ArcelorMittal e Ilva: nazionalizzare è una cavolata enorme

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Ilva, ArcelorMittal, scudo penale e politica italiana: il fallimento di un paese e della sua classe dirigente passa anche da Taranto.

ArcelorMittal “è l’unica possibilità di costruire un futuro per l’Ilva”, nazionalizzare, invece, sarebbe “un costo per la collettività insostenibile”. Lo dice a La Stampa Gianpietro Benedetti, presidente del gruppo Danieli, azienda da 2,7 mld di fatturato e 9.358 dipendenti, leader mondiale nella produzione di impianti siderurgici.

Alternative? Benedetti è perentorio: “non mi vengono in mente aziende, che, trovandosi nelle condizioni di ArcelorMittal, accetterebbero”. Chi, chiosa Benedetti, “si assumerebbe obblighi, o sosterrebbe investimenti miliardari, senza l’assicurazione che domani nessuno potrà chiedergli conto, penalmente, di responsabilità che non sono sue?”

Nessuno, visto che la stessa Jindal Steel & Power, chiamata in causa da Italia Viva come alternativa a ArcelorMittal, ha smentito ogni interessamento al subentrare in Ilva con un semplice tweet.

E giustamente: a fronte delle giravolte sullo scudo penale, perché Jindal o chicchessia dovrebbero fidarsi del governo italiano?



Cronistoria del caso Ilva

Facciamo un riassunto cronologico:

  • 6 settembre 2018, il governo Conte I – maggioranza gialloverde – dopo molti discussioni – approva il piano di cessione di Ilva, in commissariamento straordinario dal 2015 al gruppo ArcelorMittal;
  • nell’accordo firmato dall’allora ministro dello sviluppo economico Di Maio è presente lo scudo penale, lo stesso che era presente nel pre-accordo del 2017 a firma Calenda;
  • 30 aprile 2019, il governo Conte I licenzia il DL Crescita in cui la medesima maggioranza gialloverde cancella lo scudo penale su Ilva;
  • 4 luglio 2019, sempre il governo Conte I licenzia il DL Salva Imprese in cui sempre la maggioranza gialloverde reintroduce lo scudo penale;
  • il 24 ottobre 2019, il governo Conte II – maggioranza giallorossa (5S, IV, PD, LeU) – approva la conversione in legge del decreto e, con esso, di un emendamento a firma Barbara Lezzi (M5S) che cancella il medesimo scudo.

In meno di 12 mesi, quindi, e a fronte degli investimenti fondamentali ma non per questo meno onerosi per l’impianto di Taranto,  ArcelorMittal ha visto lo scudo andare e venire per tre volte.


ArcelorMittal ha ragione

Scudo che è essenziale perché:

  • l’impianto non è a norma e non per colpa di ArcelorMittal, subentrata solo a settembre 2019 come affittuario;
  • anche con un piano di bonifica in svolgimento, le violazioni delle norme non sparirebbero come per magia;
  • i lavori sia di bonifica che di produzione – l’altoforno 2 chiude per motivi ambientali su richiesta della magistratura – verrebbero rallentati da eventuali cause penali;
  • tali azioni panali sull’infrazione delle norme ambientali nei prossimi anni cadrebbero, senza scudo, su dirigenza e collaboratori di ArcelorMittal.

Alle forze politiche tutto questo non interessa e sia maggioranza che opposizione si sono scatenate in una serie di accuse e dichiarazioni che non aiutano né la causa dell’Ilva, né la reputazione del paese in materia di rispetto dei contratti, certezza del diritto e attrazione di investimenti esteri.

Per il MoVimento 5 Stelle, il gruppo indiano avrebbe “sbagliato il piano industriale” motivo per cui avrebbe chiesto 5000 esuberi. Ancora più abrasiva Italia Viva per cui ArcelorMittal avrebbe fatto un’offerta per Ilva per meri “motivi opportunistici” [mi chiedo quale sarebbe il motivo giusto, motivi umanitari forse? NdR] e “far fuori un competitor” [che è a rischio chiusura e in perdita, quindi avrebbe chiuso lo stesso, NdR].


