Il futuro della lotta al populismo passa (anche) dall’Austria di Kurz

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Il populismo identitario, quello che, con diverse sfumature locali chiamiamo sovranismo, è in flessione, come in Austria, o forse no?

Sebastian Kurz ha vinto e sarà il prossimo cancelliere austriaco succedendo a sé stesso dopo che il suo partito ÖVP ha ottenuto il 38,4% (+6,9% rispetto alle precedenti elezioni del 2017) dei consensi alle elezioni anticipate del 29 settembre. Una tornata elettorale resasi necessaria in seguito a quello scandalo Ibizagate che ha colpito il vicecancelliere e leader della FPÖ Heinz-Christian Strache spingendo lo stesso Kurz a far cadere il governo e sciogliere le camere.



i risultati

La vittoria dell’ex/neo Cancelliere è stata schiacciante rappresentata visivamente da un mare azzurro che ha ricoperto tutta l’Austria – sud del paese compreso – lasciando da parte solo la capitale Vienna, dove hanno vinto i socialdemocratici della SPÖ (dato nazionale 21,5%, -5,3% rispetto al 2017).

Assieme ai popolari vincono anche i Verdi, nel 2017 rimasti esclusi dal Parlamento, che guadagnano 23 seggi grazie ad un +8,6% di voti (12,4% il totale). Deludono relativamente i liberali del NEOS che, prima delle elezioni, si erano posti l’obiettivo del 10% e si trovano ad accontentarsi di un 7,4% (+2,15 e 14 seggi).

Se Kurz ride, i suoi precedenti alleati di governo della FPÖ piangono perdendo l’8.7% dei voti (32 seggi ovvero -19 rispetto al 2017) e fermandosi al 17,3% nonostante il cambio della guardia ai vertici fra Strache e Norbert Hofer, il “volto buono” della destra austriaca. Sconfitti, ma non spariti, anche perché non è detto che – a sorpresa – Kurz non riproponga un governo di coalizione proprio con la FPÖ.

Quello che in Italia verrebbe avvertito come gattopardismo – dopo l’Ibizagate, Kurz aveva bollato la destra come “non affidabile” – è un opzione che piace all’elettorato della destra (85%) e che rimane popolare fra il 34% dell’elettorato popolare, seconda solo a quella con i liberali di NEOS (43%), ma ben sopra a quella – possibile – con i verdi (20%) e un ritorno alla Grande Coalizione con i socialdemocratici (16%).


Kurz: Verdi o Destra?

Difficile capire se questo sarà lo scenario possibile. Il caso Ibizagate pesa ancora tantissimo nell’opinione pubblica austriaca e Hofer, nonostante abbia speso gran parte della campagna elettorale ad aprire al centro soprattutto sulle questioni economiche e sociali, si è affrettato a dichiarare che “il 16% non basta per andare al governo”. Un’opinione ripresa dell’ex-Ministro dell’Interno – e falco di ultradestra – Herbert Kickl per cui il “mandato elettorale” è chiaro: opposizione.

Potrebbe essere pretattica, ma, al contrario del 2017, però, le possibilità di Kurz non sono limitate alla SPÖ, con cui ÖVP ha governato quasi ininterrottamente fino, appunto, al 2017, o alla FPÖ e questo grazie alla sonora affermazione dei Verdi (i quali, ricordo, esprimono l’attuale presidenza della Repubblica).

I temi che dividono Verdi e Popolari sono importanti, non ultimi quelli economici e i Verdi, freschi di vittoria, non sembrano particolarmente interessati a buttarsi immediatamente nelle lunghe e complesse trattative di governo. Eppure la possibilità esiste, anche perché Kurz, giocando d’anticipo, ha messo in secondo piano per tutta la campagna elettorale il tema più divisivo: l’immigrazione. Grazie anche a tale accorgimento, il 32% dell’elettorato ecologista guarda favorevolmente all’accordo con i popolari anche se la maggioranza preferirebbe un governo – impossibile, mancano i numeri – con SPÖ (69%) e NEOS (53%).

Possibile una coalizione Popolare-Verde al governo di uno dei paesi storicamente più conservatori d’Europa? Oppure Kurz continuerà sulla strada del populismo soft – quella che gli è valso il soprannome di “angelo nero” – tornando al governo con una versione depotenziata della FPÖ?

Per quanto sembrerebbe una mera questione nazionale, la risposta a questa domanda avrà forti implicazioni sul futuro dell’Europa e non solo per gli equilibri interni al Consiglio Europeo, ma nel definire il vero orizzonte politico dei popolari europei, i quali, nel bene e nel male, sono ancora l’ago della bilancia della politica continentale.


