Bannon, ovvero come i sovranisti europei si sono venduti al “diavolo” USA

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Uno spettro si aggira per l’Europa, si chiama Steve Bannon, è sovranista, statunitense e ha convinto i sovranisti nostrani a sposare il paradosso del sovranismo internazionalista.

10 marzo 2018, congresso del Fronte Nazionale a Lille: “voi siete parte di un movimento mondiale che è più grande della Francia, dell’Italia o dell’Ungheria, più grande di ognuno di questi e la storia è dalla nostra parte”

23 settembre 2018, festival Atreju “l’Italia è il centro dell’Universo grazie al Governo Lega-5 Stelle, un esperimento che, se funzionerà, cambierà la politica a livello globale”. E poi “voi non avrete mai proprietà, non avrete mai un lavoro capace di darvi ricchezza e proprietà, perché il partito di Davos sta facendo di tutto per togliervi le ricchezze delle generazioni precedenti per poi ridurvi a schiavi”.

19 novembre 2018, Viktor Orban: “era ora che qualcuno venisse dagli Stati Uniti in Europa per diffondere valori conservatori invece che quelli liberali”.


Steve Bannon, il profeta sovranista

Questo, per chi non lo conoscesse, è lo Steve Bannon affabulatore, diplomatico, ospite felice e ben voluto di tutte le feste e i politici sovranisti d’Europa. Lui, l’americano “dissidente” anti-establishment, anti-banche, anti-elite che ha portato Trump al governo e che è ora Europa con una missione: portare in alto “The Movement”, la fondazione “sovranista transnazionale” a cui già aderiscono sia la Lega di Salvini sia Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni.

Un ruolo ecumenico, accettato, come dimostra Orban – di cui è diventato consigliere – o i sorrisi di Salvini e Meloni, di buon grado da parte del fronte sovranista e che, curiosamente, non ispira a nessuno il più canonico dei “Timeo Danaos et dona ferentes” di virgiliana memoria. Eppure, non sembra assurdo, per un sovranista sposare le idee di un accanito sostenitore di “America First” e di Donald Trump?

Un paradosso, ma non l’unico e se per alcuni vale il principio de “il nemico del mio nemico è mio amico”, allora permettetemi per puro istinto di sopravvivenza, di esprime la mia sensazione, personale, che che chi sposi questa filosofia rischi sempre di finire male.

Soprattutto se il “nemico del mio nemico” è Steve Bannon.


Cosa pensa Bannon

Bannon, infatti, non è un politico e come tale non riconosce la ricerca del compromesso, anche in politica estera, quale miglior mezzo per raggiungere il “bene comune”. Come Trump, Bannon crede, soprattutto, nella supremazia della nazione e dei valori tradizionali a fronte di quelli democratici e liberali.

Questo è quanto traspira dalle sue opere di divulgazione, siano esse documentari o il sito Breitbard, con cui lui, ex-banchiere diventato comunicatore e divulgatore dopo l’11 settembre, esprime le sue posizioni sul futuro del mondo e degli States.

Idee ammantate di richiami simbolici e filosofici che si spingono al messianico in un connubio di eccezionalismo USA e di idealismo nazionalista. Tutto avendo sempre al centro la riaffermazione del primato mondiale degli Stati Uniti in qualità di “nazione morale” a cui è stato assegnato “un destino manifesto” di guida del mondo.


Il futuro europeo


La mistica nazionalista

La base di questo pensiero è nella Teoria Generazionale di William Strauss e Neil Howe, racchiusa nel libro del 1997 “La quarta svolta” e sui cui Bannon ha girato un documentario del 2010: “Generation Zero”. Una pellicola/manifesto per gran parte del mondo “identitario” che gira attorno all’amministrazione USA.

Secondo la teoria, “le radici della nazione conteranno di più della sua diversità. Team, brand e standardizzazione saranno le nuove parole chiave e chi non si vorrà uniformare verrà messo da parte o peggio. Non isolatevi rispetto agli interessi comunitari se non volete essere visti come nemici e ritenuti colpevoli [di tradimento] dalle autorità”. In pratica la costituzione di una società di giusti, contro i nemici del popolo (ricorda qualcosa di molto recente e molti vicino?).

