Accordo e IVA: in pratica la UE ha salvato il Governo che condanna l’Italia

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Da una parte Conte ottiene il suo accordo, dall’altra la UE salva gli accordi. In mezzo un paese che da un calcetto alla lattina sperando di non beccare il muro.

Vorrei, ma non sarò così, che fosse l’ultima volta in cui mi occupo della Manovra. Onestamente, non ne posso più e sono stanco dei ciechi echi della propaganda che avvelena il dibattito, sia esso reale che quello virtuale.

La maggioranza di voi sa cosa è successo ed è per questo (oltre che per noia) che voglio parlare della “trattativa” e de “l’accordo” in maniera diversa. Perché c’è qualcosa che sta sfuggendo a molti, ovvero che l’Italia è stata “salvata” dalla Commissione e dagli “eurocrati di Bruxelles”.

Attenzione, parlo del paese, il Governo no, quello ha solo ingoiato il proprio bluff, chiesto clemenza ed abbassato le braghe pur di raggiungerlo un accordo.


Il Balconcino

Dopo mesi di annunci estivi, con il Nadef, il Governo italiano lancia la sfida all’Europa. Convinti che il problema dell’Italia siano i vincoli fiscali europei, dichiara – nel Nadef – che la Manovra “del Popolo” verrà fatta con il 2,4% di deficit.

Un numero che non vuol dire nulla da solo e che non rompe alcun trattato europeo, ma sbandierato, dal balconcino, come “la ribellione dell’Italia ai tecnocrati UE per aiutare i poveri d’Italia”: demagogia.

Chi legge il Caffè sa che abbiamo sempre considerato i contenuti della Manovra come puri specchietti per le allodole elettorali. Misure concepite per “incassare” alle Europee, ma che non fanno nulla per risolvere i problemi endogeni del paese, leggasi produttività/crescita/salari stagnanti dagli anni 80.

Spese correnti, finanziate dai contribuenti italiani, e “narrate” come investimenti “keynesiani”, atti a moltiplicare lavoro e consumi. Balle – gli investimenti keynesiani sono altri – che il mainstream governativo preferisce, però, fomentare.


Il problema

Odio tornarci, ma se non si capisce questo, non si può capire che accordo abbia raggiunto il Governo. A rompere le regole europee non è mai stato il 2,4%, ma il contesto in cui è inserito. Secondo il Governo quel 2,4% si sviluppava su una crescita del PIL a 1,5% per un aumento del debito (deficit strutturale) dell’1,7%.

Per la UE, quanto messo nero su bianco nei vari documenti economici italiani non reggeva. La crescita all’1,5% sarebbe stata irrealistica e sovrastimata (1% per Bankitalia, 0% per alcuni istituti privati) e questo finisce per sfalsare tutti i saldi della manovra.

Inoltre, il Governo arriverebbe a violare un precedente accordo raggiunto dai suoi stessi rappresentanti con l’Europa a settembre che limitava il deficit strutturale allo 0,8%.

Quindi da una parte c’èra l’obiettivo del Governo di far rispettare il precedente accordo soprattutto in chiave di stabilità europea (ovvero evitare l’effetto emulativo del “perché loro sì e noi no”) e con il supporto unanime di ogni paese, sovranisti/populisti compresi.

Dall’altra, la necessità del Governo di mantenere in manovra Reddito di Cittadinanza e Quota 100, anche limitati e ridotti, nel quadro del demagogico “virgola-qualsiasi-cosa-basta-che-finisca-con-4”, tanto per non far fare brutta figura ai figuranti del balconcino.


Spazi di Manovra


La trattativa

Numeri (UE) versus formalità (Italia). In mano alla Commissione la procedura di infrazione prima delle elezioni europee del maggio 2019.A favore dell’Italia, la posizione dialogante di Francia e Germania, molti restii a scatenare il backlash politico della procedura.

Paradossale vero? Proprio due paesi additati dal Governo come i “nemici del paese”… ma andiamo avanti.

