Alitalia: non farla fallire è la vera vergogna del sistema Italia

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Alitalia dimostra che il problema del paese sia il rifiuto della realtà e l’ostinarsi a vivere in un passato oramai remoto.

Fra i disastri infrastrutturali (attenzione la Torino-Savona è gestita da Gavio, non da Benetton) e le tante emozioni della politica italiana (Grillo e Di Maio che si vogliono bene, le piazze!!!, i movimenti!!!), su La Stampa fa capolino un articolo: Alitalia adesso rischia il fallimento.  

Una storia che, da sola, permette di affrontare sia il tema del disastro infrastrutturale italiano che la degenerazione ‘emotiva ‘ della politica italiana.

Ecco perché.



Bye Bye Alitalia

“Non c’è nessuna richiesta di proroga da parte dei componenti della cordata” si legge nelle prime righe, “anzi, di più, allo stato attuale non c’è una cordata interessata a rilevare Alitalia”.

Cosa che, ovviamente, “il governo assolutamente non si può permettere” specificano da Palazzo Chigi. Interviene il ministro dello Sviluppo Economico Pautanelli con un’idea: chiedere a Lufthansa di “fare un piccolo sforzo in più ed entrare subito nella newco”. Solo che i tedeschi sarebbero anche pronti ad investire, ma solo su una compagnia già risanata e non in società con i rivali di Delta.

Così, l’ipotetica cordata formata dall’allora ministro Luigi Di Maio si è volatilizzata, niente “grande sinergia” fra Ferrovie e Alitalia, niente “Benetton paghi”, niente Delta Airlines.

Poco più sotto si legge anche che Giuseppe Conte “tradendo una certa irritazione, ha preso atto del fatto che Atlantia non è più interessata”. 

Tradendo un po’ di stupore, mi verrebbe da rispondergli: “ma davvero?”


Il caso Atlantia e le concessioni di Stato

Atlantia – società costruita ad hoc dai Benetton per diventare una concessionaria statale – non è mai stata “genuinamente” interessata ad Alitalia. Piuttosto, è stata forzata ad entrare nella cordata di Ferrovie dallo stesso governo Conte (I e II) sotto la minaccia di vedersi revocare le concessioni sia di Autostrade che di Autogrill.

In gergo si direbbe moral suasion e in latino do ut des, ma si legge ricatto. Un siparietto che è andato avanti per mesi e ammesso dalla stessa Atlantia che non più tardi di due mesi fa dichiarava che non avrebbe partecipato alla cordata finché non si fosse chiarito il lodo sulle concessioni.

Atlantia, inoltre, non possiede alcuna competenza in materia di trasporto aereo, non è il suo core business ma questo, in Italia, conta poco perché per lo Stato, l’impresa è un portafoglio da cui attingere. Lo abbiamo visto all’epoca dei “Capitani Coraggiosi” chiamati da Berlusconi a salvare Alitalia. Anche in quel caso si trattava di imprenditori (Colanninno, Ligresti, Marcegaglia, Benetton, etc.) più o meno legati allo Stato da varie concessioni e con 0 competenze in materia di gestione di una compagnia aerea. Il risultato è stato l’ennesimo flop.

Colpa degli imprenditori?

Più che altro del rapporto Stato-Impresa in questo paese. Per vari motivi – riassunti qui – in Italia fare impresa conviene molto meno di diventare concessionario statale, ovvero di porsi al di fuori del mercato e garantire rendite stabili per i propri investimenti. Lo Stato – che il primo responsabile di questa situazione – si trova così ad avere una platea di voti e capitali pronti – via moral suasion – ad essere attivati se necessario.


Alitalia non piace e non funziona

Perché – come ci ricorda La Stampa – il governo proprio non può far fallire Alitalia?? 

Semplice: nessun governo vuole essere ricordato come quello che (finalmente) ha fatto fallire Alitalia, il nostro “biglietto da visita con l’estero”, colei che “permette agli italiani di volare”.

“Sono molti anni che la ex-compagnia di bandiera non è più indispensabile per garantire i collegamenti del nostro paese” sottolinea l’analista e docente della LUSS, Gregory Alegi, ma essa copre solo il 12% del trasporto aereo nazionale. “Continuare a sostenerla ad ogni costo” aggiunge “penalizza altre compagnie come, per esempio, Air Italy, che stanno investendo e potrebbero riempire i vuoti” che si verrebbero a creare se Alitalia fallisse o si trasformasse, via Lufthansa, in un vettore regionale per portare i passeggeri italiani al proprio hub di Francoforte.