“Se appartenete a minoranze razziali o etniche, preparative per il colpo del ‘nativism’ portato avanti da una maggioranza assertiva e possibilmente autoritaria”.

Il risultato sarà la “decostruzione dello Stato amministrativo” che lascerà il posto ad un governo nazionale semplificato. Un concetto che è lo stesso dell’anarco-capitalismo libertario del Tea Party e Donald Trump, ma è anche simili alle basi delle teorie originarie della coppia Gianroberto Casaleggio/Beppe Grillo e della democrazia illiberale di Viktor Orban.

Chi non ci sta è nemico della nazione: un tema che unisce Bannon a Salvini, alle teste pensanti della Casaleggio Associati e, tanto per ribadirlo, di Orban.


Lo stato autoritario morale

Sempre secondo Strauss ed Howe, oltre a Bannon, la storia USA si baserebbe sull’alternanza di quattro cicli di 20-25 anni che si concludono, tutti con una crisi, chiamata da Bannon “l’Apocalisse”.

Simbolo di questa fase, sarebbe la comparsa di un “paladino canuto”, una figura politica totalmente fuori dagli schemi capace di rompere gli accordi esistente, di fare il nome dei nemici e di riconfigurare la cultura statunitense.

Ovviamente, per Bannon, tale “paladino” è Donald Trum, l’uomo nuovo che difende la “nazione” contro i nemici degli Stati Uniti, ovvero la Cina, e che per combatterli spazza via lo status quo (opinabile) attaccando i trattati e gli accordi che lo limitano. Sta a lui fondare il nuovo stato, autoritario e nazionalista, capace di difendere anche economicamente il proprio popolo “autoctono” contro le minacce esogene e aliene.


L’inganno finanziario

Nel concreto, Bannon punta ad un ritorno degli USA ad una “fase giovanile” – gli anni 50/60  del ciclo che si sta concludendo. Una forma di restaurazione tradizionalista lontana da quel “neoliberismo reaganiano” che egli, e la alt-right, concepisce come l’inizio della fine del mondo tradizionalista capitalista puro.

Questo passaggio viene spesso visto dai “sovranisti europei” come il trait d’union fra loro e Bannon, ma è bene notare che Bannon non sia contro il “neoliberismo”, bensì contro le sue evoluzioni: il commercio libero mondiale e il liberismo finanziario.



Liberisti e sovranisti

A queste “aberrazioni”, Bannon oppone un’economia socialista nazionale ove il liberismo (e l’export) siano del proprio stato dove l’accumulo di capitale è parte della “potenza nazionale”. Ovvero un liberismo selettivo centrato sugli USA ed alleati – servono mercati di importazione delle risorse e di esportazione dei prodotti – che escluda i paesi “alieni” ai valori tradizionali.

In quest’ottica, quindi, sono idee e le tradizioni i nuovi valori, non la pecunia. Così, un bene immateriale (il benessere generale) sostituisce il bene materiale (il salario) come forma di perequazione sociale. In fondo, quello che conta per Bannon e sodali, è il trionfo della nazione nel suo complesso e se a qualcuno non sta bene “verrà messo da parte o peggio.

“Il nazionalsocialismo nella sua definizione pura” come lo ha definito l’economista Michele Boldrin.


Note per i Bannon europei

Non pensate che quanto descritto valga solo per gli USA perché anche senza le idee, tipicamente statunitense, del “destino di una nazione”, il sovranismo si basa su questa lettura “socialista” del liberismo.

Pensate a come i sovranisti nostrani si appellano alla protezione dei DOCG/DOP italiani o del “made in Italy” chiedendo, dall’altra parte, la restrizione al commercio globale: sì al “nostro” export, ma no al “loro”.

Lo stesso concetto che sta portando avanti Trump e che è propria del pensiero di Bannon, solo che ad essere sovranisti con la prima economia del mondo e la prima superpotenza globale è un po’ diverso che farlo in Europa senza UE e senza WTO.


