La ex-DDR: la Germania fra riunificazioni zoppe e il voto populista per AfD

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Capire il voto AfD nei land orientali tedeschi, la ex-DDR, non è un esercizio di stile, ma un modo per capire cosa succede anche in Italia.

Nel 1990, poco più di un anno dopo la caduta del muro di Berlino, la Germania tornava a essere un unico paese. I problemi – la crisi economica di metà anni 90 e le riforme di Schröder – non furono pochi e le decisioni – sociali, politiche e industriali – difficili. Osservando ora la quarta potenza economica mondiale che nacque quel giorno, è facile considerare l’intero processo come estremamente positivo.

Tanto facile quanto sbagliato.

Le elezioni regionali tedesche in Sassonia e Brandeburgo del primo settembre, raccontano una storia leggermente diversa, fatta di un “risentimento” sociale sedimentato in parte della popolazione – il “popolo”, la “gente reale” contro le “élite” del paese. Un “mal della politica” che non è limitato ai due Land in questione, ma che abbraccia, soprattutto, tutto il territorio della ex-DDR.

E non diverso da quanto succede in Italia.



Sassonia e Brandeburgo

In Sassonia, la CDU ha vinto con il 32,1% dei voti precedendo la destra dell’AfD (27,5%) e la sinistra radicale di Die Linke (10,4%). Seguono i verdi (8,6%) e la SPD (7,7%). Esclusi i liberali di FDP. Complessivamente, rispetto alle elezioni precedenti, i cristianodemocratici hanno perso 7 punti percentuali, la sinistra 9, la SPD 5. AfD, invece guadagna 18 punti.

La SPD ha vinto in Brandeburgo (26,2%) perdendo 5 punti, al secondo posto si piazza la AfD (23,5%, +11 punti). Seguono la CDU (15,6%), Verdi (10,7%) e Die Linke (10,7%). Entrano in Parlamento anche i liberali di FW con il 5%.

Difficile negare il trionfo di AfD e anche se non andrà al governo in nessuno dei due Land  – nessun partito vuole macchiarsi della responsabilità storica di portare i populisti al potere – la débâcle dei grandi Volksparteien, CDU e SPD, è totale: laa crescita dell’estrema destra, soprattutto, è avvenuta fra gli under 30.Ma fu vera vittoria?

Impatto mediatico a parte, per capire il risultato tedesco occorre, però, contestualizzarne i dati. Alle europee di maggio, primo dato confrontabile, AfD ottenne il 25,4% in Sassonia e il 19,9% in Brandeburgo, rispettivamente -2 e -4al voto di settembre, ma che valsero, allora, il primo posto davanti, in entrambi i casi, alla CDU.

L’aumento di votanti ha portato sì ad una crescita della AfD locale, ma, allo stesso tempo, ha portato al sorpasso della CDU in Sassonia (+11 fra maggio e settembre) e della SPD in Brandeburgo (+9 punti). Si è trattato, quindi, di un ritorno alle urne dettato “dall’allarme democratico”: evitare che AfD diventasse il primo partito delle rispettive regioni.

A ridimensionare ulteriormente la “vittoria” di AfD sono i sondaggi nazionali che vedono il voto populista stabile – oramai da un anno – fra il 12% e il 15% testa a testa con la SPD per il ruolo di terzo partito a livello federale. Sempre i sondaggi confermano il secondo posto dei Verdi al 24% e l’8% di quella FDP rimasta, all’est, sotto la soglia di sbarramento.


Populismi passati e presenti: la Linke

Cercare una spiegazione nazionale alla vittoria della AfD risulta profondamente sbagliato. Si tratta, infatti, di un dato socialmente e geograficamente localizzato che, non a caso, riguarda 4 dei 5 Länder ex-DDR feudo elettorale storico di Die Linke.

Dall’unificazione in poi, Die Linke – fino al 2007 con il nome di PDS – ha rappresentato il voto di “protesta” dei 5 nuovi stati federali della Germania unita. Agevolato dal fatto di essere erede diretto di quella SED – Partito di Unità Socialista della Germania – al governo della DDR dal 1946 al 1989, Die Linke attirava il voto di chi non accettava il corso “occidentale” della politica federale soprattutto a fronte delle tante difficoltà che il tessuto sociale ed economico socialista ha dovuto affrontare con la riunificazione.