Passano i mesi, si inaspriscono i toni, le due misure simbolo vengono “congelate” (ad oggi non sappiamo come funzioneranno e chi ne beneficerà), lo spread sale, i capitali stranieri fuggono.

Soprattutto si alimenta la propaganda, arrivando a mettere italiani contro altri italiani, per mesi, in un inutile anticipo della campagna elettorale per le europee.


L’accordo

Infine, arriva l’accordo. La UE, nelle parole di Moscovici, ottiene la vittoria sui numeri, salvaguardando lo 0,8% e facendo ridurre le previsioni di crescita all’1%. Evita, in prospettiva sulle elezioni di maggio, di venir accusata dai populisti europei di violare la sovranità del paese.

Conte porta a casa le “formalità”: deficit 2,04% e provvedimenti confermati. Procedura d’infrazione sospesa e, sottolinea Di Maio, “abbiamo anche evitato l’aumento dell’IVA”. Fuochi d’artificio, applausi ed autocompiacimento.

I numeri dicono però altro.


Il taglio dei saldi

Tutta la Manovra, non solo Reddito di Cittadinanza o Quota 100, hanno visto un taglio dei saldi. Innanzitutto, lo 0,44% del PIL se ne è andato con il taglio del deficit al 2,04%, un altro 0,5% se ne è andato tagliando le previsioni di crescita, perché gli stanziamenti di una manovra si fanno sulle previsioni di bilancio, non sui soldi in cassa.

A cascata, tali tagli si sono riversati su tutto l’impianto della manovra, ma rimaneva il problema dei fondi per le “due misure principe” (possiamo chiamarle, “mance elettorali”?).



Fondi fondi fondi

Per ovviare al problema, il Governo ha deciso di trovare fondi da altre parti. Tipo dalle pensioni.

Secondo i termini dell’accordo, quelle “d’oro” vengono tagliate dal 15% al 40% per redditi annui superiori ai 100.000 euro. Vengono inoltre tagliati gli adeguamenti delle pensioni con importi maggiori ai 1500 euro al mese (97% fino ai 2029 euro e via a scalare fino al 40% per chi va oltre i 4566 euro).

Sovranamente, poi, il Governo si è impegnato a mettere appunto “entro il 30 aprile” un piano di dismissione del patrimonio immobiliare statale, soprattutto quello della Difesa e quello della PA per 950 milioni solo nel 2019 (anche se Tria promise “miliardi”).

Vengono poi bloccate le assunzioni della PA, università comprese, fino al 15 novembre 2019 e viene introdotta una web-tax del 3% sui ricavi da e-commerce e servizi online (sostanzialmente si va a colpire la grande distribuzione online).

Fra i tagli, figura anche quello a Ferrovie dello Stato e ai, pochi, investimenti stanziati dal Governo.


I paradossi

Non basta, perché nel Maxiemendamento presentato in Senato e che va, di fatto, a cambiare totalmente l’impianto della Manovra discussa alla Camera, figura due provvedimenti ai limiti del paradosso: le clausole di salvaguardia dell’IVA e il taglio delle riduzioni alle ONLUS, anche quelle attive in campo sociale.

Una clausola di salvaguardia serve al Governo per evitare di fare troppo indebitamento qualora le condizioni macroeconomiche della Manovra si rilevino errate. Per questo intervengono sull’IVA, permettendo gettito fiscale garantito e immediato.

Esse sono “date”, votate nelle leggi di Bilancio e automatiche. Si possono però disinnescare, entro la fine dell’anno fiscale trovano di fondi “aggiuntivi” necessari. Esattamente come ha fatto l’attuale governo disattivando le clausole previste nell’ultima manovra del Governo Gentiloni.

Allo scopo di chiudere la trattativa con la UE, Conte (ed il Governo, quindi anche Salvini e Di Maio), hanno accettato l’aumento, nel Maxiemendamento, delle clausole di salvaguardia, prima di 13,5 miliardi che vanno, ora ai 23 miliardi del 2020 e ai 29 del 2021.