La Cina

Se dopo questi paragrafi ancora credete nella bufala del “sovranismo anti-liberista”, spero che la sua enormità diventi palese ora.

Perché il “nazionalismo identitario socialista e nativista” sta cercando sponde da questa parte dell’Oceano? Sembrerebbe un paradosso che un sistema che predichi la chiusura cerchi di aprirsi, almeno che non ci sia un “interesse nazionale”: la lotta Cina ed il Partito Comunista Cinese.

Secondo un’ottica molto occidentale, sposata da Bannon, nel mondo può esistere UN solo faro di civiltà, UN solo impero, UNA sola superpotenza sia esso l’Impero Romano, quello Napoleonico, Vittoriano o Statunitense. La realtà storica di un mondo multipolare, l’impero Cinese, quello Persiano, i regni e poi l’Impero indiano, non contano: il progresso è e rimane solo occidentale, gli altri sono la periferia.

Qualora un potere “alieno” emergesse contro “l’impero”, come nella guerra fredda, tale dualismo andrebbe risolto con ogni mezzo in quanto parte dell’eterno conflitto eterno fra bene e male. Una guerra che si combatte anche alleandosi con “alieni” siano essi europei, vedi sopra, che cinesi come Guo Wengui, miliardario auto-esiliatosi a New York che guida una campagna mediatica atta a documentare la corruzzione del Partico Comunista.

“Il nemico del mio nemico…”, ironia a parte, alla base di questo “guerra” c’è il WTO.



Il WTO, ancora una volta

Come scritto nella prima parte di NWO (andatela a recuperare), il WTO è il prodotto più puro di un’utopia di stampo clintoniano (e baby-boomer) di un mondo dove il libero commercio e la globalizzazione potesse essere l’architrave di un nuovo ordine mondiale basato sul commercio creando un sistema mondo in cui gli interessi globali avessero la meglio su quelli nazionali.

Una decisione fatta per “inquadrare” l’inevitabile ascesa asiatica (Cina, India e Vietnam) e in cui gli USA erano ben consci che questa avrebbe comportato la necessità di concessioni e ammodernamento del proprio comparto produttivo industriale. L’idea, che (sorpresa) non è fallita e vale tuttora, era di riequilibrare il sistema mediante l’apertura a medio-lungo termine di quei mercati, ovvero quello che sta succedendo negli ultimi anni in Cina.

Il riequilibrio miete vittime e lo fa anche negli Stati preparati ad essa (l’Italia è stata maestra nel compiere errori, tipo sbarcare con enorme ritardo in Cina). Questo crea disagio sociale, elettori scontenti e spazi di consenso, ovvero le basi per l’inoculamento di un pensiero ribelle, in questo caso la alt-Right.

Perché quello che andava bene a Clinton non va bene, però, a Trump e Bannon. Per loro la crescita esponenziale della Cina, come la nascita della UE, sono chiare minacce alla supremazia a stelle e strisce.


La Russia e la UE in chiave anti-Cinese

Ogni restrizione al libero commercio (dazi per “sicurezza nazionale”, accordi e trattati abbandonati, etc.) rappresenta nell’ottica sovranista USA, l’imporre un limite alla Cina ed alla sua crescita che rimane percepita dalla alt-Righ come un parassita di quella USA.

Questo è il nocciolo della “guerra” che Bannon dice esistere già fra i due paesi, perché in un mondo come quello disegnato sopra dove esiste una sola nazione investita divinamente al successo, non si può convivere con gli altri, solo scontrarsi.

Il messaggio messianico di Bannon si sposa bene con le visione, meno messianiche di altri soggetti, siano i “patrioti italiani” come, soprattutto, i teorici di un conflitto occidente-resto del mondo come antidoto al Climate Change ed alle migrazioni. Solo la difesa del fortino “bianco” contro il mondo “nero/colorato” può salvare, in quest’ottica distorta, la società occidentale anche perché, recitano in coro i sovranisti “dobbiamo pensare prima ai nostri di poveri”.

