruendo nuovi partiti-movimento, che mirano a forme innovative di organizzazione (M5S in Italia) o metodi partecipativi in partiti spenti (Momentum-Labour in UK)”. Fenomeni che Lei, non impropriamente, collega alla nascita della “società liquida”, concetto che, però, bolla come frutto “dell’egemonia culturale neoliberista” in cui la sinistra è caduta perché “teme il conflitto”.

Un’analisi onesta di un fenomeno che io, però, preferisco vedere come trasversale all’intero arco politico classico, come dimostra l’emergere di partiti populisti di destra come AfD o il Partito del Popolo Danese o il PiS polacco, ovvero quella destra autoritaria di cui parlerà poi in seguito.

Nel gruppone di questa nuova sinistra alternativa – che mi prendo l’ardire di definire alt-Left – Lei inserisce anche le “mobilitazioni diffuse di piazza come Fridays for Future o le Sardine” perché tutte unite dalla lotta “all’azione delle destre” che “marciano dritte verso una nuova regressione sociale”. Qui non la seguo, perché, soprattutto per le Sardine, ritengo tali movimenti trasversali, almeno che non mi voglia vendere il concetto che rispetto della democrazia, antifascismo, difesa ambientale, parità di condizioni di lavoro fra uomini e donne, diritti civili etc. sarebbero solo battaglie di sinistra avulse all’universo liberaldemocratico, riformista e radicale.


Alcune critiche iniziali

Non condivido il Suo giudizio positivo sul Momentum-Labour, il cuore del corbynismo, che considero, invece, una radicalizzazione volta al passato dettata dall’incapacità di analizzare la società attuale – quella fatta di iperconnetività, predomino del lavoro immateriale, industria 4.0, mercato globale – offrendo, al contempo, una visione alternativa, ma coerente.

Allo stesso modo mi sembra quantomeno mal posta l’accenno di positività ai nuovi “modelli organizzativi” proposti dal M5S e altri movimenti big-tent semplicemente raccolti nella definizione: democrazia diretta. Qui la vedo come Keane: la rarefazione dei quadri intermedi rischia di lasciare campo libero, in un sistema democratico complesso, a “chi urla più forte”.

Nonostante questo sono però d’accordo sulla modalità d’azione che un movimento politico sensato dovrebbe avere, ovvero fronteggiare l’avanzata dell’autoritarismo e del sovranismo attraverso “un confronto territoriale accesso, informato e aperto come luogo di ricostruzione della democrazia”.

Se mi permette una metafora storica: avremmo bisogno di un nuovo CLN – quindi di tutte le forze democratiche del paese – che si erga a baluardo intellettuale e sociale contro l’avanzata dei postfascisti.

Da qui in poi, però, le nostre strade divergono.


Cosa c’entra il neoliberismo?

Citando (liberamente) Karen Stenner, questo nemico, secondo Lei, avrebbe tre diverse attitudini: una autoritaria, una pro-status quo e una “neoliberista”.

La prima predilige obbedienza e vincoli ai comportamenti ed è avversa alla complessità”, la seconda cerca “la stabilità ed è avversa al cambiamento” mentre la terza, dice lei, sostiene che “meno disturbiamo il capitalismo è meglio è”.

Insieme, esse concorrerebbero a creare una fronte composito anti-cambiamento, autoritario e socialmente oppressivo: uno Stato massimamente conservatore, antiliberale, antidemocratico e quasi fanaticamente pro-capitalismo. Il risultato sarebbe un sistema fortemente cristallizzato attorno ad una “casta dei padroni” – economici e politici – onnipotenti che blocca ogni possibilità di scalata sociale e in cui ai ceti subalterni non spetterebbero che le briciole della crescita altrui.

Sono perfettamente d’accordo che la destra postfascista e postnazista che chiamiamo sovranista o identitaria abbia questo fine, ma mi dica, cosa c’entra il neoliberismo in tutto questo? A me sembra puro conservatorismo sociale ed economico con forti accenti oligarchici e monopolistici, cose molto distanti dal pensiero liberale e neoliberale.

Lo chiedo a Lei perché, anche potendo, non potrei chiederlo a Stenner.


Conservatorismo NON è liberalismo

Nell’articolo da Lei citato, “Three kinds of Conservatorism”, del 2009, infatti, l’autrice non parla mai di un “attitudine neoliberale” bensì di “laissez-faire conservatorism”, non proprio la stessa cosa. L’uno è il pensiero liberale del 20 secolo (Friedman, Hayek, etc.), l’altro è una delle correnti di quello Libertario (tipo Rand). In inglese, inoltre, il termine “neoliberismo”, così abusato nel dibattito politico italiano, si traduce con “neoliberism” e questo termine, nel corso delle 18 pagine dell’articolo, appare ben… zero volte.