Austria verde o Austria nera?

In un gruppo, il PPE, che non ha ancora fatto i conti – se mai li farà – con le posizioni antidemocratiche e dittatoriali di Orban, Kurz ha, difatti, acquisito un notevole peso politico, ben superiore a quelle del suo paese. Egli, per questioni anagrafiche, 33 anni, rappresenta il nuovo elettorato popolare e grazie ad un notevole fiuto politico si è ritagliato una posizione alternativa a quella dell’attuale leadership – tedesca – del PPE composta da posizioni politiche più conservatrici e generalmente più vicine a quelle espresse dal blocco di Visegrad.

Se in Austria dovesse insediarsi una coalizione Popolar-Ecologista, l’Austria sarebbe il primo paese ad abbracciare la cosiddetta onda verde e ad essere rappresentata nei vari consigli dei ministri europei – indicativamente Ambiente, Agricoltura. Commercio? – da ministri verdi, anticipando, quindi, quanto potrebbe succedere fra un paio di anni in Germania. Per i Verdi europei sarebbe una grande vittoria: il partito, diversamente da Liberali, Socialisti e Popolari, non ha alcuna rappresentanza nell’Euroconsiglio, motivo per cui sono state aperte delle trattative col MoVimento 5 Stelle.

Uno spostamento dell’asse politico austriaco da destra verso centro/centrosinistra, inoltre, potrebbe consolidare la trasformazione del blocco di Visegrad, soprattutto in Slovacchia, dove le posizioni populiste dei socialdemocratici al potere stanno venendo messe in discussione da una serie di nuovi partiti liberal ed ecologisti.

Se invece finisse per prevalere l’opzione FPÖ, Kurz andrebbe a rafforzare la fazione politica interna ai popolari che vede nella creazione di un populismo conservatore o identitarismo soft, la vera risposta alle pulsioni populiste che provengono dai vari paesi del blocco continentale. Linea che, se i mesi formativi della nuova Commissione possono esser una traccia a quello che ci aspetterà quando sarà operativa dal primo novembre, sembra essere quella favorita dalla presidenza von der Leyen.


Ursula, Kurz e UE

L’esempio sotto gli occhi di tutti è la decisione di nominare un vicepresidente “per la difesa dello stile di vita europeo” con delega all’immigrazione, accolta molto trasversalmente male dagli altri partiti perché avvertito come una captatio benevolentiae nei confronti dell’Ungheria di Orban, dei conservatori di ECR – quelli del PiS polacco – e di parte dell’elettorato di ID, il gruppo Lega-Le Pen-AfD. Altro esempio è la vaga promessa dal sapore vagamente populista della “riforma del Patto di Stabilità” fatta, però, senza entrare nei dettagli e che ha indotto molti, soprattutto in Italia, a pensare ad un allentamento dei parametri, mentre da Bruxelles si parla principalmente di procedure più semplici.

Forse si tratta solo di mosse politiche atte a garantire la conferma dei singoli commissari, ma il sospetto che la Commissione sia intenzionata ad appropriarsi di retorica e temi degli identitari per “disattivare” la minaccia populista è concreta.

“Soluzione” che altro non è quello che Kurz ha cercato – riuscendosi – di fare in Austria dal 2017 per poi essere emulato – male – da Seehofer in Germania oltre ad essere alla base del tentativo di “normalizzazione” del populismo italiano che ruota attorno al Governo Conte II (vedi il link per l’analisi).



Ma il populismo si può veramente sconfiggere solo ricorrendo ad un populismo soft come sembra indicare l’esempio dell’Austria? L’istinto di chi vi scrive è un chiaro “no”: il populismo va sconfitto culturalmente, ma è anche vero che non si può sperare che l’intero continente abbraccia l’ecologismo e la liberaldemocrazia, fosse anche la socialdemocrazia. Per questo preferisco citare le parole dii Yascha Mounk, politologo tedesco-statunitense, intervistato oggi da La Stampa:

“In Europa la socialdemocrazia è stata sempre una coalizione di operai e borghesi istruiti, nell’epoca in cui la più importante richiesta politica era economica, welfare, tasse. Oggi la faglia divide altri territori, LGBT, patriottismo, identità, cultura: su questo non ci sono compromessi possibili, non si può essere favorevoli alle unioni gay al 50+%. E la socialdemocrazia si è spaccata, una parte è andata con verdi e liberali, l’altra coi populisti. Attenzione però, i verdi non sono un’alternativa ai populismi né la loro contro-narrativa, nessuno in Germania oscilla fra i Verdi e AfD. Altre forze devono recuperare il voto populista”.


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