In questo scenario, Bannon ha identificato l’alleato perfetto, politicamente e militarmenete: quella con la Russia di Putin, il “paladino dei valori tradizionali, identitari e morali”. E ha identificato anche una vittima sacrificale, l’altra potenza commerciale che difende a tutti i costi il WTO in un asse, ancora informale, con la Cina: la UE, peraltro già al centro delle attenzioni russe.

Essa va “destrutturata” e ridotta a più miti consigli, ovvero tornare ad essere una comunità di vassalli leali al potere USA.


Steve Bannon “eroe” americano nazionalista e, curiosamente, socialista. Uno strano connubio già visto e sentito, diversamente declinato a favore delle nuove generazioni.


L’azione di Bannon

Ma quanto pesano, realmente, The Movement e l’azione propagandistica di Steve Bannon? Abbastanza da “aiutare” e “potenziare” il messaggio e la copertura di una protesta, anche se non così tanto da generarla. Il metodo è quello di fornire un coordinamento transnazionale fra i movimenti, creare piattaforme comuni e di sfruttare gli errori della parte avversa. Un ennesimo tassello, stavolta politico di una rete che ha già a sua disposizione il miliardo e mezzo della disinformazione russa ed una rete capillare di “operatori” consci o inconsci sul territorio (consiglio l’ottimo report di Fabio Rugge per ISPI).

Aiuti che, come dimostrano le analisi di traffico dei social media nei momenti di crisi, per esempio sui Gilets Jaunes (a breve sul Caffè) o nella crisi belga, si manifestano soprattutto in campagne mediatiche mirate ad accrescere la risonanza e l’effetto delle crisi sociali endogene.

Una forma di sciacallaggio politico per “un bene superiore” che va a costituire il vero cuore del “movimento identitario”, al di là delle bestialità ideologiche. Nel concreto, il network “Bannon” funziona come la versione statunitense della rete mediatica russa di RT-Sputnik allo scopo di far percepire il supporto dell’amministrazione Trump ai sovranisti europei.



“Un noi ci siamo, agite” che sembra preludere a chissà quale forma di aiuto, perché l’obiettivo rimane quello di rafforzare e proteggere gli USA, non chi sta lottando per distruggere un suo rivale. Questo, infatti, è il fulcro della discussione. Nel mondo esistono 2 superpotenze conclamate a cui si aggiunge una potenza infraregionale come la Russia, tutte intente a trovare un equilibrio e dall’interno della UE, cittadini europei stanno fornendo a russi e americani il più grandi dei sacrifici: se stessi.

Il combinato disposto di queste attitudini, infatti, è quello di supportare in maniera volontario e colpevole, gli interessi nazionali di uno Stato/Impero che ci porterà, qualora riuscisse, a girare le lancette del tempo fino agli anni 50 ed alla sovranità limitata. Il tutto con una dose di “nazionalismo identitario” a peggiorare la situazione.

Perché il fine è sempre quello, demolire il sistema considerato “malato” senza pensare al dopo, al come sopravvivere in questo nuovo mondo. Un suicidio storico basato sul paradosso di riaffermare la propria sovranità diventando vassalli di un impero solo perché questo, al contrario della UE, non è liberale, ma tradizionalista.

Esattamente come curare un’influenza con il bazooka solo perché qualcuno ci ha scritto sopra “Paracetamolo”.


Nota a margine

Bannon ha un grande appeal sull’identitarismo sovranista di destra. Non preoccupatevi, per chi, come Giulietto Chiesa, Diego Fusaro e simili, preferisce un approccio più russofilo e contro gli USA, esiste il “nazional-bolscevismo” (si chiama così) di Dugin, il filosofo di riferimento di Vladimir Putin.

Un pensiero molto simile a quello di Bannon e che si fonda sul “tradizionalismo angelico”, sullo “spirito della nazione” e su un identitarismo settario e xenofobo, oltre che alla critica alla democrazia in favore di una società autoritaria.

Ne riparleremo, per la gioia dei sovranisti di sinistra.


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