Algeria: una polveriera pronta ad esplodere, di cui nessuno parla

Algeria

La richiesta di democrazia, di rinnovamento non è sempre “esogena”, ma anche endogena: questo è quello che succede in Algeria.

Nella quasi totale indifferenza dei media italiani, in Nord Africa c’è una polveriera che attende solo la spinta decisiva per esplodere: il suo nome è Algeria. Basti pensare che il Ministro della Difesa italiana, Elisabetta Trenta, è atterrata il 24 febbraio ad Algeri per una visita ufficiale “a sorpresa”.

Il Ministro della Difesa, non quello degli Esteri, ma su questo ci torniamo dopo.


“No al quinto mandato”

La visita del ministro nel paese nordafricano arriva in un frangente assai delicato. Dal 22 febbraio scorso, infatti, manifestazioni di piazza scuotono tutte le 48 province del Paese, protestando contro la candidatura del Capo dello Stato in carica Abdelaziz Bouteflika per il quinto mandato presidenziale.

L’ottantunenne Bouteflika, infatti, è in condizioni di salute precarie a seguito di un ictus che lo ha colpito nel 2017. Tanto è vero che, secondo quanto riporta su twitter GVA Dictator Alert, il presidente si troverebbe attualmente a Ginevra per visite mediche.

Il vetusto leader algerino, inoltre, non compare in pubblico da mesi, e le sue foto esposte in pubblico sono sistematicamente di repertorio. A tirare i fili della sua presidenza – ormai totalmente simbolica – sono i vertici dell’esercito e degli apparati di sicurezza.

Un fantoccio, insomma, utile per l’establishment di potere algerino.


La protesta insabbiata

Nonostante le immagini sui social media parlino chiaro, mostrando numeri imponenti e manifestazioni di massa, c’è un grande interesse ad insabbiare tutto. Secondo quanto riporta Agenzia Nova – unico media italiano con un corrispondente sul posto – i giornalisti delle emittenti radiofoniche pubbliche locali hanno inviato una lettera aperta ai propri direttori protestando contro l’inadeguata copertura mediatica delle manifestazioni.

“Siamo giornalisti di Stato o di servizio pubblico?”, apre in tono provocatorio la missiva.

Scarsissima copertura anche delle emittenti televisive algerine – nonostante i numerosi arresti – e appelli alla moderazione da parte della politica. Con il solito comunicato asettico, senza metterci né faccia né voce, Bouteflika fa appello alla “continuità di governo” e alla moderazione.

Il premier Ahmed Ouyahia, dal canto suo, agita lo spettro della violenza pubblica per smorzare gli entusiasmi, parlando di “deriva pericolosa” e di manifestazioni stimolate da “fonti sconosciute”.



Il muro della paura in Algeria

Il primo ministro sa perfettamente quali corde dell’opinione pubblica sta andando a toccare con queste parole. L’Algeria, infatti, ha vissuto dall’inizio degli anni ’90 una delle più sanguinose guerre civili contemporanee, costata 200.000 morti.

Il ricordo di questo trauma è ancora così vivo nella memoria collettiva, che anche nel 2011 – mentre le proteste infiammavano le piazze di Libia, Tunisia, Egitto etc. – il governo Bouteflika utilizzava lo stesso tipo di minaccia per evitare il contagio.

La situazione è, però, cambiata, in parte per la dilagante corruzione e la disoccupazione giovanile (29%). Secondo l’analisi di Pierre Haski per France Inter, però, ad essere decisivo è il fattore generazionale.

“Quasi un algerino su due ha meno di 25 anni – spiega – e dunque ha conosciuto come presidente solo Bouteflika, vivendo in una confusione crescente dovuta al blocco decisionale”. Insomma, la paura della guerra civile c’è, ma la stabilità nell’immobilismo non convince più di tanto.

Alcuni intellettuali algerini hanno anche firmato un appello pubblico in cui si sottolinea” l’opportunità di trasformazione sociale e politica di una società che qui aspira a vivere in dignità, libertà e benessere”.


Gli interessi stranieri: Francia…

L’ondata di proteste, passata praticamente inosservata dai media italiani, ha avuto tutt’altro impatto in Francia, dove uomini e donne di origine algerina sono scesi in piazza in solidarietà coi compatrioti in Algeria.

Basti pensare che il quotidiano parigino Le Monde domenica scorsa dedicava la sua prima pagina alla notizia delle proteste contro il quinto mandato di Bouteflika.