Tradotto, qualora non si trovassero i fondi per disinnescarle, l’aliquota ridotta passerebbe dal 10% al 13%, mentre la ordinaria (22%) salirebbe al 25,2% nel 2020 ed al 26,5% nel 2021, con buona pace dei consumi.


L’ipoteca 2020/21

Come dice il vicepresidente della Commissione Dombrovskis, tale aumento è inteso acompensare i costi delle principali misure di spesa, cioè il reddito di cittadinanza e la retromarcia sulle riforme delle pensioni, attivando clausole di salvaguardia con l’aumento dell’Iva”

In pratica, la “Manovra del Popolo” ha già ascritto al prossimo bilancio due salatissime clausole equivalenti a 1,2/1,4% punti di PIL. Due le possibilità per il Governo nel 2020, trovare i fondi e rimandare l’aumento dell’IVA, o farla aumentare.

Nel primo caso significa ipotecare già buona parte di una normale manovra finanziaria, nel secondo, scaricare proprio sui consumi il costo di Reddito di Cittadinanza e riforma della Legge Fornero.


Caffe Scorretto


Consumi?

Aiutatemi a capire. Secondo quanto si vociferà/sospetta per il Reddito di Cittadinanza, questo si manifesterà in un credito sui consumi somministrato mediante “card” con l’obbligo, mai smentito, di essere consumato almeno – dicevano Di Maio e Lezzi – del 75%/80%.

Seguiamo la logica governativa (chi ci segue sa già che la contestiamo). Se sei disoccupato, il Governo ti dà un reddito che sei obbligato a consumare quasi totalmente, finanziando i consumi (ed il gettito erariale).

Solo che, per farlo, pianifico un aumento dell’IVA che andrebbe ad incidere proprio sui consumi di beni primari limitando il potere di acquisto dei redditi più bassi, “redditi” e “pensioni di cittadinanza” compresi.

Capite il paradosso, l’immenso cul-de-sac in cui si è infilato il Governo?

E pensare che per disinnescarle per sempre basterebbe praticare un po’ di disciplina finanziare su debito e crescita…


Lo sgambetto solidale

Torniamo al fatto che il Governo voglia Quota 100 e Reddito di Cittadinanza a tutti i costi per “aiutare i 6 milioni di poveri (sottointeso, italiani) in difficoltà”.

Per farlo annulla le esenzioni IRES per le società senza scopo di lucro e con funzione sociale: il terzo settore. Si tratta di una serie di società, cooperative sociali, enti ecclesiastici, ONG, imprese sociali etc. che offrono servizi agli anziani, agli studenti dei ceti più in difficoltà, ai senzatetto, ai poveri, ai disoccupati, ai marginali.

Si tratta, de facto, di una rete di welfare parallela che agisce, molto spesso, laddove quella statale non può arrivare.

Immediate le proteste, non solo della Chiesa (particolarmente colpite), ma da tutte le realtà del settore le quali prevedono la riduzione di un terzo delle proprie attività

Ma in fondo chissenefrega, abbiamo il Reddito di Cittadinanza (chi lo avrà)!


Sotto esame

Per evitare la procedura di infrazione e dimostrare la propria buona volontà alla Commissione (di cui, evidentemente, al Governo frega moltissimo), il Governo ha pianificato l’accantonamento di 2 miliardi di euro l’anno a “sicurezza” del nostro indebitamento.

E sì, per avere la “fiducia”, perché dopo 3 mesi di cambi di idea, retrofront ed accuse, a Bruxelles, del Governo del Cambiamento si fidano poco.

Tant’è che la procedura di infrazione è solo stata sospesa ed a gennaio la Commissione valuterà se i provvedimenti promessi da Conte verranno realmente messi in atto dal Parlamento.

Almeno loro possono controllarci, noi dobbiamo invece sorbirci il mainstream sovranista che urla al trionfo di Conte (Marco Travaglio) o a chi urla “poveri illusi” intanto l’anno prossimo Juncker non ci sarà più e tratteremo con altri (on. Claudio Borghi, Lega, Presidente Commissione Bilancio della Camera).