Capisco che per rafforzare il Suo discorso, più politico che accademico, fosse importante usare un termine facilmente identificabile dalle masse come negativo e nell’ultimo decennio, nessun termine è stato dipinto in maniera più negativa di “neoliberismo”.

So anche che per Lei, come gran parte della sinistra, queste due definizioni coincidono nell’oramai trito e ritrito esempio del Cile di Pinochet, l’esempio “dell’obbrobrio neoliberista (con 3 b)”. Anche qui, una generalizzazione: quello era uno stato dittatoriale, socialmente conservatore che aveva scelto il “laissez-faire” come modello economico, ripudiando, allo stesso tempo, ogni altro aspetto del neoliberalismo.

Come, peraltro, sottolineato dallo stesso Friedman.

Un errore che lei ripete, ma, se permette, affermare (o confondere) il “laissez-faire conservatorism” – lo stesso che porta formazione delle oligarchie economiche contro cui il liberismo settecentesco è nato – con il “neoliberalismo” è come ritenere che socialdemocrazia e nazional-socialismo siano la stessa identica cosa perché entrambi usano il termine “socialismo”.


La “reazione” neoliberale immaginata da Barca

Partendo da quello che ritengo un errore fondamentale, Lei arriva a sostenere che “quando la sinistra ha preso a tirare su la testa”, ovvero via Sardine, Momentum, Sanders etc. la “destra neoliberista” abbia scelto di “tollerare” o creare “un’intesa vera e propria con la destra autoritaria”: “pur di spiazzare la questione sociale”, continua, “si è pronti a lasciare che la questione identitaria abbia il sopravvento”.

La dimostrazione di un tale patto fra autoritarismo e neoliberismo – che lei da come già avvenuto o, quantomeno, certo vista la totale assenza di periodi ipotetici – starebbe nella Brexit dove “una campagna elettorale segnata da menzogne [contro il Labour, NdR]” di matrice anche neoliberista – dice citando The Economist – avrebbe agevolato la vittoria di Johnson.

Di sicuro io e lei abbiamo idee molto diverse, ma l’analisi sociale non può prescindere dai dati reali e trovare in essi un supporto a questa parte del suo discorso è quantomeno arduo.



La lezione britannica

La “questione identitaria” britannica, la Brexit insomma, è anche una battaglia dei liberali, e non mi riferisco ai Liberaldemocratici, ma ai ceti urbani di Londra, Liverpool, Bristol, Birmingham e Manchester, luoghi dove il no alla Brexit è maggioranza e arriva dai ceti medi, dalle classi produttive e imprenditoriali su su fino a banchieri e grandi investitori: i cosiddetti “neoliberisti” che votano Labour.

Sempre seguendo i dati, i leavers trionfano nelle zone che, tradizionalmente, possiamo definire “Status-quo conservatives” e nelle città deindustrializzate del nord: quelle dove è nato Momentum e dove Corbyn, ancora nel 2017, aveva stravinto.

Se la sua interpretazione del patto neoliberali-identitari fosse corretta, la vittoria di Johnson e dei Tories non sarebbe schiacciante solo nel numero di seggi ottenuti (attribuiti col sistema maggioritario), ma anche nel voto popolare dove, però, il -7% del Labour rispetto al 2017 corrisponde ad un misero +1% dei Tories.

Questo prima ancora di citare la controversa posizione di Corbyn sulla “questione identitaria”, più volte considerata dallo stesso leader laburista come un’opportunità da usare per liberarsi del neoliberismo. Forse Lei, come Corbyn, considera la UE un ostaggio dell’egemonia culturale neoliberista, visto che più avanti nel testo rincara la dose tirando in ballo proprio l’Unione Europea.


Il caso ungherese e polacco

Lei sostiene che, pur di preservare lo Status-Quo, “una parte della destra neoliberista” è pronta a convivere con i “totem della destra autoritaria” come la purezza della razza, il tradizionalismo sociale o i sentimenti anti-migranti. Prova di questo sarebbe proprio il fatto che la UE starebbe scegliendo di convivere con la destra autoritaria e protofascista di Orban in Ungheria e di Duda in Polonia.

Assumiamo pure, come fa Lei, che l’Unione Europea – dove governano Popolari e Socialisti – sia “vittima della logica neoliberista”, a questo punto le chiedo: cosa potrebbe o dovrebbe fare di più? Chiudersi a riccio espellendo Ungheria e Polonia in quanto oramai perdute alla causa della liberaldemocrazia? E se sì, perché non avrebbe dovuto fare lo stesso con noi durante il governo Conte I o prima ancora con Austria e Danimarca?