..e Italia

Questo, però, non significa che anche l’Italia non abbia motivi per occuparsi (e preoccuparsi) di quello che sta accadendo nel paese nordafricano.

Secondo i dati dell’Economic Complexity Index, infatti, l’esportazione di gas algerino vale 15,6 miliardi di dollari all’anno, e quella di Greggio 12,8 miliardi.

Tra i paesi che importano risorse energetiche l’Italia è il primo della lista per quanto concerne il gas: 5,36 miliardi di dollari per il Bel Paese, seguito da Spagna (4,72 miliardi), Francia (4,23 miliardi), Stati Uniti (3,7 miliardi) e Turchia (2,27 miliardi).


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Gli interessi di ENI

Col gas algerino, l’Eni e tutto il comparto energetico italiano può diversificare le proprie fonti di approvvigionamento, tanto quanto basta per non dipendere interamente dai colossi russi (Rosneft e Gazprom).

Ma non si tratta solo di energia. L’Algeria, col suo lunghissimo e poroso confine con 6 stati, è un crocevia di traffici molto importanti, tra cui quello di hashish, altre droghe e armi – specie al confine col Marocco – e soprattutto di uomini legati a gruppi armati d’ispirazione islamica.

La limitrofa provincia tunisina di Kasserine, ad esempio, è un ricettacolo di gruppi estremisti molto attivi in tutta l’area, di cui il governo di Tunisi non riesce ancora ad aver ragione.

Algeri, inoltre, è in cima all’agenda geopolitica anche di stati geograficamente lontani. Ad esempio la Cina, da cui Algeri acquista la maggior parte dei prodotti d’importazione (7,78 miliardi di dollari) e persino l’Iran, che corteggia a distanza – e forse allunga qualche partita di armi – al fronte Polisario per l’indipendenza del popolo Sahrawi.

Con un’Algeria instabile, infine, pensare ad una soluzione definitiva per la crisi libica diventa davvero molto difficile.


Nessun successore

Il problema centrale è che Bouteflika, per quanto mal messo, è la chiave di volta su cui si regge l’elefantiaco regime nordafricano. La successione, infatti, non è ancora pronta e gli apparati che reggono davvero le sorti dello Stato non hanno ancora trovato il nome su cui puntare per sostituire l’ottuagenario moloch di Algeri. L’esercito – d’altronde – gode ancora di un’ottima popolarità, dovuta ai fasti dell’indipendenza e alla lotta contro i gruppi qaidisti.

“Penso che Bouteflika finirà per ritirarsi – spiega il giornalista algerino Hassen Houicha a il24.it – ci si aspetta una manifestazione gigante venerdì prossimo, dopo la preghiera collettiva”. Come di consueto nel mondo arabo-islamico, quindi, sarà un “venerdì di rabbia” a rivelare (forse) il destino di un paese cruciale come l’Algeria.

Un paese che, qualora dovesse cadere nel caos, darebbe parecchi grattacapi sia a Parigi che a Roma.



Il commento finale

Arriviamo così alla domanda che abbiamo lasciato in sospeso: dov’è in questo, ennesimo, scenario internazionale il Ministro degli Esteri Moavero Milanesi?

Perché nel Nordafrica, dove ci sono i nostri interessi politici, non mandiamo Moavero che è un ministro “indipendente”, “garante” della politica estera e vanno due esponenti della maggioranza di governo come il Ministro dell’Interno Matteo Salvini e quello della Difesa Elisabetta Trenta?

Non sarà mica l’ennesimo caso di lottizzazione politica?

Chiudiamo con una riflessione. Questa protesta arriva, ancora una volta, dal popolo e dai giovani, come sempre accade in Nord Africa. Eppure c’è già chi dice, soprattutto fra gli expat algerini “non siamo come la Libia, quello è stato un complotto”. Questo perché le crisi sono sempre esogene, finché non arrivano nel nostro, di paese. Per questo il caso algerino che si sta dipanando sotto i nostri occhi deve essere uno spunto di riflessione sull’eccesso di dietrologia e di “complottismo”.

Ovunque si guardi, Libia, Egitto, Venezuela e/o Algeria, la scintilla è e sarà sempre interna, il resto arriva dopo.

Rifletteteci.
 

Pubblicato originariamente dall’autore su il 24.it, il commento finale è di Simone Bonzano


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