Man mano che i problemi della riunificazione diventavano sempre più evidenti – lo spopolamento, la chiusura delle poco efficienti industrie orientali e il persistere delle differenze di tenore di vita fra le due Germanie – Die Linke è diventato il partito del “risentimento orientale” (der Ost-Ressentiments). Il fenomeno è spiegato perfettamente da Paul Ingendaay sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung:

“la AfD ha successo soprattutto all’Est per una semplice ragione, perché si fa portavoce del risentimento popolare e si presenta letteralmente secondo il suo nome: l’alternativa per la Germania”.

“Chiamare tale risentimento”, continua, Ingedaay, “come tipicamente orientale non aiuta”, anzi, rischia di far passare per irrilevanti, le istanze sociali da cui nasce il voto populista. Quello che si vorrebbe denunciare come solamente un voto “fascista”, è una realtà più complessa che, argomenta ancora Ingedaay, interessa anche l’Ovest dove però è rientrato per l’effetto “sedante della Grande Coalizione” e – aggiunta personale – dall’emergenza nei ceti intellettuali e nell’elettorato giovanile dei Verdi.

Ad est, semplicemente, la visione “ecologica” non basta e le preoccuapazioni sociali si sono progressivamente travasate dal populismo di sinistra – Die Linke – a quello di destra. Un’analisi condivisa anche dai vertici della sinistra estrema.


Il caso DDR

Nonostante i 29 anni di riunificazione, la reale saldatura sociale ed economica del paese è lungi dall’essere raggiunta. Allo stato attuale è difficile distinguere i cafè berlinesi, la sua composizione multiculturale, i suoi boulevard, la frenetica attività commerciali di nuovi colossi come Zalando e la galassia di Startup, agenzie di Design e gallerie d’arte, da quelle di una città occidentale.

I critici la chiamano gentrificazione, i pragmatici “crescita”, ma il risultato, a Berlino, è che il PIL cresce al +3.1% (dato più alto del 2018 fra i 16 Land federali) , la disoccupazione è scesa all’8%, i costi del welfare sono diminuiti e AfD è all’11, i verdi al 24% – come nel ricco Baden-Württemberg – e la Linke ha ancora un dignitoso 17%.

Il resto della ex-DDR è diverso. In Turingia, dove il PIL cresceva dello 0.5% (penultimo posto), la AfD con il 21% insidia il 24% della CDU e il 26% della Linke, soprattutto, rispetto alle ultime elezioni del 2016, ha subito un aumento di 11 punti percentuali. In Sachsen-Anhalt – dove si trova Halle, ex-centro chimico della DDR – il PIL è cresciuto di un modico 0.9% (quintultimo) e AfD, col 21% supera sia SPD che Linke, piazzandosi seconda dopo il 28% della CDU. In Meckleburg-Vorpommern, AfD è al 18%, CDU e SPD al 22%, la Linke al 16% e il PIL cresce di un modesto 0,7% (terzultimo).

Nelle già citate Sassonia e Brandeburgo, rispettivamente, il PIL cresce del 1,2% e dell’1,4%, leggermente sotto la media federale.



Lavorare di qua, lavorare di là

Il quadro generale della ex-DDR è ancora più chiaro. L’est ha una disoccupazione del 6,4% rispetto al 4,8% dell’Ovest che vuol dire poco più di un 1 mln di disoccupati su una popolazione di 16 mln di abitanti (sono 66 mln all’ovest), un dato che è ancora più eclatante se si sottraggono dal computo i 3,7 mln di abitanti di Berlino e i suoi 150mila disoccupati.

Chi lavora, poi, guadagna un lordo mensile di 3.150 euro al mese rispetto alla media occidentale di 3.994 euro mensili. Numeri a parte, l’altro problema lavorativo della ex-DDR è la qualità stessa dell’occupazione che (Berlino a parte) è legato o al turismo – quindi stipendi stagionali – o nell’industria del carbone.

Per fare un esempio, nell’area di Lausitz, fra Brandeburgo e Sassonia, l’industria del carbone rappresenti 3,3% della popolazione attiva. La politica di abbandono dei combustibili fossili messa in campo dal Governo tedesco li colpisce direttamente a fronte di retribuzioni mediamente più alte dei lavori “sostitutivi”: logistica e turismo.