Bruxelles, faticosamente perché serve un voto unanime, sta cercando di sanzionare il governo ungherese. Troppo poco? Sì, perché Fidesz andrebbe immediatamente espulso dal PPE e Budapest dovrebbe vedersi ridotti i fondi di coesione europea. Però poi? Cosa facciamo? Orban non è uno sprovveduto e userebbe immediatamente questi eventi per rafforzare il proprio potere e no, non credo che l’Europa possa invadere l’Ungheria o la Polonia.

Sono pur sempre stati sovrani e governi eletti e se realmente crediamo nella democrazia non possiamo scegliere scorciatoie, ma combattere la nostra battaglia culturale nell’unico modo possibile: non fornendo al “nemico” ragioni per gridare al complotto anti-nazionalista.

Sotto questo punto di vista, quindi, la UE non ha scelto di convivere con Orban, ma sta cercando di evitare che quel regime diventi eterno.



Considerazioni finali

Riassumendo, mi pare che la Sua analisi parta da un assunto, un teorema dato per cui le idee neoiberali siano proprietà di un preciso ceto sociale, quello “beneficiato dalla nascita”, ricco, imprenditoriale e fondamentalmente classista. Una sorta di iper-borghesia dei padroni che, come ritratto, fa tanto anni 70.

Nella scala di valori di tale supercasta, i diritti civili, le libertà individuali e la lotta ai monopoli sarebbero secondari al capitalismo o, usando ancora l’immaginario anni 70, all’avidità del capitalista. In pratica, se non capisco male, gran parte se non tutto il pensiero liberale postbellico, quello che comunemente definiamo neoliberale, non sarebbe che un’enorme foglia di fico atta a celare un conservatorismo sociale becero e egoista.

Non sono così naïve da negare che ci siano imprenditori e/o lobbies che pur di mantenere le proprie ricchezze possano scendere a patti col diavolo, ma questo non vuol dire niente: non basta essere imprenditori per essere neoliberali, soprattutto se si è fascisti.

Come non vuol dire nulla, ribaltando il tavolo, il fatto che istanze sociali dal basso di lotta alle diseguaglianze siano disposte a fare altrettanto con i sovranisti solo perché “il nemico del mio nemico, il neoliberismo, è mio amico”. Che poi è un fenomeno che ha già coinvolto intere frange dell’elettorato “di sinistra” nel nostro paese.


Radicalismo anni 70

Sia che si prenda a riferimento Friedman o Hayek, per citare le due scuole più comuni e contemporaneamente più distinte, l’intero pensiero neoliberale ha delle basi semplici: negare lo statalismo, caro agli autoritari, contrastare i monopoli, cari agli imprenditori “egoisti” e usare lo Stato come organo regolatore del mercato e arbitro delle contese.

Quanto può essere, quindi, neoliberale chi (come faceva Berlusconi e fa ancora Putin) per interesse personale arriva a sostenere un sistema diametralmente opposto?

Sostenere più o meno apertamente l’equipollenza fra neoliberalismo e conservatorismo è pura faciloneria comunicativa: un puro artificio retorico. Per di più rischioso perché per restringere il campo ad un guareschiano “destra vs sinistra” e rievocare, così, il radicalismo anni 70 si cancella un’intera porzione dello spettro politico e culturale di questo paese: quello liberale. Che non sarà mai stato maggioritario in Italia e che non avrà rappresentanti veri da decenni, ma che esiste.


Tagliando con l’accetta il campo di gioco, Lei sembra voler ignorare le vere partite IVA, i commercianti, gli artigiani, le tante famiglie italiane della classe media e le PMI. Ceti e settori produttivi dalla cui crescita dipende l’aumento del potere di acquisto dei salari – che non è l’aumento quantitativo degli stessi, ma qualcosa di ben più utile – e, di conseguenza, quella lotta alle diseguaglianze di cui parla nell’articolo.

Persone che partecipano ai FFF come al 25 aprile – ricordo, nel caso ce ne fosse bisogno, che popolari, liberali, repubblicani etc. erano parte dei CLN e combatterono il nazifascismo come il PCI – e alle Sardine, ma non si riconoscono sotto l’ombrello della alt-Left da Lei immaginata come nella destra autoritaria.

Nessuno le chiede che la sinistra, e il PD, si faccia carico di queste istanze e se proprio vuole ignorarle, faccia pure, ma eviti di trasformarle in nemici inesistenti.

Grazie per l’attenzione.


Il Caffè e l’Opinione

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