Pechino chiama Assad (e a miliardi della ricostruzione), mentre Idlib muore

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Mentre Trump dazia, Xi Jingping si avvicina sempre più a Putin e Assad, mentre in Siria riesplode il conflitto dimenticato.

“Dovremmo rafforzare la nostra cooperazione in materia di ricerca e sviluppo dell’energia” con queste parole dette alla plenaria del Forum economico di San Pietroburgo, il presidente cinese Xi Jinping ha chiesto il rafforzamento della cooperazione tra Russia e Cina in ricerca e sviluppo energetico.

L’ennesimo passo verso quell’avvicinamento, chiaramente in ottica anti-americana, in atto fra l’orso russo e il dragone cinese.  Già durante la visita di Xi Jinping a Mosca Huawei aveva raggiunto un accordo con la compagnia telefonica MTS per lo sviluppo della rete 5G russa entro il 2020, in direzione diametralmente opposta alle misure messe in campo dalla Casa Bianca: la messa al bando del colosso cinese negli USA.

E si tratta di solo uno degli oltre 30 accordi commerciali firmati nel corso del tour di Xi in terra di Russia.


La Siria come il Venezuela

Non bisogna sottovalutare la valenza geopolitica di questo avvicinamento. Su molti dossier, Mosca e Pechino sono da anni dalla stesa parte, ma i segnali politici lanciati da Xi in Russia sono quelli di un maggior impegno economico e finanziario del gigante asiatico a fianco del novello alleato.

Un avvicinamento che non riguardo solo energia e 5G, ma i veri palcoscenici geopolitici mondiali come il Venezuela e la Siria.

A Caracas i cinesi, forti dei loro interessi economici, si sono progressivamente allineati con il Cremlino diversamente da quando successo finora in Siria, dove per tutti gli otto sanguinosi la Cina ha contribuito, assieme alla Russia a bloccare ogni risoluzione dell’ONU.

Una comune visione della situazione che ora Xi vorrebbe rendere più concreta.



Xi Jinping e Damasco

La Siria” ha dichiarato il presidente “è un paese antico con una lunga storia, ed è di grande importanza in Medio Oriente. Ha attraversato per anni continue perturbazioni che hanno causato gravi danni alle infrastrutture e gravi sofferenze al popolo siriano”. “La Cina” ha concluso Xi “è pronta a partecipare alla ricostruzione della Siria coi propri mezzi e si sta impegnando per aiutare il popolo siriano a riprendere la produzione e ripristinare la vita normale il prima possibile”.

Un impegno più diretto in Siria, utilizzando il soft power dell’economia in pieno stile cinese, segnerebbe un cambio di passo importante per Pechino nel quadrante mediorientale. Sebbene si trovi ai margini delle traiettorie della cosiddetta “Nuova via della seta”, la Siria fa comunque gola per la sua posizione nel mediterraneo orientale.

Basti pensare che, stime del Fondo Monetario internazionale, la ricostruzione costerà complessivamente circa 400 miliardi di dollari. Fondi che Assad si sta “procurando” mediante la messa in vendita, anche all’asta, del patrimonio pubblico siriano, non ultimo l’aereoporto di Damasco. a imprese russe e iraniane


La nuova offensiva di Idlib

Intanto, sullo sfondo della finanza e delle trame geopolitiche globali continua il dramma del popolo siriano, vittima di una recrudescenza negli scontri e di violenza sui civili. Ignorati dai media occidentali, i ribelli anti-Assad appoggiati dai Turchi e stanziatisi ad Idlib, hanno dato vita ad una nuova offensiva scatenando la risposta congiunta dell’aviazione di Damasco e Mosca.

Human Rights Watch e Amnesty International accusano le forze russo-siriane di colpire deliberatamente e con armi proibite – i barili bomba – strutture sanitarie e zone altamente popolate da civili inermi. Risale a domenica 27 maggio, ad esempio, il bombardamento del mercato di Marrat al-Nu’man, località nell’hinterland di Idlib, e a qualche ora dopo il bombardamento di Ariha. Entrambi gli strike hanno lasciato sul terreno decine di vittime “collaterali”.

Per chi resta, come l’attivista Fareed e la sorellina Marwa (7 anni) non resta che capire dove ripararsi, lasciandosi alle spalle una casa disrutta dai bombardamenti

Ma ci sono morti che, a differenza dei civili di Idlib, fanno un po’ più notizia. Nella controffensiva dei ribelli, infatti, ha perso la vita Abdelbassit Sarout, l’ex portiere della squadra di Homs e della nazionale siriana under 18, diventato un’icona della rivoluzione contro il regime di Assad e morto, a 27 anni, proprio ad Idlib.

Una vera icona della rivolta come si è visto dalle massicce manifestazioni di cordoglio arrivate dagli oppositori siriani, ma, soprattutto, dai profughi attualmente ospitati in Turchia. L’ennesima giovane vita spenta di una situazione che difficilmente si sbloccherà in tempi brevi.

Sul suo destino per ora sussiste un fragile accordo stipulato fra Putin e Erdogan che lega le mani ad Assad, almeno contro le milizie non jihadiste. Quanto questo possa durare non è dato, ad ora, saperlo.



Così, Idlib, è tornata ad essere testimone di un dramma umanitario incommensurabile. Secondo l’ONU fino a due milioni di civili sono a rischio nell’enclave a causa dell’offensiva militare russa e governativa in corso da quasi due mesi. Nella regione sono confluiti anche gli sfollati di altre aree del Paese, molti dei quali oggi vivono in accampamenti di fortuna sotto alberi d’ulivo, esposti alle intemperie della notte e alla canicola delle – caldissime – giornate estive.

Sebbene sul web si moltiplichino le campagne di sensibilizzazione, con i vari hashtag #RiseforIdlib, #EyesOnIdlib e #StopBombingIdlib, lo sguardo del mondo continua a disinteressarsi della Siria, come dello Yemen e di tutti quei conflitti che “non fanno (più) notizia” perché non coinvolgono “interessi nazionali” o non alimentano le rispettive propaganda populiste o, infine, non hanno a che fare col petrolio.

Idee come normalità, ricostruzione, giustizia, invece, sembrano ancora troppo lontane, soprattutto, ma non solo, per la Siria.

 

Originale pubblicato dall’autore su il 24.it

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