AfD: la caduta e i problemi degli alleati tedeschi di Matteo Salvini

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Da partito che doveva insidiare la CDU e cacciare Angela Merkel al dubbio di superare il 10% alle europee: cronaca del crollo della AfD.

Alice weidel e Jörg Meuthen, I leader del partito Alternativa per la Germania (AfD), co-fondatore di EAPN assieme a Matteo Salvini, hanno un problema elettorale. AfD, infatti, sembra aver raggiunto un muro fisiologico di possibili elettori, ma non solo. A seguito di svariate irregolarità sui finanziamenti ricevuti negli ultimi anni e ombre sui suoi rapporti esterni alla Germania, sta subendo una costante emorragia di voti.

Il rischio, per il partito alleato della Lega e che era dato sei mesi fa vicino al 19% è quello di scendere, alle Europee, sotto il 10%.

Che cosa è successo?


Ascesa e declino di AfD

Alla precedente tornata continentale, il 25 maggio 2014, AfD riuscì ad arrivare al 7.1%, cavalcando la crisi greca e il supposto “lassismo economico” di Angela Merkel nei confronti di Grecia, Portogallo e Italia.

Alle politiche del 2017, cavalcando la crisi dei rifugiati siriani e l’apertura delle frontiere tedesche, AfD riuscì ad entrare al Bundestag come terza forza con il 22.6% davanti a, nell’ordine, FDP, Linke e Grünen. L’ascesa – seguita con molta attenzione dai media italiani – sembrava inarrestabile.

Gennaio 2018, 14%, febbraio 2018, 15%, ad agosto, 17%, a settembre, all’apice della crisi, rientrata, di governo forzata dalla CSU, 18% (dati YouGov). Poi il declino – questo curiosamente non coperto dai media italiani – confermato da tutti gli istituti di rilevamenti e questi, in Germania, sono sempre molto attendibili.

I più recenti sondaggi per le elezioni europee di maggio metteno AfD al 10%, un dato valido per una dozzina di seggi. Il trend è, però, negativo e il risultato finale potrebbe essere anche inferiore.


La fine dell’emergenza

Le cause di tale declino sono molteplici. In primis, l’Union CDU/CSU si è stabilizzata grazie, soprattutto, al cambio di dirigenza. La nuova presidente della CDU, Annegret Kramp-Karrembauer ha imposto una linea economica più conservatrice al partito, fermando l’emorragia dei voti a destra del partito. Sono anche arrivati nuovi competitors. Su tutti FDP che intercetta quel malessere liberale che aveva trovato nella prima AfD quella libertaria del 2013 di Frauke Petry il suo alveo.

Il “problema migranti”, cavallo di battaglia dell’AfD per tutta la lunga campagna elettorale del 2017 si è auto-concluso con la fine dell’emergenza stessa. (NB: l’emergenza rifugiati, in Europa, è quella dei siriani del 2015, quando in Grecia si è arrivati a punti di 8000 migranti al giorno, per un totale di oltre 800.000 a fine anno, quasi tutti, poi, accolti dalla Germania).

Infine, la ripresa economica e l’esplosione dei temi ambientali ha frenato il tentativo di AfD di uscire dai suoi “feudi” orientali ed espandersi con successo ad ovest.

A fare i maggiori danni, però, è stata la dirigenza stessa di AfD che ha lentamente spostato il partito, nato nel 2013 anche dalle frange più libertarie e liberiste della CDU/CSU verso l’estrema destra. Centrale l’uscita di scena di Frauke Petry, una delle originali fondatrici dell’internazionale nera da cui è poi sorta EAPN, in polemica con la linea movimentista scelta dal presidente Alexander Gauland e il segretario Jörg Meuthen.



Die Schande

Petry è stata facile profeta. La svolta a destra ha aumentato le presenze, soprattutto nelle associazioni giovanili del partito, di individui vicini o aderenti ad organizzazioni/gruppi neonazisti come molti militanti di Pegida (curiosamente gli stessi che ora hanno fondato il movimento dei “Gilet Gialli” tedeschi).

In un paese in cui “die Schande”, la colpa per i crimini della Seconda guerra mondiale, è ancora un concetto vivo e vitale, tale svolta ha attivato gli anticorpi della società tedesca. Il risultato è stato l’edificazione di una specie di muro mediatico/sociale che ha allontanato da AfD molto voto di protesta, soprattutto quello dei trentenni e dei quarantenni, marginalizzando il bacino di voti del partito, ora molto più ideologizzato di quanto fosse, ancora, nel 2017.