La verità dietro la caciara

Uno sterile chiacchericcio da bar atto solo a distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dai fatti:

  • l’impianto di Taranto è un problema reale così come la chiusura dell’altoforno 2 per violazione delle norme ambientali che andrebbe a ridurre una produzione già in calo in un impianto in perdita;
  • il settore acciaio è attualmente in flessione in seguito della guerra commerciale fra USA e Cina che ha portato quest’ultimo – primo produttore mondiale – a spostare gran parte del proprio export su altri paesi (tagliando fette di mercato ad altri produttori);
  • in particolare, la flessione dell’export di acciaio italiano è legata alla diminuzione della domanda in Europa (-1,6% nel 2019 dovuta anche alla crisi dell’automotive) che rimane – Germania in testa – il principale mercato di esportazione della siderurgia italiana.

Poteva ArcelorMittal prevedere la flessione del mercato? No.

Può ArcelorMittal fare qualcosa contro la chiusura di un altoforno che limita la produzione e, come tale, mette a rischio i posti di lavoro? No.

Può una nazionalizzazione risolvere tali problemi? No.


Ritorno al passato

Arriviamo così alla proposta di tornare indietro nel tempo e di nazionalizzare. Lo Stato entrerebbe con Cassa Depositi e Prestiti (cosa fatta per MPS, anche se dovrebbe essere a scadenza pena incorrere in infrazione europea) al 100% e/o creare una cordata di responsabili forzando la mano a Marcegaglia (primo gruppo siderurgico italiano) ed altri gruppi, esattamente come lo stesso governo sta cercando di fare da un anno con Atlantia per farla entrare in Alitalia.

Al di là delle norme europee, la nuova Ilva statale avrebbe lo stesso bisogno di ingenti investimenti da parte dello Stato italiano che, necessariamente, ricadrebbero direttamente o indirettamente sui contribuenti.

Non solo, essa avrebbe sempre bisogno di manager competenti [quali? il ruolino di marcia dei manager statali non ispira fiducia, NdR] e – come sottolinea sempre Benedetti – “stoici e devoti” al punto da imbarcarsi nella gestione e piano ambientale sapendo di rischiare – causa mancanza dello scudo – cause penali per dissesti di cui non hanno alcuna responsabilità.


Povera italia

Tutto questo al netto che una nazionalizzazione al 100% sarebbe – per le regole europee – solo transitoria. In breve, ci ritroveremmo il problema di trovare un’acquirente per un Ilva ancora più in perdita, ancora più dissestata nonostante l’afflusso di ingenti risorse pubbliche.

Certamente la nazionalizzazione porterebbe alla “salvaguardia” dei posti di lavoro. Togliendo Ilva dal mercato e consegnandolo alla politica saremmo sicuri che pur di non tagliare eventuali esuberi e perdere voti, il governo di turno abuserebbe dello strumento della cassa integrazione, anche in deroga, anche al 100% come per Alitalia.

A questo punto verrebbe da chiedersi se non sarebbe meglio usare tali fondi per creare un futuro ai possibili esuberi, ma, come sappiamo, la classe dirigente italiana ha un altro modo di concepire le crisi. 

Pensate infatti quanto il tenere artificiosamente in vita il problema Ilva permetterebbe campagne elettorali con slogan come “salviamo Taranto”, “riaprire l’impianto, subito!” e/o “acciaio italiano!”.


Pensate, soprattutto, come tutto questo finirebbe per diventare l’ennesima dimostrazione della capacità della nostra classe dirigente di rifugiarsi nel populismo ogni qualvolta che la contemporaneità – questa sconosciuta – bussa alla porta.

Questa è la verità che si nasconde dietro l’Ilva, dietro Alitalia e dietro le mille crisi italiane.

Intanto, mentre concludo, il ministro degli esteri e capo politico del M5S Luigi Di Maio minaccia di esser pronto a “obbligare ArcelorMittal a restare”. 

Obbligare.

Povera Italia.


Il Caffè e l’Opinione

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