Il mandato della Commissione scade a novembre 2019, in tempo per Nadef, DPB e bozza della Manovra 2020.

Così, tanto per dire.


Elezioni Europee


Il giudizio del Caffè

In sostanza, il Governo del Cambiamento, quello che “torna a farsi valere in Europa”, demagogia a parte, si è fatto scrivere la Manovra a Bruxelles cercando in tutti i modi di raggiungere l’obiettivo a cortissimo raggio per raggiungere un accordo ed in barba al futuro del paese.

La Commissione, aveva due strade: correggere i saldi e spingere il Governo a usare il deficit per reali misure pro crescita (qualche investimento alla ricerca o sul lavoro) o operare sui saldi lasciando invariata l’impostazione “sovrana” della manovra.

Preoccupata dalle conseguenze di una reazione troppo decisa, ha accettato il boccone amaro dicendoci: “ok, andate a sbattere il muso sul debito e sulla spesa, ma almeno evitiamo di farvi diventare un precedente”.

Così ci hanno “aiutato” il Governo ad uscire dall’impasse in cui è precipitato, modificando i saldi in Manovra ed evitando, al popolo italiano, conseguenze ben peggiori. Un aiutino che sposta il target al 2020, ovvero il futuro prossimo immediato ed in mezzo ad un ciclo mondiale recessivo in cui noi, un paese strutturalmente debole, rischiamo di soffrire, come sempre, più di tutti.

Ma che ci frega! Tanto abbiamo Quota 100.


Ci faremo male? Sì, e anche molto, perché 24 miliardi, grazie all’accordo, sono già stati messi a bilancio sia che scatti il maggior gettito dell’IVA o che questo venga disinnescato. Poi ci sarà da rifinanziare le “due (diaboliche) misure principe” (circa 16 miliardi) mentre, in questo “Cambiamento”, continueranno a mancare i necessari investimenti per:

  • istruzione
  • ricerca
  • ammodernamento della macchina statale
  • produttività
  • creazione di un welfare funzionante e non legato all’assistenza, ma alla formazione e reintegro nel mondo del lavoro
  • taglio del cuneo fiscale ed eliminazione del sistema delle “finte partite IVA”
  • green economy e ammodernamento dei sistemi produttivi
  • infrastrutture (aspettando la prossima tragedia).

Ovvero quel futuro che ci viene negato, sia alla mia generazione (1979) che a quelle successive, da oramai 30 anni (destra e sinistra permettendo).

E voi?

Che accordo vorreste?

In che Italia vorreste vivere?


Appendice esplicativa

In questi mesi, fra Governo, media e social, sono stati usati terminologie tecnico-economiche totalmente a caso, per pura demagogia. A favore dei commentatori seriali, eccovene alcuni:

  • manovra espansiva, ovvero Reddito e Quota 100 sarebbero misure atte a “espandere” l’economia italiana;
  • investimenti, così sono chiamati sempre il Redidto e Quota 100.

Trattasi di termini di origine keynesiana e che si rifanno al concetto secondo cui, in un ciclo recessivo, bisognerebbe investire per rilanciare la crescita e uscire dalla crisi. Bene, la scuola keynesiana ritiene “investimenti” tutte quelle misure atte a favorire la crescita senza creare spesa corrente. Comunque li si vogliano vedere, sia il Reddito che le pensioni sono trasferimenti di denaro, spesa, non investimenti. Questo non vuol dire che siano “male”, ma non sono investimenti.

  • austerity, la politica che sarebbe favorita da UE e governi precedenti.

L’Austerity in Italia c’è stata, in questo millennio, solo nei 17 mesi di Governo Monti, quando si è tagliata la spesa realmente. Negli anni successivi c’è stata un maldestro tentativo di applicare principi di disciplina fiscale senza operare le necessarie riforme del sistema paese. Si è cercato di tirare a campare evitando di prendere provvedimenti veri che è quello che sta facendo il Governo attuale.

Sappiatelo, a presto (spero non ancora con la Manovra).


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