Il mutato contesto sociale spega solo parte della crisi di AfD, il resto è legato ai dubbi e alle inchieste in atto sui finanziamenti esteri del partito che ha investito Meuthen, Weidel e, di conseguenza, l‘intera struttura dirigenziale di AfD.


Meuthen e Weidel

Il 17 aprile, pochi giorno dopo esser tornato dall’Italia, dove aveva presentato EAPN assieme a Matteo Salvini, il leader della AfD Jörg Meuthen è stato raggiunto dalla condanna a pagare una multa di 270.000 euro per finanziamento illecito della propria campagna elettorale.

Il caso è legato alla prestazione avuta durante le elezioni locali del 2016 da parte della società svizzera Goal AG di Alexander Segert, peraltro amico personale di Meuthen. Gli inquirenti hanno constatato che Goal AG avrebbe coperto l’intera campagna elettorale senza richiedere alcun compenso a AfD, quindi hanno donato le proprie prestazioni senza essere iscritto al registro dei donatori elettorali, atto obbligatorio in quanto strumento di tutela della trasparenza dei bilanci dei partiti. Per lo stesso caso AfD, per mancata vigilanza, dovrà pagare ulteriori 130.000 euro.

Sempre dalla Svizzera arrivano i finanziamenti per cui è finita sotto inchiesta Alice Weidel, altro leader del partito.

AfD ha confermato che Weidel, ora parlamentare, ha ricevuto 130.000 euro divisi in 18 tranche da una società farmaceutica svizzera, la PWS PharmaWholeSale International AG di Zurigo (capitale sociale 500.000 euro). Per la legge tedesca, un partito – nel caso specifico, la sezione del Lago di Costanza legata alla parlamentare – non può ricevere donazioni superiori ai 1000 euro da soggetti civili e/o imprenditoriale extra-UE.

Si è poi scoperto che PharmaWholeSale sarebbe stata solo un prestanome del miliardario svizzero Henning Conle. L’avvocatura di Stato tedesco ha proceduto a incriminare Weidel, la quale gode, però, dell’immunità parlamentare. La condanna, civile, è comunque attesa nei prossimi giorni.



Frohnmaier e la Russia

L’ultimo problema riguarda il deputato ed ex-portavoce di Alice Weidel, Markus Frohnmaier, accusato di essere finanziato e supportato direttamente dal Cremlino.

Il caso scoppia all’inizio di questo mese con la pubblicazione da parte di der Spiegel, ZDF, la britannica BBC e la Repubblica di un documento scoperto dal Dossier Centre di Mikhail Khodorkovsky, ex-oligarca e critico del Presidente Vladimir Putin.

Come documenta l’inchiesta, il documento è parte di una mail del 2017 inviata da Petr Premyak, ex-ufficiale del controspionaggio della Marina russa e ex-deputato russo, a Sergei Sokolov, alto funzionario dell’amministrazione Putin. Premyak conferma di essere l’autore della mail, ma nega di essere l’autore dell’allegato. In esso viene descritta una strategia per “l’organizzazione di manifestazione e altre forme di protesta nei paesi UE” volte a supportare “singole risoluzioni nei singoli parlamenti nazionali” contro le sanzioni alla Russia e per il “riconoscimento della Crimea come parte della Federazione russa”.Per arrivare a questo, l’autore del documento caldeggia da parte dell’interlocutore campagne di stampa a favore degli interessi russi intese a “screditare” i critici antirussi.

Nello specifico, in Germania, si consiglia di supportare la candidatura – considerata “forte” – di Frohnmaier. Egli, eletto, sarebbe un “deputato sotto il totale controllo [della Russia]”. Il documento propone l’organizzazione, inoltre, di due grandi manifestazioni a favore della candidatura dell’attuale deputato, una delle quali si è poi realmente svolta, oltre a supporto mediatico e finanziario.

Frohnmaier ha negato qualsiasi tipo di supporto da “parte dei politici, imprese o privati cittadini russi”.

Il caso rimane, però, aperto come i dubbi dell’opinione pubblica tedesca sul modo in cui AfD venga gestita e, nel caso dei finanziamenti già acclarati dagli inquirenti, per conto di chi.


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