I migranti

Molta della retorica pro-AfD vede nei “migranti” uno dei mali della nuova Germania. Gli slogan sono molti simili a quelli italiani, ovvero “ci rubano il lavoro”, non “c’è lavoro per noi, figurati per gli altri” e “portano violenza”.

Sono queste parole xenofobe che conquistano le prime pagine, ma nel concreto, ovvero nella vittoria politica della AfD, almeno ad est, hanno una rilevanza relativa che finisce per nascondere il vero problema. Nella ex-Germania Est vivono, infatti, 5 mln di immigrati, contro i 14,9 dell’ovest. La maggioranza vive nei centri urbani, Dresda, Lipsia e, soprattutto, Berlino.  L’incidenza rimane alta e aiuta non poco il voto di destra laddove essa si concentra.

Il vero problema, avvertono sociologi ed economisti, però, non è tanto la migrazione in entrata, quanto quella in uscita. A fronte delle poche prospettive economiche, i giovani scappano dalle aree rurali di regioni come il Brandeburgo e la Sassonia per andare a lavorare o a Berlino o nelle città occidentali.

Il risultato è un processo che da “problematico” è diventato “strutturale”. Le regioni orientali, per arretramento economico sono poco attrattive per i giovani che migrano nelle grandi città. La popolazione si dirada e invecchia rendendo la stessa poco attrattiva per gli investimenti privati – soprattutto quelli infrastrutturali – e poco efficienti per la macchina pubblica.

Questo, come sottolinea il presidente dell’IWH di Halle, Oliver Holtemöller, porta un ulteriore indebolimento economico della regione portando altra gente a migrare. Chi rimane accetta lavori a basso salario, si lamenta della mancanza di infrastrutture – soprattutto trasporto locale e internet – e dei migranti che arrivano a fare i lavori meno retribuiti. Chi è giovane lamenta quindi la mancanza di futuro e vota – come si vede dai flussi elettorali – AfD.


Perché, però, la destra?

Rimane un problema. Il quadro risultante potrebbe sembrare perfetto per l’affermazione di un partito socialdemocratico o, appunto, Die Linke. Invece lo è per la destra estrema e il populismo sovranista. Esattamente come in Italia, Francia, Regno Unito e Stati Uniti. Perché?

La risposta semplice è “perché fornisce capri espiatori – migranti, mondialismo, finanza – a problemi complessi”, ma c’è di più. In ogni regione analizzata, il voto AfD non risulta di mera protesta, ma è diventato  un voto ideologico con radici forti, non dettate dall’emergenza migranti del 2015 o dalla crisi greca del 2013 (i due momenti fondanti della AfD).

Il paper “Persistence and Activation of Right-Wing Political Ideology”  dei sociologici Davide Cantoni, Felix Hagemeister e  Mark Westcott, avanza il fatto che parte della spiegazione sia culturale: Land come la Sassonia, la Turingia e il Brandeburgo erano forti bacini “ideologici” del nazionalsocialismo. Ad ovest, Land come la Baviera ha affrontato e metabolizzato le metastasi del nazionalismo, ma questo non sarebbe potuto accadere ad est dove la politica della DDR – e della SED – è sempre stata di dare la colpa all’Ovest e al capitalismo “mondialista”.

La base culturale dell’attuale voto AfD, conclude Cantoni in un’intervista su Die Zeit, sarebbe anche culturale, non solo economica.



Ovviamente, a fronte di un problema così complesso, la sola risposta culturale non può bastare, e vale sia per la Germania che per l’Italia in cui il populismo – sia quello xenofobo della Lega, sia quello economico del M5S – condivide con quello tedesco molte analogie: arretramento economico, invecchiamento della popolazione, emigrazione dei giovani, paura del futuro.

Un contesto dove – da sempre – la demagogia ha vito facile.

Risolvere questa debolezza sociale/economica/culturale  – anche solo in parte – è parte della soluzione al problema populista, il come è quello che la dirigenza tedesca cerca da anni.

Da quell’autunno del 1990 quando le due Germanie tornarono una.


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