Sempre sul La Stampa, Antonio Bordone, anche lui analista e docente della LUISS, aggiunge, rispondendo a Patuanelli: “scordiamoci di Lufthansa finché lo Stato rimane dentro Alitalia”.

“La verità è che Alitalia, prima della vendita, avrebbe dovuto essere risanata”: la compagnia tedesca, infatti, non ha nessuna intenzione di legarsi con un contratto ad un partner inaffidabile come l’Italia. Soprattutto, non ne vuole sapere di investire, saldare i debiti causati dall’amministrazione della stessa da parte dello Stato italiano salvaguardando, anche, i medesimi livelli di occupazione che è il paletto che il governo ha messo per ogni proposta di acquisto.

“Se vuoi che qualcuno sia interessato a comprare” continua Bordone “devi proporre un prodotto sano, altrimenti non sarai certo tu che potrai imporre le tue condizioni, ma i compratori ad imporle a te”. Se un azienda è in crisi – e in perdita – è perché non riesce a sostenersi nell’attuale soluzione di mercato.

Essa può investire per rilanciarsi, ma se risulta sovradimensionata le deve essere data la possibilità di respirare, altrimenti continuerà ad essere in crisi.


La negazione del presente

Si tratta di un concetto scontato in Germania, Olanda, Spagna etc., ma che rimane totalmente inapplicato in Italia, dove se licenzi lo fai per aumentare il profitto, se i prezzi sono bassi è perché paghi poco le persone e tanti luoghi comuni sull’imprenditoria retaggio degli anni 60/70 e di un mondo che non c’è più.

Siamo un paese che nega la contemporaneità, che il lavoro sia mobile e slegato dalla singola impresa, come dimostra il nostro welfare. All’estero, lo Stato interviene durante la disoccupazione per sostenere il lavoratore e – nei casi migliori – riqualificarlo, l’impresa in crisi viene lasciata a se stessa e se sarà capace si riprenderà – assumendo nuovi lavoratori – se no fallirà. In Italia, lo Stato interviene sull’impresa immobilizzandone – via Cassa Integrazione – i dipendenti, come se il lavoro esistesse solo in funzione di quella specifica azienda.

All’estero lo Stato si preoccupa di creare le condizioni perché nuove aziende nascano e si sviluppino, in Italia stiamo ancora discutendo di infrastrutture, cuneo fiscale e semplificazione burocratica… da 20 anni.

Tale negazione del presente – come ricorda Andrea Giuricin, docente alla Bicocca – si ritrova anche nel caso Alitalia. Nei primi anni 2000, le grandi compagnie aeree cominciano a investire nel trasporto a lungo raggio, quelle più remunerative, ma che richiedono più investimenti iniziali. Alitalia, ignorando completamente l’entrata sul mercato delle Low Cost (Easyjet e Ryanair) investe nel corto raggio. Quando l’errore diventa palese è oramai troppo tardi: rotte, slot e passeggeri sono già appannaggio di altre compagnie, i soldi sono pochi e la compagnia crolla.

Da lì in poi è storia recente.



E lasciamola fallire

Trenta mesi di commissariamento, perdite in crescita, per Bordoni e Alegi la soluzione sarebbe solo una: lasciar fallire Alitalia come fecero i belgi con Sabena e gli svizzeri con Swissair.

Sappiamo, però che è impossibile, quindi?

Quindi faremo un ulteriore prestito, scorporeremo la newco senza debiti dalla badco che rimane – con i debiti – nella pancia dello Stato. Intanto continueremo a pagare la sovrattassa sui biglietti aerei per mantenere in vita Alitalia.

Soprattutto ci culleremo del fatto che noi italiani ci opponiamo al “pensiero unico” e al “pragmatismo” anche se questa maniacale ossessione nazionale del negare il presente è la causa del nostro declino economico e sociale.

Ci ha regalato un’imprenditoria in gran parte non sana, una classe dirigente incapace e un elettorato non informata, oltre a casi come Ilva e Alitalia. 

Soprattutto ci ha condannato a renderci ridicoli e ad esserne orgogliosi.


il Caffè e l’Opinione

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